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di Redazione

Troviamo alcune originali notazioni sul Natale ibleo in una scrittrice del secolo scorso che non era siciliana, e ragusana era divenuta in seguito al matrimonio col nobile La Rocca Impellizzeri: quella Ester Manari che sul finire dell’Ottocento compilò uno studio etnoantropologico dal titolo La contea dì Modica, usi e costumi, inviato nel 1907 al Pitrè che lo apprezzò e lodò.

«Qui — scriveva la Manari — non si festeggia in egual modo il Natale, ed i cari bambini non sono festanti perché nulla aspettano. Gesù nascente non porta loro il saluto augurale! I doni li ricevono dai loro estinti nella triste notte dei Morti, fra l’angoscia e il terrore, quando, come bianchi spettri vaganti nelle ombre, passano e li depongono. Sono le mamme, le zie, che silenziosi li portano, mentre i bambini, non sempre bene addormentati si rannicchiano tra le coltri spaventati. Al mattino è un frastuono assordante di trombette, di tamburi, di evviva, di grida festanti, come un ultimo giorno di carnevale. E mentre il cuore dovrebbe essere rattristato per il ricordo e la commemorazione dei cari perduti, deve partecipare all’allegria inopportuna dei propri bambini festanti».

E la scandalizzata settentrionale coglie non uno ma due aspetti «originali» del nostro Natale: questa connaturata convivenza dell’elemento morte con l’elemento vita, rappresentato dalla nascita del Bambin Gesù e dall’inizio del nuovo anno, e l’anticipazione della data di inizio delle feste natalizie al mese precedente.

Sul tema della morte e della vita contemporaneamente presenti nel vissuto quotidiano dell’isola del sole, la letteratura siciliana del Novecento avrebbe giocato la sua originale carta stilistica e letteraria, da Pirandello al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, fino a Sciascia e al nostro Bufalino (del quale ricordo un articolo su Epoca, dedicato alle feste religiose, dove tale polarità veniva suggestivamente evidenziata).

aspetti del natale ibleo
La Contea di Modica di Ester La Rocca Manari. Altra sua opera poetica. Antica dimore della nobile famiglia La Rocca a Mazzarelli (Marina di Ragusa)

Sembrava strano ancora, alla Manari, come fosse quasi del tutto assente l’elemento corale e laico della festa: «E nemmeno si usa alzare il tradizionale abete, l’albero consacrato da secoli alle gioconde feste di Natale, scintillante di variopinti lumi e carico di dolci e di doni, che i bambini circondano con danze giulive… Nulla di tutto questo, che l’anima del settentrionale ingentilisce e rallegra.»

E aggiunge a giustificazione della sua analisi: «Il Natale qui si compendia nella festa religiosa in chiesa, nei giuochi d’azzardo in società e nello straordinario lavoro di paste dolci in famiglia».

Queste note venivano scritte, tra fine Ottocento e inizio Novecento e rimarcavano un connotato più incline al privato e al familiare nella festa.

aspetti del natale ibleo
Simone Ventura, Adorazione dei magi, primi del Settecento (Chiaramonte Gulfi, Chiesa Madre)

Ma non sottaceva, nello stesso tempo, che nei comuni della Contea le funzioni religiose divenivano pretesto per sfociare in rappresentazioni «fra il dramma parlato e la pantomima».

Sopravviveva, e aveva il sapore del tempo andato e la suggestione di una favola perpetua, la «novena», con rituali e armonie codificati nel tempo. Aveva inizio il 16 dicembre e, come ancora avviene in diversi paesi del Ragusano, era rappresentata da un gruppo spontaneo di musicanti che andavano di porta in porta ed elargivano, a chi ne faceva richiesta in cambio di una spontanea e spesso modesta mercede, la magia di un «ninnarò», un breve collage di motivetti natalizi. Venivano da fuori invece i pastori suonatori di cornamuse i ciaramiddari: molti erano calabresi o dell’entroterra messinese.

La cucina iblea esprimeva il meglio di sé in occasione del Natale. I dolci di casa erano la specialità predominante e venivano esibiti, offerti e distribuiti, anche a estranei, in abbondanza e di continuo. L’abbondanza di cibo era un segno esplicativo della festa; in questa occasione quasi tutte le famiglie ammazzavano il maiale, allevato per quella ricorrenza, e dopo averlo disossato ne traevano le carni migliori; per le festività, lavoravano il resto come salsiccia e «suppirsatu» che asciugati col calore e affumicati venivano conservati fino alla primavera. Alcune specialità venivano pure commercializzate: «L’aranciata, la cedrata, la mostarda e la giuggiolena (dolce di sesamo) sono le specialità di queste contrade delle quali se ne fa grande commercio in questa sola epoca dell’anno – testimonia la Manari – specialmente con la piazza di Palermo».

aspetti del natale ibleo
Arturo Barbante, Pittura popolare della Natività, serigrafia, 1991

Ma la rappresentazione figurativa del Natale era nel presepe; esso più di ogni altro segno natalizio era indicativo della classe sociale; umili figurine di rozza terracotta per le classi popolari; più raffi­nato, magari con ceramiche calatine o figurine di cera, se proprietà di possidenti o agiati artigiani; infine composto da figurine di elegante fattura e tecniche miste (ceramica, legno intagliato e stoffa) se il destinatario era un nobile o un ricco possidente.

Nel ragusano erano numerose le botteghe di cirari, abili artigiani che modellavano nella cera le figurine o interi presepi; ma specialmente Bambin Gesù, di diverse dimensioni, che nel periodo natalizio venivano venduti, oltre che nelle bancarelle delle fiere paesane, all’ingresso delle chiese, agli angoli delle strade principali. Certamente nessuno, o solo qualche anziano, ricorderà che a Ragusa, sul finire del secolo scorso e l’inizio del nostro era rinomato mastro Puzzu Scagghiuni che, come la famiglia Colosi, fabbricava Gesù Bambino in cera, angeli e santi patroni delle città iblee. O Vincenzo Mazzerbo, nato nel 1881 a Vittoria e operante a Ispica, dove molti dei suoi bambinelli ed ex voto sono presenti nelle due chiese principali. Lo stesso Salvatore Puccio, assieme ai figli Giuseppe e Bonaventura, che come mestiere prevalente era «stampasanti» e scultore, e operò a Chiaramonte tra inizio e fine Ottocento, non disdegnò di costruire presepi o modellare figurine in cera e terracotta. Il figlio Giuseppe tra, fine Ottocento e inizi Novecento, costruì decine di questi artistici presepi con struttura monumentale e svariate figurine in terracotta. Ancora alcuni sono tuttora funzionanti, pronti a ogni Natale: facendo rivivere attraverso personaggi del mondo contadino ibleo del secolo scorso, quel lontano evento che promette giustizia e pace.

 

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