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di Redazione

Sono passati vent’anni dall’avvenimento che ha sconvolto il mondo. Un attentato terroristico che ha mutato l’esistenza di miliardi di persone. Una data impressa nella nostra mente e che difficilmente dimenticheremo. L’invito ai nostri lettori è proprio questo: dove eravate e cosa avete provato in quel momento che ha segnato un’epoca? Attendiamo una vostra risposta, coinvolgendovi in un racconto sociale e sentimentale che, speriamo, possa essere interessante per voi che parteciperete e per gli altri lettori.

Alcuni dei nostri storici collaboratori ci hanno già inviato i loro pensieri e li pubblichiamo di seguito. Gli altri e i nostri stessi lettori potranno aggiungere il loro pensiero alla fine della pagina come commento. Ve ne saremo molto grati.

Sono passate da poco le 7 del mattino quando mi arriva una telefonata da Alice Springs, al centro del deserto australiano. È Chris, lo station manager di Imparja, il network aborigeno.
Sentirà la mia mancanza, penso. Solo il giorno prima ero tornato a Sydney dall’aver passato un anno ad Alice Springs, una cittadina isolata, spesso violenta. Mi ha sempre dato l’idea di un capolinea: si scende e non si va da nessuna parte.
Erano stati mesi lunghi. Un anno prima, le olimpiadi di Sydney erano appena finite ed ero stanco, mesi e mesi di lavoro in supporto al contingente Rai Sport, così quando Chris mi aveva proposto di passare qualche mese alla rete TV che gestiva per metter su un Tg fatto dagli aborigeni per gli aborigeni, mi era sembrata una buona idea. Era una sfida, perché a tanti aborigeni non piace lavorare con il whitefella, il bianco. Il blackfella è fatto a modo suo, i legami con il clan, la famiglia, sono più importanti del lavoro. E se la famiglia lo richiede, il montatore, il cameraman o anche lo speaker mollano il Tg e scompaiono. A volte scompaiono semza apparente motivo – gone walkabout, andato a fare due passi. Tornano dopo due giorni.
Non era stato facile trovare gli elementi giusti, però qualche mese dopo l’arrivo ad Alice Springs Imparja aveva un Tg presentato da una coppia di aborigeni, con servizi girati da un operatore aborigeno e montati da un montatore aborigeno. Ed era andato avanti, con qualche problema spicciolo ma nulla di grave, tutta una primavera, un’estate, un autunno e un inverno – di quegli inverni del deserto dove la mattina fa meno due gradi e non ti sembra possibile che qualche ora dopo si possa arrivare a 26-28º.
Al ritorno della primavera (stiamo nell’emisfero australe, le stagioni sono invertite) Chris ed io ci siamo trovati d’accordo che il lavoro era fatto, e potevo tornarmene a Sydney.
Quindi quella telefonata alle 7 del mattino era un po’ strana, ci eravamo salutati poche ore prima.
“Hai scelto un bel momento per lasciare il Tg”, dice Chris.
“Perché?”
“Accendi la TV”.
Sono le 7 del mattino del 12 settembre 2001, a Sydney. Le 17 dell’11 settembre a New York. In tutto il mondo non si vede altro, in televisione. È la storia dell’anno, del secolo. E io l’ho persa.
Nota curiosa. Sono le 22:46 del 10 settembre a Sydney quando finisco di scrivere questa nota. Controllo il fuso: a New York sono le 08:46 – esattamente l’ora in cui, tra un giorno – vent’anni fa – il volo American Airlines AA11 da Boston si schiantava sulla Torre Nord.

