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di Sebastiano D’Angelo

Nella lunga storia del Premio Ragusani nel Mondo, Giovanni Siciliano, imprenditore venezuelano di grande talento, ma di origine vittoriese, ha scritto una bella pagina di amore e attaccamento quasi viscerale alla propria terra di origine. Testimoniato dai tantissimi viaggi nella nostra isola e dalle numerose iniziative di solidarietà di cui si è fatto interprete sin da quel lontano 28 agosto 2001, quando ricevette il Premio. E nonostante fosse avanti negli anni e fiaccato da numerose malattie, non mancava mai l’appuntamento annuale del Premio. L’ultimo dei quali nel 2015, quando la morte purtroppo lo ha colto a poche settimane dal ritorno nella sua Caracas.

A monte di tutto la sua grande intraprendenza imprenditoriale all’interno di un contesto socio economico di difficile coesistenza, quale quello del Venezuela, con le tragiche incertezze legate ad un regime autocratico e illiberale a partire dall’ultimo scorcio del XX⁰ secolo.

(A sinistra) Giovanni Siciliano nel momento della premiazione nell’edizione del 2001

Nato a Vittoria nel 1927, all’età di 5 anni, si trasferì a Ragusa con la famiglia, segnalandosi subito come giovane brillante e promotore di svariate iniziative nel campo socio-ricreativo. Poi, a guerra mondiale finita, subisce l’irresistibile attrazione del sogno americano, e nel 1950 si imbarca alla volta del Venezuela. Qui inizia a lavorare a Barquisimeto come apprendista imbianchino. Ma la sua spiccata vocazione all’imprenditoria lo porterà, nel giro di pochi anni, a creare la sua prima azienda edile con l’acquisizione di piccoli appalti per conto terzi. e diventando in breve tempo un’impresa di successo.

Con la moglie Maria Grazia

Nel 1953 si trasferisce a Caracas per aprire una fabbrica di calce, importando dall’Italia le attrezzature e i macchinari necessari. Ad inizio anni ’80 è la volta di una fabbrica di oggetti in legno. Poi la definitiva affermazione grazie alla creazione di una cartiera per la produzione di carte filigranate. Un’impresa eccezionale che si affermerà in pochi anni come la più importante in campo nazionale e, addirittura, in tutto il Centro America. L’unico fornitore ufficiale del Governo venezuelano di valori bollati e carte artistiche e pregiate. Un successo, anche grazie alle sofisticate tecnologie, rigorosamente italiane, e alla collaborazione dei migliori maestri cartari sudamericani.

I premiati dell’anno 2001. Giovanni è il terzo da destra

Un classico esempio dell’estro imprenditoriale degli italiani emigrati all’estero che, peraltro, ha resistito alle insidie espropriatici della politica statalista venezuelana. Anche dopo il suo trapasso, grazie alla moglie Maria Grazia, per anni contitolare delle imprese, e i suoi tre figli.

Ma Giovanni Siciliano lo vogliamo ricordare anche per il suo forte impegno nel settore sociale dell’associazionismo d’emigrazione. Sua l’idea di “Casa Sicilia”: la prima associazione siciliana in Venezuela di cui è stato animatore infaticabile, attraverso svariate attività sociali e all’insegna dei valori della comune tradizione ed origine. È stato anche membro fondatore del Centro Italiano Venezuelano di Caracas. Prestigiosa istituzione e punto di riferimento, negli anni d’oro, di ben 30.000 italiani, grazie alle molteplici strutture sociali e sportive che ne fanno, tutt’ora, una cittadella italiana unica nel mondo.

L’area sportiva del Centro Italiano Venezuelano di Caracas (foto La Voce d’Italia)

Personalità schiva e riservata, insignito nel suo paese dell’Alta onorificenza al Lavoro,  si opporrà sempre orgogliosamente al regime autocratico e populista di Chavez, lasciando un ricordo ancora vivo sia nel suo paese d’adozione che nel ragusano, presso i numerosi amici e familiari che, in vita, lo hanno stimato e circondato di affetto.

Foto banner con il figlio Mauricio e uno dei nipoti

di Vito Veninata

Il brillante succeso dell’edizione del 1967 spinse i migliori piloti del Sud ad assicurare la loro presenza. Oltre ad Alfio Gambero vincitore dell’edizione precedente, si diedero battaglia l’esperto Domenico Scola su Abarth 2000 Sport ed il giovanissimo Ignazio Capuano che, dopo due anni di incontrastati successi, aveva sostituito la sua Porsche Carrera 6 con la più prestazionale ma impegnativa Carrera 10.

