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di Grazia Dormiente

«Simile ad un fiume di pace,
il Natale rappresentato negli Iblei
varca confini e limiti»

Il Natale, nonostante le evidenti lacerazioni del tempo presente, resta la grande festa del­la coralità, poiché riaccende una speranza di pace che riguarda davvero tutti. Così le città iblee, quasi per un tacito consenso, rievocano il fascinoso affresco delle tradizioni natalizie, riscoprendo il valore identitario dei luoghi e dei segni della memoria. Basti pensare alla dif­fusa consuetudine di allestire il presepe vi­vente, autentico teatro di domestica quoti­dianità, che continua ad esprimere il senso della partecipazione comunitaria alla rituale figurazione della nascita del Redentore, cuo­re pulsante della memoria di un mistero.

Dal presepe di Custonaci (foto: Michelangelo Mascellaro)

Il Natale, infatti, è memoria del mistero dell’In­carnazione. Anche Pozzallo da qualche tempo, ha scelto, di rappresentare dal vivo la Natività di Gesù. Il presepe vivente della città del mare, ideato ed allestito dalle associazioni giovanili, fa rivivere tra i suoi pastori, affiguranti familiarità di tratti, di ge­sti della cultura materiale iblea, anche calafa­ti, pescatori e marinai, non solo come figure connotative della sua tradizione marinara, ma anche come ambasciatori capaci di pro­pagare sul vasto orizzonte mediterraneo la speranza di pace delle narrazioni presepiali dell’entroterra.

Se proviamo a sfogliare l’album dei ricordi della città marinara non solo riaffiorano i luo­ghi e gli interpreti delle trascorse rappresentazioni presepiali, ma ritornano pure le ragio­ni portanti del valore della memoria come chiave di lettura del vissuto festivo comunitario.

I numerosi figuranti animano, infatti, scor­ci di vita quotidiana riproposta con quella ma­gica semplicità che coinvolge ed emoziona. Riprendono vita antichi mestieri come il cia­battino intento a realizzare un paio di zoccoli e sandali e il cannizzaro (canestraio) che in­treccia canne e polloni d’olivastro per farne cruedde e panari. Sulla barca ormeggiata il pescatore rammenda ed arma le sue reti. Nel­la cucina le donne ravvivano il fuoco nel forno a legna e continuano ad impastare il pane sul­la legnosa «briula», ripetendo gesti antichi e ri­tuali propiziatori. Il suono della «ninnaredda» si diffonde dolcemente in spazi reinventati, dove riecheggia pure la voce del mare ad or­chestrare  una ritrovata e nostrana Betlemme.

(foto: Itaca Notizie)

Sebbene, d’anno in anno, siano diversi gli spazi destinati ad accogliere la Natività e tutti i personaggi della simbologia cristiana del presepe, «immutato resta tuttavia l’impianto complessivo della rappresentazio­ne, l’idea della comunità – come scrive Anto­nino Cusimano – la sostanza narrativa del viag­gio inteso come percorso simbolico verso la grotta ma anche come ricerca attraverso la memoria delle origini e dell’identità». La tra­dizione del Natale, rievocata rappresentando il presepe vivente, dimostra quanto coinvolgen­te sia il messaggio di pace, soprattutto in con­siderazione dell’attuale situazione di guerra che non risparmia neppure Betlemme, il sacro luogo della «Natività». In questa prospettiva il Natale ibleo assume un particolarissimo significato in questo 2023, anno in cui eccelle l’attualità di Giorgio La Pira, infaticabile operatore di pace a re­spiro universale, nato a Pozzallo nel 1904.

Anche l’itinerario tracciato dai superstiti zampognari si snoda al suono d’antiche armo­nie, memorie della memoria, lungo le strade tremolanti di luci, che, baluginando e scomparendo, ci rimandano da un paese ad un altro a riscoprire l’«avventura» natalizia, senza il filtro della stasi figurativa.

L’impianto iconografico tradizionale è stravolto, piegandosi ai voleri di una ri­gorosa, anche se nostalgica, regia che ha già modellato le pietre e le case, che ha tracciato i percorsi delle mutate condizioni storiche, che ha ritratto determinate situa­zioni sociali.

(foto: InSiciliaReport)

Il Natale, rappresentato come segno itinerante, ricompone i luoghi della storia, della civiltà, dell’arte, dove il passato continua a sostare, irradiando l’identità isolana compromessa dall’impetuoso azzeramento dei simboli e dei segni festivi operato dalla civiltà contemporanea. Forse la rappresentazione presepiale, la cui usanza permane in molti paesi della Sicilia, rivive nella metafora del tempo che patina uomini e cose ed assolve ancora all’indicibile bisogno di ritrovare la forza per affrontare la nascita, come origine, come destino, come ritorno. Che è il segreto celato dagli occhi assorti e stupefatti dei piccoli e dei grandi dinanzi allo spettacolo del presepe.

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1 Comment

  1. interessante e precisa descrizione con dovizia di termini per una lettura che scorre piacevole

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