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di Giuseppe Cultrera

La triste vicenda personale della nota pittrice sembra proprio attirare esposizioni in cui lo stupro viene spettacolarizzato fino a diventare pornografia del dolore, rubando la scena alla qualità artistica. (Exbart)

La mostra Artemisia Gentileschi: coraggio e passione, in corso al Palazzo ducale di Genova, continua a suscitare un dibattito che si nutre degli umori e riletture delle vicende di cronaca recente e antiche. Come spesso accade, un momento, progetto o discorso che dovrebbe essere prevalentemente culturale deborda a polemica, talk show, chiassata dove ognuno dice la sua (in primis il popolo della rete che di arte, eugenetica, sanscrito, cucina bio, ecc. ecc. è equamente edotto e critico). Va da sé che non entreremo nel merito della mostra che gran parte della critica d’arte e degli esperti hanno giudicato negativamente: anche per l’approccio alla vicenda umana della pittrice caravaggesca.

Artemisia e il Pandoro
Una sala della mostra Artemisia Gentileschi: coraggio e passione (Genova)

D’altronde gli organizzatori (che, mi sa, un po’ ci speravano sulla polemica acchiappa pubblico) qualche inciampo l’hanno cercato “attraverso una sala dedicata, allestita a rievocare la stanza in cui avvenne l’aggressione, con letto sporco di sangue, proiezioni video che si tingono di rosso e addirittura audio delle dichiarazioni tratte dal successivo processo, che per Artemisia fu a dir poco umiliante. Questo evento terribile viene trattato in chiave morbosa, spettacolarizzante e a tratti quasi celebrativa, per pura necessità di marketing. Di certo profondamente offensiva e svilente nei confronti di chi queste violenze le ha subite e, ancora oggi, le subisce sulla propria pelle” (Cristina Chiesura, storica dell’arte). E femminista, per completezza: ma ciò non toglie che le sue critiche, anche se passionali, siano congrue. Difatti curatori e organizzatori sono intervenuti dialoganti e pronti a chiarire e correggere eventuali sfaccettature.

Artemisia e il Pandoro
Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni, 1610 c. Castello di Weißenstein – e (a destra) Giuditta che decapita Oloferne, 1612 – 1613, Museo di Capodimonte, Napoli

E qui ci fermiamo. Anche perché di mostre, pubblicazioni, studi, specie sul processo per stupro al pittore Agostino Tassi, amico di famiglia (toh suona quasi familiare), ce ne sono stati parecchi e, per lo più, migliori di quella in corso. Artemisia Gentileschi (Roma 1593 – Napoli post 1653) figlia di Orazio pittore caravaggesco di levatura, fu artista per scelta di vita, donna di grande coraggio (l’accusa e il conseguente processo al suo stupratore, la videro vittoriosa ma umiliata e offesa) madre e moglie dinamica e attiva in una società ostile al genere femminile quando cercava parità di diritti. Un personaggio, insomma, che merita d’essere conosciuto come pittrice e come donna del suo tempo. E, come dicevo, ci sono buoni testi, anche recenti; opere sue in molti musei italiani e, spesso, buone mostre a nostra disposizione.

Invece voglio proporvi un’angolazione diversa di lettura, meno scientifica magari, ma curiosa e interessante. Artemisia che propone la propria immagine. Una istantanea, un selfie diciamo.

Artemisia e il Pandoro
Artemisia Gentileschi, Autoritratto in veste di Pittura, 1638- 1639, olio su tela, Londra, Kensington Palace

In quest’autoritratto del 1638. Quindi, ha 45 anni ed è una donna già matura, specie per quei tempi; ma appare giovane e bella, compresa la ciocca sbarazzina che fluttua leggera, lo sguardo teso al ritocco e all’immagine propria riflessa nello specchio, perché in effetti lei è l’allegoria della Pittura. E come è consentito alle influencer di oggi di far uso del photoshop per rendere la propria immagine veicolabile lo era e fu per i comunicatori del passato. Un manuale pronto all’uso e molto utilizzato dagli artisti, dal Rinascimento al Barocco e oltre, fu l’Iconologia di Cesare Ripa, con centinaia di tavole che riproducevano simbologie e metafore di tutte le figure e situazioni. Guardate adesso la stampa che rappresenta la Pittura: il pennello, teso a dipingere in una mano e nell’altra i rincalzi pronti, l’eleganza ricercata degli abiti, l’acconciatura classica dei capelli, il gioiello-amuleto che le pende al collo.

Artemisia e il Pandoro
Cesare Ripa, Iconologia, 1603 – Cesare Ripa, Iconologia: Allegoria della Pittura. Tavola xilografica – Artemisia Gentileschi, Autoritrattto, 1638

Artemisia nel suo autoritratto indossa l’iconologia dell’artista figurativa. Ci svela chi è realmente, cosa vuole, cosa ha fatto e vorrà fare, nella sua vita e della sua vita. Una giovane e sempre bella donna, che ama ed esercita la pittura: lo indicano non soltanto i pennelli e la tavolozza ma quel sigillo al collo, una catena d’oro con appesa una maschera greca da teatro, simbolo degli artisti. Le vesti eleganti e armoniose palesano la sua condizione economica agiata.

I segni e i simboli dicono più delle parole e dei documenti. Come lo smartphone per la Ferragni. Pure se, fra trecent’anni, il curatore della sua retrospettiva collocherà al centro dell’installazione – quale archetipo e tipo della sua e nostra epoca – il famigerato pandoro.

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