Ignazio Capuano su Porsche Carrera 10, vincitore mancato nel 1968 (Corso Kennedy)

Il percorso di gara era stato ulteriormente migliorato, sia per quanto riguardava il fondo stradale, che la sicurezza. La presenza di tantissime protezioni (guard-rail), lo aveva reso un piccolo circuito e, alla maniera appunto dei circuiti, da parte degli appassionati e dei piloti era stato dato un nome a tutte le curve!

Panoramica del percorso

Così come a Monza esistevano le curve di Lesmo, la variante Ascari, la parabolica e il rettilineo dei box, i piloti iblei parlavano dello strettissimo ponte ‘ra Baruna’ che immetteva sul lungo rettilineo della ‘esse’ successiva, impegnativa e velocissima, della curva del ‘Frantoio’, del primo tornante, di quello successivo del bivio del Santuario, delle famosissime ‘4 Cappelle’, del tornante che seguiva e immetteva in un tratto veloce che portava al tornante della ‘Timpa’ (penultimo), del velocissimo tratto delle ‘Case Popolari’, dove il sogno era quello di tenere giù il piede dell’acceleratore. Anche se, in verità, pochi ci riuscivano. Era in quel tratto che spesso si decidevano le sorti della gara. Le capacità di guida dovevano essere assecondate da un buon assetto della vettura che andava particolarmente curato per quel tratto. L’ultimo tornante portava finalmente al traguardo.

Salvatore Calascibetta su Abarth 1000 SP, quarto assoluto nel 1968

La vittoria assoluta arrideva al più bravo e fortunato. Il sottoscritto nel 1975 e nel 1976 riuscì a conquistare un ‘onorevolissimo’ (cosi disse la stampa locale) secondo posto, che mi servì solo a ricordare che il secondo è solo il primo degli… sconfitti!!

L’edizione del 1968 (22 settembre) si svolse alla presenza di oltre ventimila spettatori, in una bella giornata di sole e fu una delle tante interessanti e combattute ‘Monti Iblei’.
Il bravissimo Capuano, dopo una gara impeccabile che quasi lo avrebbe salutato vincitore incappò, alla penulima difficilissima curva, in un pericoloso testacoda che non gli permise di raggiungere il traguardo.

Domenico Scola

Vinse Scola, che forse era stato più prudente e non aveva commesso alcun errore. Alle sue spalle Lo Turco, Calascibetta e Gambero. Ottimo il comportamento di tutti i piloti ragusani, ma un elogio particolare va rivolto agli organizzatori: Comune di Chiaramonte, Ente Provincia, ACI Ragusa. A dirigere quest’ultimo, l’ACI di Roma aveva designato un validissimo giovane funzionario, il dott. Antonio Vittorio, che fino al 1971, servendosi opportunamente dell’esperienza e disponibilità di alcuni giovani dipendenti dell’ACI di Ragusa (Titta Belviso, Elio Russino, Franco Moltisanti, Saro Lami, Raffaele Licitra) si era prodigato con fare encomiabile per la felice riuscita della manifestazione.

Un momento della premiazione del 1968

Nel 1969 riscontriamo l’assenza di Domenico Scola (impegnato altrove) e di Ignazio Capuano. La scuderia Pegaso di Palermo evitava accuratamente lo scontro in tamiglia fra i due “cognatini d’oro’ Capuano e ‘Codones’ che disponevano dei mezzi più potenti e competitivi esistenti al tempo in Sicilia.

Fu pertanto il turno del fortissimo ‘Codones’, ​​su Ferrari Dino 206 S.
Dietro questo pseudonimo ci celava uno tra i migliori piloti della storia dell’auto in Sicilia: il giovanissimo Ferdinando Latteri. Nato nel 1945, a vent’anni iniziò l’era dei suoi successi con una potente Ferrari 250 GTO da 3000cc. per passare subito dopo alla Dino 206S, e concludere infine con una Alfa Romeo 33TT da 3000cc.

Ferdinando Latteri (‘Codones’) su Ferrari 250 GTO

Il buon Ferdinando fece invero tutto a gran velocità. Si laureò in Medicina e sulle orme del padre si specializzò in Chirurgia nel 1973. Nel 1975 diventa docente presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia di Catania, arrivando a ricoprire la prestigiosa carica di Rettore della stessa Università tra il 2000/06. Ebbe anche una carriera politica da deputato nazionale (1987/1994 – 2006/2011)

Ancora l’ex Rettore dell’Università di Catania, Ferdinando Latteri su Ferrari Dino206S (tornante bivio santuario)

Alla ‘Monti Iblei’ del 1969 rientrava dopo uno spaventoso incidente sul circuito di Imola con una Porsche 906 spaccata in due e gravi ferite riportate. Disponeva di una aggiornatissima Ferrari Dino 206S. Problemi al cambio lo costrinsero al secondo posto. Vinse il concittadino ed amico Mariano Spatafora su Abarth 2000 Sport con un buon margine di vantaggio.

