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di Giuseppe Cultrera

Alcune settimane fa ho dedicato la rubrica ‘A prescindere’ a un curioso edificio esistente nel territorio chiaramontano in contrada Sperlinga, noto come ‘Cupola’. Sulla funzione e tipologia, lamentavo l’assenza di notizie pur avanzando alcune ipotesi.

Mi telefona, qualche giorno dopo la pubblicazione dell’articolo, l’amico Salvatore Palmeri di Villalba, dicendomi di avere la risposta sia della funzione che della tipologia del reperto. Uno degli ultimi proprietari del Fegotto – al limite del cui territorio si trova la Cupola – era stato un suo anziano zio appartenente alla famiglia Iacono di Vittoria, erede per parte di moglie di don Evangelista Rizza. Costui parecchi anni fa gli aveva raccontato che a far costruire quell’edificio circolare con cupola allungata era stato lo stesso don Evangelista Rizza, quale posto di controllo ed esazione di pedaggio, comoda garitta per la persona o le persone deputate all’ufficio.

Villa Fegotto

E perché questa richiesta di pagamento di un pedaggio? Perché la famiglia Rizza aveva costruito una strada interna al suo feudo (tuttora esistente) che metteva in comunicazione lo stradale Vittoria – Cannamellito con l’altro sul lato opposto Chiaramonte – Licodia. Questa “scorciatoia” era molto comoda per i bordonari, contadini e viaggiatori vari: sicché a coloro che volevano percorrerla veniva richiesto un contributo.

un trullo a Chiaramonte Gulfi
La “Cupola” di Contrada Sperlinga e particolare dell’interno

Mi riferiva, inoltre, un’interessante confidenza dello zio relativa all’originale forma del fabbricato. Sembra che il giovane Evangelista Rizza, curioso e appassionato studioso, fosse rimasto colpito dalle originali costruzioni presenti in Puglia, specialmente ad Alberobello (va detto, tra l’altro,  che questo interesse per i trulli, nella seconda metà dell’ottocento, fu comune a parecchi turisti e studiosi). Fu così che, quando decise di costruire la postazione di controllo al limite occidentale del suo feudo, propose al progettista l’immagine del trullo che lo aveva affascinato e incuriosito anni prima in Puglia. Ed ecco svelato il mistero di questo strano “fungo” sorto sul finire dell’ottocento in territorio di Chiaramonte.

un trullo a Chiaramonte Gulfi
L’onorevole Evangelista Rizza e un’altra immagine della “Cupola”

In effetti, la struttura trae solo ispirazione dal trullo: sia l’impianto costruttivo (non a secco ma con malta e intonaco) che la tipologia (più mediorientale che indoeuropea) declinano un tema stilistico eclettico. Lasciandoci uno spiraglio di mistero e la libertà di approdi fantastici. Scampato all’agguato del progresso, acquattandosi sotto il viadotto parzialmente deviato, riemerge scrollandosi sterpaglie, detriti e immondizie furtive: thòlos, trullo, cubbola araba o quel che vogliamo vederci.

un trullo a Chiaramonte Gulfi
Trulli di Alberobello

Si ringraziano: Salvatore Palmeri di Villalba (per le notizie); Manuela Distefano (per le foto).

di Redazione

Domanda legittima. Ma con tutti i problemi che abbiamo in questi anni (non occorre un minuzioso elenco) come mai la redazione di oltreimuri.blog scrive di Belle di faccia?
Intanto cos’è Belle di faccia? Procediamo con ordine.

Mara Mibelli, impiegata di 33 anni, e Chiara Meloni, illustratrice di 39, sono due amiche che nel 2018 hanno creato l’account Instagram Belle di faccia, seguito da oltre 45mila followers, con lo scopo di sensibilizzare sui temi dell’accettazione del grasso. Ora è stato editato un libro Mondadori (18 euro). Quindi piluccando su internet abbiamo trovato alcune considerazioni che volevamo sottoporvi per affrontare un argomento, che all’apparenza sembra banale, ma in realtà crea parecchi disagi a una larga fetta di popolazione.