(Claudio Paroli – collaboratore Rai dall’Australia da 25 anni)

Ero da poco arrivato in cronaca. In quel momento c’era la collega che si preparava ad andare in Comune a raccattare notizie. E il mio capo nel suo ufficio si organizzava per la riunione delle 16 ai piani alti. Ho acceso la televisione, come si faceva ogni giorno per seguire i Tg. Mi sono messo il mio sigaro in bocca, senza accenderlo naturalmente e ho alzato la cornetta del telefono per fare i “giri di nera”. Dopo aver sentito la centrale della questura, la tremenda notizia in diretta è arrivata come una fucilata. Non volevo crederci. Troppo grande per potere essere vera. Allora ho girato i canali con la speranza addosso che si trattasse di uno spot. Un macabro spot. Invece quegli aerei che entravano nelle Torri Gemelle, trapassandole come se fossero di burro, erano reali. E le sequenze di quelle immagini impressionanti si ripetevano di continuo. Un attentato nel cuore dell’America e del mondo. Al giornale tutto si fermò. Ci concentrammo solo su quel vile attacco che ci veniva spiegato, a mano a mano da chi si era riversato sul posto. E le sirene incessanti dei pompieri. Le Torri che crollavano al suolo in un rallenty che nessuno avrebbe mai immaginato. Le urla di chi era riuscito a scappare. E le terribili sequenze di chi per sfuggire alla morte si era gettato nel vuoto, come se nuotasse nell’aria. La Torre Sud, la seconda ad essere stata colpita, crollò alle 9.59, 56 minuti dopo l’impatto con il volo United Airlines 175, che aveva causato un’esplosione ed un conseguente incendio per via del carburante contenuto nel serbatoio dell’aereo. La Torre Nord crollò alle 10.28, avvolta dalle fiamme per circa 100 minuti.
Il cuore si mise a battere come impazzito. Mi veniva da piangere e mi sentivo impotente, inutile. Eppure, ne avevo viste di tutti i colori in tanti anni di cronaca nera. Ero sbigottito per lo strazio. E le notizie a getto continuo che non avremmo mai voluto ascoltare. Diciannove terroristi islamici si erano imbarcati in quattro aerei ed erano decollati da Boston, da New York e da Washington. Si impossessarono dei comandi, invertirono la rotta e puntarono su quattro obiettivi simbolici: la Casa Bianca, il Pentagono e le Torri Gemelle di Manhattan. Cominciò così la più grande strage di civili per un atto di guerra in territorio americano. Solo il kamikaze diretto alla Casa Bianca mancò il bersaglio, per una ribellione dei passeggeri che fece precipitare l’aereo in un terreno isolato. Gli altri mirarono giusto. I morti furono più di tremila, i feriti più del doppio, i danni materiali e morali incalcolabili. La vittima più giovane, Christine Hanson, una bimba di due anni, stava andando a Disneyland per la prima volta e venne dirottata dai terroristi, si trovava a bordo dello United Airlines Flight 175. La vittima più anziana, Robert Norton, di 82 anni, era a bordo dell’American Airlines Flight 11. I vigili del fuoco di New York, di cui ancora ricordo le immagini: sporchi, disperati e combattivi, ebbero 343 vittime.
Per tutto il giorno e i giorni che seguirono mi sono sentito addosso incredulità, paura, rabbia. Ho guardato mille volte le immagini degli attentati e ancora oggi, a distanza di 20 anni, faccio fatica a credere che un orrore del genere possa essere realmente accaduto.

(Michele Focarete – per diversi anni cronista del Corriere della Sera)

Mi attendevo una giornata piacevole, diversa. Sarebbe stata una breve vacanza. Un amico mi aveva procurato un invito per una serata di Miss Italia, non ricordo se fosse addirittura la serata finale. In una sorta di lieta sospensione che mi ricordava l’ultimo giorno di scuola prima della pausa per Natale e Pasqua, mi disponevo a prendere la strada per Salsomaggiore dove mi attendevano radiose immagini di bellezze in fiore. Ero passato in redazione a Il Giorno e lì mi aveva raggiunto la notizia delle Torri Gemelle. Davanti agli occhi increduli miei e dei colleghi scorrevano immagini indescrivibili. Poco dopo mi mandarono a Malpensa per registrare le reazioni nel grande hub. L’atmosfera era surreale. Con il trascorrere del tempo l’aeroporto andava sempre più militarizzato. Da una parte. Dall’altra, la vita pareva continuare a scorrere con i ritmi della quotidianità. Ancora per poco. Poi vennero annunciati i primi ritardi, le prime soppressioni.
Fu il mio 11 Settembre.