Latteri si rifece ampiamente nel resto della stagione, ma in cuor suo aveva già deciso l’abbandono dalle corse. Una scelta per molti versi inspiegabile, accompagnata dal fermo proposito di non guardare mai più al suo glorioso passato e chiudendo per sempre con un mondo che gli aveva dato tanto ma che aveva rischiato di prendersi tutto! Morì a soli 66 anni. Eravamo amici e l’ho incontrato tante volte, ma di corse mai più una parola.

Tornando alla gara ottima vittoria di classe per il ragusano Giovanni lacono (Fiat 500 Giannini) e del vittoriese Girolamo (Mimmo) Bertone nella classe granturismo 1600 con una Alfa Romeo ottimamente preparata dal giovanissimo suo concittadino Salvatore Lombardo.
Bertone vincerà l’edizione successiva, mentre Lombardo collezionerà una serie infinita di successi sia come pilota che come preparatore.

Mariano Spatafora, vincitore assoluto, fu rapito qualche anno dopo (1971) a scopo estorsivo. Anche per questo abbandonerà le corse per dedicarsi alla gestione del patrimonio di famiglia.

Il Marchese Mariano Gutierrez di Spatafora, vincitore assoluto nel 1968, fu sequestrato nel 1971 a fini estortivi

L’edizione del 1970 vede come meritatissimo trionfatore il giovane pilota vittoriese Mimmo Bertone che al volante di una agile formula Tecno Ford riusci a mettere dietro le più potenti Abarth 2000 Sport di Domenico Scola, ‘Amphicar’ e Vincenzo Virgilio.

Grandissimo entusiasmo per il folto pubblico ibleo, letteralmente impazzito nel vedere al vertice della classifica un giovane locale. II buon Mimmo compiva in quella data 25 anni ed aveva ottenuto con la sua vettura un solido terzo posto nel campionato italiano di formula Ford per i colori della “Scuderia Italia”.

Girolamo (Mimmo) Bertone vincitore dell’edizione della Monti Iblei del 1970

Più in sordina l’edizione del 1971. Si ripresentava il bravo Bertone, questa volta alla guida di una potente formula 3 (Brabham Ford), che però non riusciva a ripetere l’exploit dell’anno precedente per noie meccaniche, dando via libera all’ottimo ‘Amphicar’ (al secolo Eugenio Renna).

Eugenio Renna (‘Amphicar’) su Chevron 2000 vincitore dell’edizione del 1971

Circa 30.000 spettatori si assieparono lungo i tornanti della collina chiaramontana per assistere alle prodezze degli oltre 200 partenti.
Purtroppo, malgrado la buona volonta degli organizzatori, ci fu qualche carenza: la partenza, fissata per le 9:30, venne ritardata, seguirono delle lunghe interruzioni e la gara si concluse ben oltre le 14:30.

Il Corso Europa pieno di spettatori nei primissimi anni ’70

Fortunatamente, anche se con il malcontento del pubblico presente, l’esame venne superato. A dirigere l’edizione del 1972 fu chiamato il Dott. Cono Mollica, da tempo funzionario dell’Aci di Ragusa. Una certa inesperienza circa i rapporti con le scuderie siciliane ridusse a circa 150 il numero dei partenti e anche questa volta ci furono numerose interruzioni.

Il pubblico, sempre numeroso, salutó il successo dell’Abarth 2000 Sport di Raffaele Restivo, brillante avvocato palermitano e figlio dell’omonimo ministro.

Raffaele Restivo su Abarth 2000 Sport vincitore nel 1972 (in Corso Europa vicino all’Arrivo)

Nel 1973 il palernitano ‘Frank McBoden’ spezzò la lunga egemonia delle Abarth affermandosi con una nuovissima Chevron Ford 2000. Pur non migliorando Il tempo delle precedenti edizioni vinse agevolmente, favorito dalle negative vicissitudini in cui incorsero i palermitano Ferlito, tradito dal motore della sua Abarth e il sottoscritto (Chevron 2000), rimasto con il cambio bloccato in terza velocità a circa metà percorso.

La curiosa Lancia Fulvia barchetta F&M con cui Matteo Sgarlata conquistò il terzo posto assoluto nel 1972

Grande fu la delusione del numeroso pubblico per questo mancato duello. Partito per ultimo incontrai tanta folla sul percorso, che per incoraggiarmi e applaudire mi creò non pochi problemi. L’apposita Commissione di Vigilanza stigmatizzò il comportamento dell’Organizzazione. Questi problemi portarono alla mancata effettuazione dell’edizione del 1974
(link alla terza puntata. Cliccate qui) (link alla quinta puntata. Cliccate qui)

Frank McBoden su Chevron 2000 vincitore assoluto nel 1973
Un giovanissimo Benny Rosolia secondo assoluto nel 1973 con una Lancia Fulvia Zagato 1.3 (4 Cappelle)