(Da sx) Chiara Meloni e Mara Mibelli

Su vdnews.tv c’è un interessante intervento di Manuela Murgia che riportiamo in parte. “‘Tu sei bella, di faccia’, è questa la micro aggressione velata da un complimento che le ragazze grasse si sentono rivolgere troppo spesso per fare finta di non capirne il sottotesto: il tuo corpo non può essere considerato desiderabile. Chi commenta il tuo corpo deve capire che quel comportamento non è accettabile“. E per farglielo capire a volte basta un po’ di ironia: “Non ti farebbe male perdere un po’ di peso! A meno che tu non mi debba trasportare fin sull’Himalaya sulle spalle, dubito che la cosa ti riguardi” accennano Mibelli e Meloni.

Se la nostra società considera il grasso qualcosa di non ammissibile lo si deve alla grassofobia: un insieme di pensieri e azioni basati sul preconcetto.
Su Vanity Fair intervistate da Valentina Colombo segnaliamo le risposte più rimarchevoli.
Che conseguenze ha la grassofobia?

“La grassofobia è la paura, il disprezzo e la discriminazione verso le persone grasse. Comprende sia la percezione negativa del grasso, la paura di diventarlo, che il pregiudizio verso chi lo è. Secondo questi pregiudizi le persone grasse sono pigre, ingorde, sporche, poco professionali, non in salute, senza autocontrollo, dipinte come disgustose, ridicole o come casi umani da compiangere, questo anche a causa della rappresentazione mediatica che ne viene fatta. Varie ricerche hanno dimostrato che la grassofobia ha serie conseguenze sul modo in cui le persone grasse vengono trattate in ambito medico, professionale e persino giuridico”.

È solo un problema di bullismo?
“No, la grassofobia si manifesta in modo più sottile: come il complimentarsi con la perdita di peso di qualcuno perché dimagrire è sempre inerentemente positivo e, senza sapere se la perdita peso sia volontaria o dovuta a fattori che vanno al di là del nostro controllo, viene sempre percepita come una svolta felice. Sconosciuti, senza sapere nulla di te, danno per scontato che se sei grassa mangi come un procione da un cassonetto e si sentono di darti consigli non richiesti su alimentazione e attività fisica. I datori di lavori, in fase di colloquio, non ti assumono perché “non di bell’aspetto” o adducendo motivazioni come ‘la sua immagine non è in linea con quella del brand’, il personale medico fa spesso diagnosi superficiali basandosi solo sul peso del paziente. I luoghi pubblici non sono pensati per accogliere persone che superano un certo peso, e anche i mezzi. Insomma, la discriminazione ha varie dimensioni che vanno ben oltre un problema di autostima».

Per concludere un piccolo problema, ma neanche tanto piccolo, è prodromo di discorsi un po’ più dettagliati. Un po’ di tolleranza e indulgenza forse ci farebbero riflettere su questioni più complesse (non occorre un elenco accurato) che attanagliano il quieto vivere dei giorni nostri. Riflettiamoci, grazie.

di L’Alieno

Che c’entra il movimento no-vax con l’estremismo nero? A quanto pare c’entra, eccome. I fatti di sabato, ma la questione era nota anche prima, gettano una luce tetra di contiguità con un movimento sempre più a corto di argomenti e sempre più voglioso di buttarla in caciara.

Ma c’è qualcosa che disgusta ancora di più, se possibile, rispetto alla piccola frangia di bulletti che vi ha posto il cappello politico e straparla di libertà, mentre assaltano le sedi sindacali e inneggiano ad un’ideologia liberticida. È l’atteggiamento dei tanti “giustificazionisti del MA“. Quelli che condannano qualcosa o qualcuno aggiungendo subito dopo un MA che apre a ragionamenti in conflitto insanabile con le premesse.