(Gabriele Moroni – come inviato del Giorno ha seguito molti dei più importanti avvenimenti di cronaca degli ultimi trent’anni)

Quanto al mio 11 settembre il film della memoria è sempre vivido. Quando verso le 16 sono entrato in redazione la tv era accesa e si vedeva qualcosa che fumava. È stata la mia compagna di banco a ragguagliarmi. Elaborato l’impatto emotivo ho razionalizzato: oggi salta la pagina della Lombardia e magari anche nei prossimi giorni. Al massimo ci sarà da passare qualche cosetta agli Interni. Ricordo indelebile. Forse quella sera ce ne siamo anche andati via prima.

(Andrea Biglia – per tanti anni giornalista del Corriere della Sera)

Quel pomeriggio ero a casa di un collega, che abita vicino al giornale. Aspettavamo altri giornalisti del Corriere della Sera per una riunione sindacale. Quella assemblea formato famiglia non ebbe mai luogo. Davanti alla tv, prima pensammo a una americanata, subito dopo capimmo. Non amo le ricorrenze né le commemorazioni, però è impossibile sfuggire al ricordo e alle impressioni di quell’evento. Anche perché segnò la vita professionale di alcuni di noi presenti a quella non riunione. Poco tempo dopo furono spediti a coprire le aree calde del globo. Io stesso finii prima in Sudan poi in Yemen. Cominciò per me la scoperta della vita reale del mondo islamico, della sua cultura, dei suoi pregiudizi e della sua ostilità soprattutto verso gli USA. E nel 2003 in Afghanistan, a dare il cambio proprio al collega che avrebbe dovuto presiedere la (non) riunione sindacale familiare. Da allora in Afghanistan ci sono stato 10 volte, fino al 2006. Per questo oggi sono addolorato per ciò che sta avvenendo a Kabul e dintorni, anche se non mi stupisco più di tanto. L’occupazione militare, soprattutto quella yankee, non ha saputo conquistare i cuori e le menti. Eppure ha lasciato il piacere della libertà.

(Costantino Muscau – per tanti anni uno degli inviati del Corriere della Sera)

Ricordo nitidamente quel martedì pomeriggio. E come potrebbe essere diversamente? Ero in redazione Motori alla Gazzetta e stavo parlando al telefono con Luca Cadalora, tre volte campione del mondo di motociclismo che aveva una rubrica fissa che commentava la gara della domenica precedente: Luca mi raccontava le sue impressioni, io le scrivevo, poi gli giravo quello che avevo prodotto per l’approvazione, visto che usciva con la sua firma.
Stavamo parlando e nel sottofondo della redazione c’era agitazione con tutte le Tv accese per cercare di capire quelle strane, incredibili immagini che arrivavano in diretta “breaking news” dalla Cnn. Un orecchio a Cadalora, un occhio alla Tv. Quando arrivano le immagini del secondo aereo che si schianta contro la torre: l’orecchio che seguiva il modenese si stacca e viene fuori lo stupore: “un aereo si è schiantato contro un palazzo di New York”, farfuglio… “aspetta un momento che accendo anche io la televisione” replica Luca. Un po’ commentiamo quello che succede davanti ai nostri occhi, un po’ quello che si era visto domenica in pista. Surreale… Finisce la telefonata, mi metto a scrivere, ma impossibile non restare allo stesso tempo attaccati all’attualità, tra televisione, agenzie, commenti, indiscrezioni. La Gazzetta il giorno dopo è uscita normalmente, ma il mondo non era più lo stesso.

(Filippo Falsaperla – per molti anni giornalista alla Gazzetta dello Sport)

Ignaro di quello che sta per succedere, alle 14.45 mi sto preparando per recarmi al lavoro. Turno pomeridiano con inizio alle 16.00.
Abito a circa venti chilometri e il tragitto in moto per l’hinterland milanese fino a raggiungere il capoluogo è sempre trafficato. La moto è pronta; indosso il casco e via.
Giunto al terzo piano entro all’ufficio helpdesk-sistemi, quello che una volta era chiamato “delle pareti gialle”.
Stranamente nessuno dei colleghi è seduto alle proprie postazioni ma sono tutti raggruppati davanti all’unico televisore, anche in questo caso stranamente acceso di pomeriggio.
Silenzio tombale.
Ancora con il casco in mano, esordisco con un fare un po’ strafottente dicendo: “Ma cosa sta succedendo? E’ scoppiata una guerra?”
Un collega si volta verso di me. Leggo sul suo viso lo sconcerto ma ha la forza di rispondermi: “Peggio”.