 

 

di Letizia Dimartino

C’è umido adesso sulla vallata Gonfalone, si sfiocca in nuvolette basse, il temporale è vicino. Tuona sui paesi lontani degli Iblei. I campanili riccioluti e fieri delle chiese sembrano più immobili e chiari nella loro pietra. La città è silenziosa in questa domenica di settembre. Viene voglia di coperte, di TV accesa e abbandonata, di libri aperti, di giornali sfogliati a metà. Il verde sottobosco è del colore della mia vestaglia, Ragusa ferma. Un lampo rosa la illumina, i monti grigi grigi. Alberi immobili e lo sguardo di noi che di notte facemmo sogni improbabili. Oggi scriverò e poi penserò, e sarà bello in questa penombra.

(Foto archivio G. Colosi)

di Giuseppe Cultrera

Nell’area iblea la personalità e l’opera del letterato Serafino Amabile Guastella (Chiaramonte 1819 – ivi 1899) fu predominante nella seconda metà dell’Ottocento. Molti dei suoi discepoli ne furono influenzati. Specialmente Saverio Nicastro del Lago, anche lui scrittore e poeta, che progettò e curò l’opera omnia. Editore ne fu il compaesano Giuseppe Vacirca (1891 -1966) che con il giovane aiutante Giovanni Fornaro (1912 – 1996), gestiva una piccola tipografia di Chiaramonte, già appartenuta ai Fratelli Ferrante.

L’opera prevedeva tre volumi di grande formato di circa 300 pagine ciascuno. In realtà venne stampato solo il primo volume e fu (mi raccontava don Giovannino Fornaro che ne fu il diuturno compositore) un flop; anche l’intervento economico del “Sindacato Autori e scrittori della provincia di Ragusa”, garantito dal Nicastro, si rivelò fittizio.

cultura
S. A. Guastella. Stampa colorata di G. Puccio. 1899. – Copertina del primo volume delle OPERE del Guastella.  Ritratto fotografico di Saverio Nicastro del Lago

Di stampare gli altri due volumi, pertanto, non se ne parlò più.

Anzi quella catasta di quinterni da rilegare, man mano che arrivavano le richieste di copie, divenne d’impaccio nei locali, mai abbastanza capienti per la tipografia.

Sicchè un giorno –me lo raccontava, parecchi anni fa, lo stesso don Giovannino che era divenuto proprietario – si stufò di quel cumulo ingombrante di carta stampata che sottraeva spazio al lavoro e alle macchine:

 «Lo regalai al vittoriese della pescheria di S. Giuseppe, che spesso veniva in tipografia a chiedermi ritagli di carta inutilizzabili. Per un paio di giorni trafficò a svuotare l’angolo dove c’erano oltre 500 copie, in migliaia di ottavi sciolti».

Così i quinterni del primo volume dell’Opera omnia del Guastella finirono nella pescheria di don Neli per un uso che è facile intuire. Le sparute copie, in giro, restano a testimoniare un’utopia. Come, la fine esemplare delle altre, il limite di ogni progetto culturale. E un monito.

Il ministro di Berlusconi sintetizzava: Non è che la gente la cultura se la mangia! Che poi è l’ironico e caustico “carmina non dant panem” dei latini. (Ecco perché è un peccato trascurare lingua e cultura latina. Ma è inopportuno rammentarlo a quanti, inopinatamente, si sono occupati di scuola e beni culturali).

cultura

 

di Ariane Deschamps

È uscito il nuovo libro di Giuseppe Leone dal titolo evocatore “Pausa Pranzo”. Non ci si deve soffermare però sul titolo, perché c’è molto di più che una semplice “pausa”. C’è il racconto di una vita, la voglia di condivisione, sicuramente l’auspicio del ritorno a fare comunità.

Così come la società contadina e operaia è cambiata radicalmente negli ultimi decenni, anche il pranzo ha avuto il medesimo destino. Un rito attraverso il quale, fin dalla notte dei tempi, ogni individuo in famiglia aveva la possibilità di raccontarsi attraverso gesti e parole, silenzi e sguardi. Ma anche nella solitudine davanti ad una tazza di latte, in cucina, era pranzo e godimento.

Giuseppe Leone in uno scatto di Ariane Deschamps

Bisogna prendersi tutto il tempo necessario per osservare scatto per scatto e assaporare ogni istante del viaggio spazio-temporale di una Sicilia così ben narrata dall’autore. Colpisce da subito la verità di questi momenti, così spontanei, che rimandano alla nostra stessa esperienza di gente del sud: la condivisione del pane sotto gli ulivi dopo la raccolta delle olive, o la domenica della tavola allungata e dalle pietanze infinite (vivo in Sicilia da quasi 30 anni e mi considero a pieno titolo siciliana).

