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di Mara Mattioda 

Il 13 febbraio scorso è stata celebrata la giornata mondiale della radio. Il World Radio Day è stato istituito dall’UNESCO nel 2011 ed è, ad oggi, il più importante evento radiofonico nazionale: una grande festa che quest’anno ha assunto ulteriore rilievo in quanto ricorrono i cent’anni dalla nascita della radio.

Gli anni Venti segnano la nascita della radio come mezzo di comunicazione di massa negli Stati Uniti: essa è privata, libera e caratterizzata da un orientamento commerciale.

Speaker in una radio privata negli Stati Uniti degli anni 60 (foto BPS)

Lo stesso non si può dire per il sistema radiofonico europeo, dove lo stato conquista ben presto un ruolo preminente a seguito dell’avvento di fascismo e nazismo e questo non può che ricadere sull’utilizzo del mezzo radiofonico.

Le trasmissioni italiane cominciano nel 1924: il sistema è monopolistico e i contenuti sono controllati sia a causa del regime dittatoriale che dirige l’informazione verso le proprie esigenze, sia perché l’interesse principale del servizio pubblico è quello di informare, educare e intrattenere gli ascoltatori. Anche per questo motivo, nel 1933, nasce l’Ente Radio Rurale, un progetto voluto dal regime per diffondere la cultura fascista portando le radio anche nelle campagne più isolate.

La Seconda Guerra mondiale permette alla radio di entrare in una fase di sviluppo mai vista in precedenza. Durante il conflitto viene lasciato ampio spazio alle notizie dal fronte ed è esacerbato il tono propagandistico. Al tempo stesso nascono le prime radio clandestine, le stesse che nei decenni successivi saranno alla base della nascita delle radio libere.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, la radio svolse un ruolo fondamentale nelle dinamiche di potere e al contempo di resistenza alla propaganda di regime (foto RTBF.be)

Caduto il fascismo, il mezzo radiofonico continua nella sua missione paternalistica, ma la vera svolta arriva negli anni Sessanta quando, grazie ad un dispositivo chiamato transistor, la radio cessa di essere l’ingombrante oggetto al centro dei salotti italiani, diventando il primo medium economico e portabile. Questo avviene anche in vista della crescente concorrenza con la televisione: la radio ha necessità di trovare il proprio spazio nel mercato e, per questo, punta su programmi in diretta fruibili da qualunque luogo in qualsiasi momento.

Tra gli anni Sessanta e Settanta nascono le radio pirata, emittenti illegali che trasmettono da luoghi non soggetti al controllo statale. Nel 1970, in particolare, prende vita Radio Libera Partinico, emittente che trasmette da Terrasini dando voce alle popolazioni siciliane duramente colpite dal terremoto del Belice. Questo esperimento, voluto da Danilo Dolci, dura soltanto 26 ore prima di essere fermato dalle forze dell’ordine, ma permette al fenomeno delle radio pirata di diventare incontenibile segnando la fine del monopolio. Arrivano così le radio libere che, dotate di una strumentazione esigua e di gruppi di ragazzi appassionati, trasmettono occupando l’etere: il linguaggio è colloquiale e improvvisato, arriva il rock e per la prima volta gli spettatori possono interagire nel programma Rai “Chiamate Roma 3131”.

Danilo Dolci (a centro) durante una manifestazione pacifista (foto La Repubblica di Palermo)

Negli anni Ottanta nascono le attuali radio (Radio Italia e Radio Deejay sono solo alcuni esempi), le quali cominciano a costruirsi un’identità ben precisa che ancora oggi possiamo rintracciare.

In questa fase, come si può immaginare, il sovraffollamento dell’etere è tale da richiedere l’intervento di una legge che, seppur tardiva, contribuisce alla regolarizzazione del settore. Nel 1990, infatti, viene approvata la Legge Mammì che, oltre ad assegnare le frequenze fotografando il mercato esistente, si occupa anche di disciplinare i rapporti pubblicitari separando il servizio pubblico dalle radio commerciali.

Dagli esordi ad oggi la radio attraversa diverse fasi e con l’avvento della televisione il mezzo radiofonico viene dato addirittura per spacciato. La radio sopravvive tra i decenni rinnovandosi continuamente e offrendo all’ascoltatore non soltanto nuove possibilità di ascolto, commento e visione (con i social network e la radiovisione), ma sempre e comunque una tribù a cui appartenere e connettersi in qualunque momento.

 

Foto banner: Stefano Accorsi in “Radiofreccia“, di Luciano Ligabue, 1998 (foto Cineteca di Bologna).

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