(Fabio Maerna – per 35 anni tecnico informatico presso l’ufficio helpdesk-sistemi del Corriere della Sera-Gazzetta dello Sport)

Nel 20° anniversario del nefasto atto terroristico alle Torri Gemelle di New York, la città di Pozzallo, pur in questo difficoltoso tempo di pandemia, l’11 settembre si unisce in preghiera per non dimenticare la morte del vigile del fuoco pozzallese Joseph Agnello che ha sacrificato la sua giovane vita per soccorrere le innocenti vittime dalla fiammata mortale della violenza.
Un legame carico d’anni e di fraternità unisce la città iblea ai Pozzallesi d’America, che già nel 1919 fondarono a New York la Società dei cittadini di Pozzallo, cui è dedicata una via della metropoli newyorkese.
Per non dimenticare al di là della anagrafica appartenenza che la disseminazione del terrorismo, sollecita, ora più che mai, a vincere la notte della pietà per abbattere l’indifferenza, il peso morto della storia, per dirla con Antonio Gramsci.
E fare memoria può sconfiggere l’indifferenza e spingerci consapevolmente a sfidare i mali, e sono tanti, del nostro tempo.

(Grazia Dormiente – scrittrice ed etnoantropologa)

“Ma che succede? Corri! Vieni! Un aereo, contro un grattacielo…. Corri, corri… Guarda, un altro aereo va sparato contro l’altra torre… Accidenti, sono le Torri Gemelle di New York… Ma no, non può essere vero, è un film, adesso lo diranno, roba da arrivo dei marziani… Ma no, dicono che è vero… c’è in giro un altro aereo dirottato… Mamma mia, è un attacco terroristico…. E nessuno riesce a fermarlo… Guarda, le Torri collassano…”.
Ero in casa tranquillo, immerso come sempre, nella lettura delle tragedie quotidiane che nella loro atroce ripetitività ci rendono quasi indifferenti. Questa dell’11 settembre per un po’ sconvolge ogni possibilità di confronto, ci rende sgomenti senza illusione che tutto si possa facilmente sistemare.
Ma no, non è la fine del mondo: è la continuazione del nostro mondo con altri tragici mezzi!

(Vincenzo Viola – docente di lettere in pensione. Attivo in diversi progetti culturali e di volontariato)

Eccome se lo ricordo quel primo pomeriggio dell’11 settembre 2001! Mi sono rimaste nitide nella mente i volti delle persone che avevo accanto, persino gli odori e i colori: fermi lì, come in una sequenza cinematografica che rivedi sempre uguale.
Il corridoio di fronte alla sala operatoria del Civile di Ragusa. La porta che si apre ed esce il medico che, togliendosi la mascherina, con largo sorriso fa: «Tutto ok» e posando la mano sulla spalla di mia figlia «Hai visto Giulia, è stato semplice e facile!»
Ma attorno, di colpo, andava creandosi una strana animazione. Infermieri e medici che andavano da un posto all’altro discutendo animatamente. Alcuni nella saletta accanto erano attorno ad un televisore che dava una edizione straordinaria del Tg.
«Un attentato a New York!»
«No, ce n’è ancora un secondo, Dio mio cosa succede!»
Arrivammo nella stanzetta di degenza, mentre mia figlia lentamente si risvegliava e cercava lo sguardo e la mano rassicurante della mamma.
Squilla il cellulare. Lo apro. Sento tuttora lo scatto dello startac, e lo riconosco (gli altri telefonini, decine, che ho avuto non li ricordo per niente). Dall’altro capo la voce di mio fratello:
«Accendi il televisore, perché il mondo sta venendo giù. Qualcosa di molto grave sta accadendo in America. E non si capisce dove comincia e dove finisce».
Mio fratello allora lavorava al ministero della difesa, a Roma, nel settore comunicazione.
Sentivo le parole ma non focalizzavo, pensavo che un attimo prima ero preso dall’operazione (una semplice appendicite: ma fatelo capire ai genitori che tutto quello che riguarda i figli, loro lo vivono a modo loro!), ora quelle immagini della prima torre che brucia e la seconda trafitta da un aereo che s’incrinava…