Chi conosce bene la Sicilia non avrà alcuna difficoltà a cogliere gli ossimori che la rendono unica. Nei contrasti, troviamo i sorrisi dei bambini della prima comunione, dei padri e delle madri con i loro figlioletti, i pranzi nelle umili taverne o nei ristoranti eleganti, la seggiola arrangiata per rifiatare, nelle vigne. Individui di ogni classe sociale si offrono allo sguardo di chi sa cogliere dettagli e sfumature. Mentre la tavola diventa il luogo più intimo in cui forse ci si può dimenticare, per un momento, delle responsabilità e delle difficoltà della vita.

Il Maestro ci consegna anche dei frammenti intimi di personaggi conosciuti, del passato o contemporanei: Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino, Vittorio Sgarbi, Dacia Maraini e altri che hanno caratterizzato, nel bene e nel male, la storia di questo paese negli ultimi decenni. Nella condivisione, li si scopre forse più umani, meno inarrivabili, a tratti quasi familiari.
Occorre anche osservare attentamente le “scenografie” in cui avvengono queste “pause pranzo”: nelle piazze come nei campi, nelle strade come sui muretti a secco, nei saloni eleganti come nelle case in costruzione. Ovunque ci si trovi può arrivare l’occasione della “pausa pranzo”, che è un invito a ri-tornare al piacere della condivisione, poiché in quei momenti è semplicemente un tornare ad essere.

Dunque non un semplice libro di ricordi immortalati negli scatti d’autore di Peppino Leone, ma un commovente viaggio interiore, ancorché nei costumi di un popolo, tra ricordi ancora colmi di odori e di gusti.

di Redazione

Per le elezioni? Due belle strisciate di foto tessera per otto protagonisti: Berlusconi, Meloni, Salvini, Letta. Conte, Renzi, Calenda, Bonino. Chissà le espressioni che farebbero se li mettessimo insieme nella cosiddetta Photomaton. Ripercorriamo, brevemente, la storia di questa rivoluzionaria invenzione. La prima macchina automatica fu installata a New York nel 1926, mentre il 20 giugno 1928 debuttano a Parigi ben cinque cabine.

Dobbiamo aspettare quasi 40 anni per trovarle in Italia. 1962, Galleria Alberto Sordi (ex Galleria Colonna) compare la nostra foto tessera automatica. La striscia verticale di 4 foto in bianco e nero costa 100 lire e il tempo di consegna è di 3 minuti. Per la stampa viene adottato un sistema di sviluppo diretto, cioè senza negativo, con un processo molto simile a quello manuale con bracci elettromeccanici rotanti, chiamati “carousel”, che immergevano la carta nei relativi processi di sviluppo, sbianca, fissaggio e risciacquo.

Con l’avvento del colore negli anni ’80, la società brevetta il processore T5 che utilizza dei rulli per far passare la striscia foto nei vari bagni chimici, eliminando così molti problemi di diffusione di sostanze chimiche e, contemporaneamente, stabilizzando la qualità del prodotto. Agli inizi degli anni ’90, le cabine fototessera vengono dotate dei primi computer e l’introduzione del formato 10×15 finisce per sostituire il classico formato.

Nella seconda parte degli anni ’90, con l’arrivo del digitale, le cabine fototessera vengono dotate di una nuova rivoluzionaria carta a “sublimazione termica” (o trasferimento termico) che determina il progressivo abbandono della tecnologia chimica. La tecnologia digitale permette alla società detentrice del brevetto in Italia di sviluppare un procedimento di riconoscimento facciale per la stampa di foto a norma ICAO, (International Civil Aviation Organization) valide per tutti i documenti di identità.

Le cabine fototessera vengono installate soprattutto nei luoghi pubblici e si attivano con l’inserimento di monete. Le cabine fotografiche tradizionalmente possedevano un sedile regolabile, progettato per la persona o le persone che dovevano essere fotografate disposte di fronte alla fotocamera. Quando si inseriscono monete si attiva il processo: la macchina scatterà una serie di fotografie, differenti o uguali fra loro. A volte, prima di ogni foto, la cabina fotografica produce un segnale, ad esempio una luce o un segnale acustico, per avvisare il cliente dello scatto imminente.