(Giuseppe Cultrera – scrittore e studioso di storia locale)

Avevo cinque anni quando le Torri Gemelle vennero divorate da due “missili” colmi di esplosivo e carne, indumenti, idee e sogni. A differenza di molti di voi, non venni travolto da quella colata di fuoco e detriti che piombò sulle strade perfettamente asfaltate di New York. Per molti anni ancora continuai a credere che nel mondo regnasse quella stessa pace che vi era in casa mia. Intanto il globo completava i suoi giri e quella mattina dell’11 settembre sbiadiva dal grande quadro dei dolori dell’occidente e i proclami, gli errori, i soprusi venivano coperti dalle sabbie del tempo, perdendo la dicitura
di cronaca e divenendo Storia. Sono trascorsi venti inverni d’allora, ho venticinque anni, la NATO ha appena concluso un conflitto del quale non aveva compreso la portata, una sconfitta rovinosa, quella che molti della mia generazione potranno chiamare il “nostro Vietnam”. L’occidente tutto si è inumato nella “Tomba degli Imperi”, migliaia di innocenti, desiderosi di pace, senza alcuna volontà di scegliere tra il talebano o l’americano, sono stati sepolti dalle montagne ferite dell’Afganistan. Oggi, udiamo il pianto di questi corpi celati dai veli neri del lutto. La loro costernazione non è diversa da quella che gli accorsi alla strage delle Torri Gemelle dovettero provare, la disperazione di coloro che sono saliti sulle ali dell’ultimo aereo partito da Kabul per poi precipitare nel vuoto non è diversa da coloro che si gettarono senza scampo dai due grattacieli nel 2001. Avevo cinque anni quando le Torri Gemelle vennero distrutte dal fanatismo, quando al dolore l’occidente rispose con altrettanto dolore.

(Vito Castagna – laureato in Storia, specializzando in storia medievale)

Era stata una lunga notte di lavoro, quella tra il 10 e l’11 settembre di vent’anni fa. Ospedale, guardia medica interdivisionale, chiamate per urgenze dai vari reparti; negli intervalli tra l’una e l’altra, la voce della coscienza («Avrò agito bene o no?») a tenerti sveglio. Alle otto del mattino “stimbro” e “ritimbro”: avanti fino alle due del pomeriggio, per il turno che competeva alla mia specialità, di riposo obbligatorio non si parlava ancora. Quando a casa mi svegliai dal breve sonno pomeridiano erano più o meno le sedici. Accesi la televisione, un occhio aperto l’altro ancora serrato; audio al minimo. La scena di un aereo che attraversava da parte a parte un grattacielo mi fece solo riflettere sul fatto che a me i film di fantascienza non erano mai piaciuti. Cambio canale: stessa scena. Ancora un canale: lo stesso film? Possibile? Aumentai il volume, spalancai l’altro occhio. La realtà – cruda, violenta, inimmaginabile – aveva superato la fantascienza…

(Nunzio Spina – medico e storico della medicina)

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14 Comments

  1. GIOVANNI+CALABRESE Reply

    Quel giorno ero a Rimini per un corso di Marketing e tecniche di vendita. Avevamo finito di pranzare e ci trovavamo a chiaccherare davanti un caffè quando iniziano a scorrere in una TV posizionata nella hall dell’albergo le prime immagini…non ci facemmo subito caso, ma a poco a poco ci avvicinammo per cercare di capire, l’audio era molto basso e vedevamo scorrere quasi solamente le immagini.
    Il primo sentimento.. incredulità, cercavamo di capire meglio, quando le immagini fanno vedere il secondo aereo che si schianta sulla seconda torre. A quel punto ci guardavano increduli impauriti e consapevoli che eravamo dinnanzi alla Storia. Un assordante silenzio invade la hall che si era intanto riempita di gente ma nessuno parlava, silenzio, solo silenzio….poi il crollo e con il crollo delle torri il crollo psicologico di tutti. Ricordo che quasi tutti scoppiammo a piangere.
    Due giorni dopo per rientrare in Sicilia entro in un Fiumicino deserto….silenzio…sul mio volo eravamo in 3….silenzio durante tutto il volo, neppure il comandante ha detto nulla.
    Durante il volo una hostess ad un certo punto scoppia a piangere, e di nuovo il silenzio, ed il pensiero per tutte quelle persone che hanno perduto la vita quel giorno…

  2. Ero a casa con un mio amico. Mi chiama mia madre, mi dice di accendere la televisione perché un aereo si è schiantato contro una delle due Torri Gemelle. Penso: «Come ha fatto il pilota a non vederla? Era ubriaco?». Per me il mondo è cambiato quel giorno. Oggi se un pazzo prende un camion e inizia ad investire la gente sappiamo che non lo fa perché è ubriaco, ma perché vuole uccidere intenzionalmente. Allora non era così scontato. Ho i brividi se ci penso.

    • Sebastiano D'Angelo Reply

      Ero alla vigilia di un lungo viaggio in Canada, felice ed elettrizzato per aver organizzato un tour che in ben 22 gg mi avrebbe portato nelle principali città di quell’immenso Stato, spaziando dall’Atlantico al Pacifico. Non solo Turismo, ma anche incontri e contatti con le comunità dei corregionali con cui ero in contatto da anni.Sarebbe stata la mia prima volta in Canada, paese che poi negli anni successivi visitai in lungo e in largo, in diverse visite Istituzionali come resp. dell’Ass. Ragusani nel Mondo. Ritornando a quel surreale p.m dell’11 settembre, mi apprestavo a tornare in ufficio quando al bar dove mi ero fermato per un caffè appresi dal monitor di una tv della tragica notizia. Ritornai in ufficio incredulo e sgomento come tutti, mentre la cronaca del susseguirsi degli eventi occupava ogni ns pensiero. Nelle more di percepire la gravità della tragedia, apparve chiaro che il ns viaggio sfumava, e lì la corsa affannata a disdire tutto e porre le condizioni per il recupero della somma versata, cosa che poi fortunatamente avvenne. Ma il cuore e ka mente di tutti era oscurata, e qualunque dettaglio della ns vita passava in secondo piano. Il destino del Mondo eta irrimediabilmente cambiato.

  3. Giuseppe Schembari Reply

    È stato un giorno memorabile per me e mia moglie l’11 settembre 2001, nel bene come nel male. Ci eravamo sposati e trasferiti a Senigallia da pochi mesi e quel giorno, insieme ad una coppia di amici arrivati dalla Sicilia, avevamo deciso di visitare la casa di Giacomo Leopardi, a Recanati. Era un pomeriggio splendido. Il cielo di un azzurro terso come capita di rado. La luminosità così intensa da rendere favolistica la cornice di quel magnifico “natio borgo selvaggio”. Una straordinaria atmosfera di pace e serenità sembrava invitarci a godere di ogni singolo attimo nella splendida casa-museo del grande poeta.
    Poi una telefonata dal fratello della nostra amica… lo stupore, lo sconcerto, l’incredulità per quelle notizie confuse, frammentarie, che sembravano arrivare come echi mostruosi da mondi lontani…
    Abbiamo deciso di avviarci verso casa, attoniti, con le orecchie incollate alla radio dell’auto. Saltammo distrattamente persino lo svincolo autostradale per la nostra città e ci ritrovammo 20 km più avanti, a Fano. In poche ore la netta sensazione di essere precipitati quasi all’inferno dopo aver toccato per un attimo il Paradiso.