Dopo l’ultima immagine della serie (di solito tra 3 e 8) l’apparecchiatura inizia a sviluppare le copie fotografiche, prendendo alcuni minuti nelle vecchie cabine fotografiche analogiche, ora con la tecnologia digitale in molto meno tempo. La dimensione e la forma di queste impressioni variano in base alla configurazione della macchina o scelta dell’utente. I paesi con la più grande infrastruttura di cabine fotografiche sono Regno Unito, Giappone, Francia e Italia. Più di 9000 sono quelle installate in tutta Europa dalla società produttrice italiana che ha sede ad Ariccia.
A proposito, le foto dei nostri protagonisti che si contenderanno il ruolo di Presidente del Consiglio sono venute quasi tutte sfocate…

di L’Alieno

Circa un anno fa scoppiò tutta una polemica sui cumuli di spazzatura denunciati da Selvaggia Lucarelli in vacanza a Noto. Tanti accusarono la giornalista di voler fare solo del protagonismo, invitandola a farsi i fatti suoi e a rompere i cabbasisi altrove. Ma cosa è cambiato da un anno a questa parte?

È cambiato sí qualcosa, ma in peggio. Le discariche a cielo aperto, dopo un anno, sono cresciute in misura esponenziale, facendoci fare una storica figuraccia di fronte ai tanti turisti che hanno affollato la nostra isola per tutta l’estate. Ma noi non ci siamo strappati le vesti più di tanto. L’assuefazione allo schifo alla fine ha prevalso. E non c’è angolo di Sicilia dove questo problema non abbia assunto una piega drammatica.

Ne hanno parlato con toni sconfortanti diversi blog e siti giornalistici italiani ed esteri. Niente. Le discariche abusive, spesso nelle piazzole di sosta delle strade, lì erano e lì sono rimaste. In altre parti d’Europa il dibattito sarebbe stato feroce e avrebbe coinvolto politica e società civile tra polemiche infuocate. Ma da noi sembra aver riscosso quasi più interesse la morte della Regina Elisabetta.

Apro una parentesi. Risulta perlomeno bizzarro tutto questo interesse per una regnante straniera, anche se ha rappresentato un lungo pezzo di storia (con diverse ombre, a dirla tutta). Ancora più bizzarro per un paese che del suo Presidente della Repubblica Mattarella, probabilmente non conosce nemneno il nome della moglie e quanti figli abbia. Ma capisco che i figli non sono né Principi, né Altezze reali. E le mogli non sono affascinanti, sofisticate (e litigiose) “femmes fatales” come la Markle e la Middleton.

(Sopra) La Regina Elisabetta, i suoi nipoti e le rispettive mogli. (Sotto) Il Presidente della Repubblica con la figlia Laura e la moglie Marisa. Mattarella ha anche due figli maschi, Bernardo Giorgio e Francesco. (foto corriere.it)

Torniamo però alla spazzatura sicula. Mi chiedo quanta importanza sta avendo questo tema nella presente campagna elettorale per le regionali. A me sembra molto poco. Quanti e quali partiti hanno le idee chiare sul da farsi per risolvere, una volta per tutte, questo gravissimo problema? Solo indicazioni vaghe. Nulla di più.

Pare proprio che i temi ambientali non interessino granché in Sicilia, né i partiti né la società civile, a parte qualche realtà ambientalista. Sembrano essere molto più interessati i turisti che vengono da lontano e rimangono basiti due volte arrivati nella nostra isola: uno per la sporcizia, l’altro per il nostro fatalismo indolente.
“Amma pinsari sempri o mali?”. Il problema è così risolto alla radice.

(Foto Corriere della Sera)
Marina di Acate. Plastica seppellita nella spiaggia (foto Capitaneria di porto di Pozzallo)

di Vito Veninata

La sospensione di tutte le gare automobilistiche su strada, a seguito dei luttuosi eventi del 1957, aveva indotto le autorità internazionali preposte a nuove e più rigide norme riguardanti la sicurezza dei percorsi di gara.

Il giovanissimo Vito Veninata con la sua Fiat 500 da corsa tra i tornanti della ‘Monti Iblei’

Anche la prestigiosissima “Targa Florio” era stata retrocessa a gara di regolarità disputata in extremis il 24 novembre 1957. L’Automobile Club di Palermo però, già il 2 maggio del 1958, sapientemente l’aveva riportata ai suoi fasti mondiali. In verità agli inizi degli anni ’60 tutti gli ACI di Sicilia avevano inserito nei loro programmi anche più di una cronoscalata. L’ACI di Ragusa stava a guardare! Ci si limitava a iscrivere a calendario le due prove (una di regolarità ed una di velocità) disattendendo regolarmente gli impegni.

Una Fiat 850 Abarth ‘Nurburgring’ alla partenza

La storia ci racconta che la manifestazione del 1967 viene presentata come la 11ª edizione quando invero si tratta solo della terza. II vicino A.C.I. di Siracusa, invece, oltre ad una “Tre ore notturna” sul mitico circuito, organizzava addirittura due cronoscalate (Avola-Avola Antica e Val d’Anapo-Sortino).