  4. Vincenzo La Cognata Reply

    Avevo 7 anni, ma nonostante la tenera età il ricordo di quel giorno rimarrà indelebile nella mia mente. Mia madre stava preparando le crepes (quel giorno rimase l’ultimo giorno in cui le fece), e io guardavo in televisione quelle che al mio occhio poco attento sembrano immagini di un film… Quel film, però, era su tutti i canali…
    È difficile descrivere le sensazioni e i sentimenti di un bambino di 7 anni alla vista di una tragedia del genere, perché a quell’età ogni evento viene colorato con i nostri colori preferiti e i protagonisti vengono sostituiti dai personaggi dei cartoni… Io invece ricordo perfettamente gli odori delle crepes, la faccia incredula di mia madre, la canzone di Guccini in sottofondo e una strana e inspiegabile sensazione di disagio…

  5. Miriana Iacono Reply

    Governata dall’innocenza dei due anni, come ogni bambino della mia età, purtroppo non ricorderò mai nulla di quella giornata. Però, all’età di 15 anni dovetti ricoverarmi in ospedale, e in quei giorni accanto a me c’era un anziano signore. Come ogni compagno di stanza in queste circostanze si scambiano sempre chiacchiere di vita; un giorno dal viso rigato di lacrime l’anziano signore racconta a mia madre di aver perso un figlio proprio l’11 settembre. Il figlio faceva parte delle 2996 vittime civili dell’attentato alle Torri Gemelle. Da quel momento, con il cuore colmo di amarezza, ho scoperto cos’è il terrorismo e oggi ancor di più le mie ricerche si concentrano sull’attualità. Non dimentichiamoci che l’Afghanistan e Kabul sono “vittime” di quel 11 Settembre con gli americani che volevo rivendicare gli attentatori. Una guerra durata più di 10 anni che doveva concludersi in maniera simbolica per Joe Biden con il ritiro delle truppe Americane dal territorio straniero proprio l’11 Settembre 2021. I fatti raccontano di una “sconfitta” trascinandosi ancora una volta con sè la morte di civili afghani e di 13 soldati americani. Adesso, data l’allerta agli attacchi terroristici, chissà cosa accadrà il 22 Settembre 2021 a New York? Speriamo mai più nulla!

  6. Mariarita Barresi Reply

    L’11 settembre del 2001 non avevo ancora neanche compiuto due anni, di conseguenza non ho memoria di quella immane tragedia. I miei ricordi sull’attentato che sconvolse l’Occidente e la consapevolezza di ciò che accadde si formarono successivamente, attraverso i documentari, i libri di storia e i racconti dei miei genitori. La notizia, mi dicono, arrivò di sfuggita in un’occasione di festa e spensieratezza, ovvero al matrimonio dei miei cugini, e non vi si prestò molta attenzione. Lo sgomento si concretizzò solo dopo, una volta tornati a casa, ascoltando le notizie e osservando le immagini terrificanti riportate dai telegiornali.
    Sin da piccola, quando si parlava della caduta delle Torri Gemelle, pur senza capire cosa fosse accaduto e perché, percepivo la paura e lo smarrimento nelle parole di chi lo raccontava. In parte le stesse sensazioni che ho potuto provare poi in occasione degli attentati terroristici piú recenti rivendicati dall’Isis e la stessa preoccupazione che oggi suscita l’attuale condizione dell’Afghanistan.

  7. Giulia Cultrera Reply

    Avevo 9 anni, vedevo la preoccupazione e l’agitazione nei volti dei miei genitori, ma non ero in grado di capire realmente la tragica portata di quell’evento. È impossibile, per una bambina, comprendere davvero queste dinamiche. Anteporre il proprio interesse davanti a tutto e tutti, annientare fisicamente e psicologicamente qualcuno: sono sentimenti che, fortunatamente, non albergano nell’animo dei bambini. Non ne hanno ancora esperienza.
    La consapevolezza arriva soltanto quando si raggiunge la fase di disincanto. Si dice addio all’innocenza infantile e si fanno i conti con la realtà. L’11 settembre ha contribuito a cambiare il nostro immaginario collettivo e ha spazzato via una parte di innocenza da ognuno di noi.

  8. Non sono un assiduo amico della tv ma 11 settembre l’ho vissuto in diretta .
    Dopo vent’anni mi ripeto: impossibile che sia vero.

  9. salvatore laterra Reply

    Ricordo perfettamente l’11 settembre di 20 anni fa, mi trovavo a Lipari per qualche giorno di relax e dovevo rientrare a Chiaramonte. La notizia ci raggiunse sulla Messina-Catania, in quel momento nessuno immaginò l’entità della catastrofe.
    Solo dopo il riposo pomeridiano, al risveglio, intorno alle 19,00, acquisimmo consapevolezza della catastrofe.
    Inoltre ricordo che in quel periodo lavorava da me un ragazzo Tunisino, abbastanza sveglio, la sera alle 19,45 ancora si facevano solo ipotesi sugli autori degli attentati, lui subito mi disse Bin Laden.