L’Alfa Romeo Giulia TZ Zagato di Lo Piccolo, secondo classificato

Nel 1964, fortunatamente, aveva assunto la presidenza dell’A.C.I. ibleo il barone Dr. Domenico Arezzo, personaggio storico dell’automobilismo ragusano, spinto da adamantina passione e istintivamente portato alla considerazione del bene comune. Nel 1941, insieme al fratello Carmelo, era partito volontario in guerra ed era riuscito, durante la disfatta, a salvarsi. Non cosi fu per il fratello, morto durante la campagna di Russia.

Fu subito varata la 7ª edizione dell’Autogiro di regolarità nel 1965 (in verità si trattava solo della 2ª edizione) con buoni risultati. Dei 52 partenti più della metà erano ragusani! Mentre si continua a rinviare, malgrado gli impegni presi, la realizzazione della cronoscalata.

Il ‘parco chiuso’ in Piazza SS Salvatore

Brevemente il motivo dei continui rinvii. A dirigere l’Aci di Ragusa era stato inviato da Roma un giovane direttore, certamente destinato ad una fulgida carriera, ma che non intendeva assolutamente rischiare il suo futuro per qualche improvvido ‘scivolone’ nell’organızzazione della ‘Monti Iblei’.
Il buon Dr. Raffaele Caracciolo resistette fino all’8 ottobre del 1967 (c’era già stato un precedente rinvio), poi finalmente avrebbe ceduto nel dare il via. Oltre al barone Arezzo, in nome dell’A.C.I, e alla Provincia Regionale di Ragusa, bisogna evidenziare il grandissimo contributo che sotto tutti i punti di vista diede l’avv. Nello Rosso, sindaco di Chiaramonte, che fortissimamente si adoperò per l’ottima riuscita della manifestazione.

L’avv. Nello Rosso, a quel tempo Sindaco di Chiaramonte, in un momento della premiazione.

Importantissimo fu anche il ruolo degli sportivi locali, alcuni dei quali giá dediti all’attività agonistica. La Presidenza dell’A.C.I. diede espresso incarico a me e al mio amico Giovanni Di Maria, che venivamo da un’intensa attività agonistica (il sottoscritto dal ’65 al ’67 avevo disputato oltre 20 cronoscalate, vincendone la metà), di servire tutto su un piatto d’argento. Immediatamente fu redatto un regolamento di gara, fu presentata una planimetria e un altimetria del percorso, redatte da mio padre, l’ing. Filippo Veninata. Furono contattati i cronometristi locali diretti da Vincenzo Lorefice, venne realizzato un servizio di validissimi radioamatori (Dr. Nino Greco) e organizzato un efficiente servizio di radio diffusione su tutto il percorso (speaker Elio Alberino).

Un altro momento della premiazione. Il primo a destra l’Avv. Prof. Gaetano Nicastro

Da pilota già esperto suggerì quattro capisaldi per una buona riuscita: rispetto dell’orario di partenza prefissato; chiusura del percorso almeno due ore prima; esclusione di qualsiasi interruzione se non per fatti gravissimi; chiusura della manifestazione entro i termini previsti; premiazione da effettuare immediatamente dopo la gara per consentire ai partecipanti un comodo rientro a casa. Fui ascoltato in pieno: gradì anche Caracciolo!

Il percorso di gara, accorciato nella fase iniziale (era stato ridotto a km 5,200) offriva tutta la sicurezza del caso grazie alla fattiva opera dell’ufficio tecnico della Provincia Regionale massiccio (ing. Ignazio Civello): asfalto quasi interamente rifatto e posizionamento massiccio di ‘guard-rail’.

Il giorno della gara gli spettatori si radunarono a migliaia lungo i tornanti, la splendida giornata di sole ne premiò l’entusiasmo e la passione in uno scenario incantevole. Alla fine il sindaco Rosso era raggiante: aveva ottenuto per la sua Chiaramonte qualcosa di veramente grande. La prova fu vinta dal catanese Alfio Gambero della scuderia Etna, che a bordo della sua Abarth OT 1300, percorse l’intero percorso in tre primi e cinquanta secondi. Alle sue spalle le Alfa Romeo Giulia tubolare Zagato di Pietro Lo Piccolo e Carmelo Giugno, più potenti ma meno agili della Abarth di Gambero.

La bianca Abarth OT 1300 di Alfio Gambero alla partenza

Una gara nella gara fu quella disputata fra le piccole 500 superpreparate. Su circa 30 cinquecentisti i piloti ragusani (Wan, lacono, Dimartino, Cilia e Di Giacomo) occuparono i primi cinque posti. Un vero successo. Dietro lo pseudonimo di Wan si celava l’estensore delle presenti note. Un bravissimo tecnico sciclitano (Guido Boscarino) mi aveva messo a disposizione una vettura certamente competitiva, il resto lo misi io stravincendo con quasi cinque secondi di vantaggio. Tantissimi considerato il lotto di avversari! Al traguardo c’era mio padre ad attendermi e nessun premio fu per me più grande dell’abbraccio che mi diede.Tra i partecipanti vincitori di classe il chiaramontano Nunzio Melfi (Lancia Fulvia 1300 rally) e il modicano Giovanni lemmolo su Mini Cooper 1000.
Con la sontuosa premiazione presso la sede del Comune di Chiaramonte, gremita di pubblico e partecipanti, si era definitivamente chiuso un periodo ‘nero’ dell’automobilismo ibleo e si era aperto un ciclo brillante che tante soddisfazioni avrebbe dato negli anni a venire. (Link alla 2ª edizione del 1957) (Link alle edizioni 4ª-9ª)

Un’altra Abarth OT 1300 (in Corso Europa)

 

ovvero
Jimmy vs Saul

di Giulia Cultrera

Better call Saul rasenta la perfezione. La scenografia, le inquadrature, i cambi di scena sono pura poesia. Tutto è disposto in un ordine preciso, segue schemi e logiche che si ricollegano a Breaking Bad o che sono funzionali allo svolgimento della trama. Un prodotto fine e accurato che – lasciatemelo dire – mette quasi in ombra il gran lavoro fatto con la serie madre.

Perché qui parliamo di un’opera più matura, ben studiata e rappresentata, che richiama perfettamente personaggi, vicende o anche solo accenni fatti in Breaking Bad.better call saul

Inutile negarlo, gli spin-off portano sempre con sé il peso della serie madre. È impossibile non fare continui confronti che, il più delle volte, non reggono il paragone con lo show originale.

Ma non è questo il caso. Better call Saul ha un ritmo lento, si sofferma sui dettagli, ama contestualizzare le situazioni ed entrare gradualmente nella psiche dei protagonisti e dei personaggi secondari. Lo stesso andamento moderato che, guarda caso, ritroviamo nelle prime puntate di Breaking Bad.

Lo spettatore deve assaporare ogni istante, avere un quadro d’insieme. Soltanto in seguito può essere risucchiato nel groviglio di eventi.better call saul

La cosa bella degli spin-off è che sappiamo come si evolveranno alcune vicende. La cosa brutta è che, pur sapendolo, ci affezioniamo comunque a determinati personaggi e attendiamo con paura la fine della serie. Perché più ci avviciniamo all’epilogo di Better call Saul e più temiamo per l’incolumità di quei personaggi che sappiamo già non esisteranno in Breaking Bad.

Kim per prima: un personaggio nuovo, con una grande caratterizzazione e una trasformazione in negativo che rimanda a quella affrontata da Walter White nel diventare Heinseberg.

Un passaggio di testimone che ritroviamo fin da subito nel protagonista. Ma a differenza di Walt e Saul, Kim è l’unico personaggio che riesce a non farsi risucchiare completamente dagli eventi. Si assume le sue responsabilità e cerca redenzione.better call saul

E, non a caso, il momento in cui Kim esce di scena coincide con il punto di non ritorno per Jimmy.

Ci ritroviamo catapultati indietro di anni, alla prima apparizione di Saul in Breaking Bad. Perché adesso esiste soltanto Saul Goodman.

Gli episodi conclusivi di Better call Saul non lasciano spazio a dubbi o speranze: sappiamo già che non potrà finire bene per il protagonista. La vittoria di Saul equivale alla sconfitta di Jimmy, e viceversa. In qualche modo, una parte di lui perderà comunque.

Tutto ciò che può fare è sfoderare la sua formidabile dialettica e trasformare l’aula del tribunale nel suo show personale, conducendo – ancora una volta – le redini del gioco.better call saul

di Letizia Dimartino

Quando dal mare di Messina tornavamo a Ragusa si giungeva a Ibla in un pomeriggio che prometteva pioggia. Avevamo attraversato i monti, li avevamo visti scurirsi, il mare ormai lontano. Altri alberi, altro verde. E subito incontravamo il Duomo di San Giorgio, roteato nella piazza in salita e solo, solissimo. Nessuna persona nei vicoli. La nostra Giulietta stanca di viaggiare.

A casa, dopo più di un mese, ci attendeva la buca della posta traboccante cartoline degli amici: saluti da Roma, con Colosseo e piazze. La vicina di casa raccontava di temporali all’ora di pranzo, di nuvole squarciate dai lampi rosa, di tuoni nelle vallate. Dormivamo con il lenzuolo e mettevamo una giacchetta sulle spalle. Andavamo nelle masserie prima del tramonto, mangiando un biscotto di mandorle. Avrei voluto un amoretto, un timido pensiero, il sogno dell’età. Mettevo un cerchietto nei capelli neri, compravo libri di scuola, traducevo versioni di latino mentre la città si illuminava piano e il tempo si fermava, lento.

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