  10. Mariapina Furnaro Reply

    Era il primo compleanno di mio figlio Giancarlo, in alcune foto sono state immortalate le scene del disastro che dava la TV,scene surreali che hanno indubbiamente influenzato i festeggiamenti

  11. Chiara Ottavianox Reply

    Che bella idea quella di fare partecipare a questa raccolta di ricordi tutti quelli che “c’erano”. Eravamo – chi di noi ha un po’ più di vent’anni- tutti o quasi di fronte a un televisore: avevamo le stesse identiche notizie, vedevamo le stesse immagini. Si era realizzata in quell’occasione il famoso “villaggio globale” ipotizzato da McLuhan, condividevamo attraverso lo schermo gli stessi sentimenti di stupore e sgomento per un evento sapientemente “vissuto in diretta” in tutto il mondo. Le attività ordinarie si sono interrotte per tutti. Io, affannata come sempre, ero arrivata in casa editrice Einaudi (curavo allora la versione in CD-ROM del Mussolini di De Felice) e trovo tutti, dal direttore all’ultimo stagista, davanti alla TV a commentare. Il primo grattacielo era stato già colpito. E poi ecco il secondo. Commentare immediatamente fu difficile. Sì, quelle immagini, sono proprio dei “marcatori di memoria”, c’è un prima e c’è un dopo.

  12. Olga Maerna Reply

    L’11 settembre 2001 avevo sei anni – erano gli ultimi giorni di vacanza prima dell’inizio della prima elementare.
    Come molti miei coetanei, stavo guardando un noto programma televisivo per bambini su Rai1. A un certo punto, il programma fu improvvisamente interrotto, dando spazio a un’edizione straordinaria del telegiornale.
    Indispettita, iniziai a cambiare canale, cercando qualche altro cartone, ma ovunque trovavo le stesse immagini: un aereo che si schiantava contro un edificio molto alto, da qualche parte in America.
    A quel punto ero più infastidita che mai: possibile che non si potesse nemmeno vedere un cartone!
    Ero a casa di mia nonna, e solo quando mia madre, tornando dal lavoro, mi passò a prendere, dalle battute che si scambiò con mia nonna capii che forse era successo qualcosa di grande.
    Gli eventi che seguirono sono, per me, il mio ricordo in assoluto del “mondo”: il primo evento di portato internazionale di cui abbia ricordo, il primo che mi ha portato a confrontarmi con qualcosa che fosse al di fuori del mio nido.
    E come me, anche migliaia di miei coetanei di qual giorno ricordano soprattutto quel programma di Rai3 interrotto improvvisamente.

  13. E chi se lo scorda. Poco dopo le ore 15 dell’11 settembre 2001 ero salito sul treno che dalla stazione di Santa Maria Novella a Firenze mi avrebbe ricondotto a Bologna, credo si trattasse di un Eurostar, come si chiamavano i treni veloci che precedettero le Frecce. Avevo partecipato alle prove per un tour in Germania e Svizzera con un gruppo musicale di Firenze col quale allora collaboravo; ero parecchio stanco e mi sedetti al mio posto. Tutti nella vettura parlavano della stessa cosa, con aria sbigottita e preoccupata. Ancora non c’erano i tablet e gli smart, ma di sicuro qualcuno aveva saputo, o dalla TV di un bar prima di salire sul treno, o da amici e parenti al cellulare. La prima cosa che mi venne in mente fu che all’incirca un anno prima mi trovavo proprio sotto le Twin Towers di New York City a fare foto, anche in quel caso in coincidenza d’impegni musicali. Il tour tedesco venne differito di alcuni giorni, e non ricordo esattamente i dettagli ma dovemmo anche cambiare le modalità del viaggio; ciò che ricordo perfettamente è che portammo a termine il giro di concerti ancora frastornati da quell’assurda tragedia.

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