L’assalto alla sede della CGIL romana e i disordini di sabato scorso

Un pericoloso partito che conta su una base numerica solida nel nostro paese. Che sembra avere un’opinione confusa su tutti i temi caldi del momento ed è politicamente sbilanciata verso gli estremi, soprattutto a destra. Però si vergogna un pochino a mostrarsi di volta in volta apertamente favorevole alle violenze, all’intolleranza e al disprezzo per la diversità.

E così è stato anche per i fatti di sabato, in cui lo squadrismo di Forza Nuova (che andrebbe sciolta d’autorità) ha trovato la pronta giustificazione nel MA di tanti che fascisti non sono: “Non si fanno queste cose, MA il ministro Lamorgese ha sbagliato… MA la misura è colma… MA si è tirati troppo la corda… MA il green pass è una porcata…”

I paladini della “libertà” di Forza Nuova. (In alto a destra) Tre dei leader del neo-fascismo italiano: Arone, Fiore e Castellino.

In tutto questo fiorire di MA non poteva mancare quello dell’ineffabile Giorgia Meloni. Partita alla volta della Spagna per arringare gli amici franchisti di Vox, tirata per i capelli, ha condannato goffamente le violenze del “sabato fascista” con un surreale MA ignorante la matrice ideologica dei violenti. 

Udite udite, la Presidente di FdI ignorerebbe il pensiero politico dei camerati Castellino e Fiore o l’ex terrorista dei NAR, Aronica o, ancora, quella dei suoi stessi sodali di partito Fidanza e Jonghi Lavarini (il “barone nero” milanese).
Potrebbe mai risultare credibile?

L’Alieno è una rubrica settimanale tenuta da Giuseppe Schembari (uno dei quattro fondatori del blog)

di Vito Marletta

È il sentimento che pervade l’animo della più parte dei suoi abitanti: la rassegnazione. I siciliani, però, non solo assecondano questa loro arrendevole natura. Non sarebbe sufficiente a determinare la tragedia. Non sarebbe sufficiente a nascondere le proprie incapacità. Ad ogni occasione, sistematicamente, scatta il riflesso pavloviano del vittimismo. E allora, di volta in volta, diventiamo vittime del fato, dei Borboni, dei piemontesi e del Re, dello Stato Repubblicano centrale sempre troppo lontano e insensibile.

Amara rassegnazione – Rita Demattio, 2010

L’esempio, plastico, ci viene dall’attualità. Qualche giorno fa la Regione Sicilia ha perso 422 milioni di euro (qualcuno stima addirittura 756) stanziati dallo Stato nel PNNR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) per le infrastrutture irrigue. Soldi che dovevano servire a migliorare il sistema di irrigazione a sostegno dell’agricoltura siciliana.

I progetti sono stati presentati dai Consorzi di Bonifica di tutte le province siciliane. Per chi ha voglia e tempo di scoprire cosa siano e cosa facciano questi enti c’è ampia letteratura, anche giudiziaria. Qui vi diciamo solo che costano 73 milioni di euro l’anno di solo personale ma non hanno trovato tra i 2000 dipendenti nessuno capace di finalizzare l’iter progettuale. Tant’è che hanno dovuto incaricare dei tecnici esterni per controllare la qualità e regolarità dei progetti. 31 progetti presentati. 31 progetti bocciati. Non è bellissimo?

(foto da ansa.it)

Nessun progetto è stato approvato perché non ha soddisfatto i criteri che la stessa Regione Sicilia aveva determinato insieme alle altre regioni e allo Stato.
La Sicilia ha perso anche stavolta un’occasione e  con essa svariati milioni di euro ma in moltissimi, politici (in questo caso di destra, ma in Sicilia ahimè non è questione di colore politico), giornalisti e gente comune inveiscono contro lo Stato centrale cattivo che anche stavolta “schifìa” i siciliani e la loro terra. Eppure, senza andare tanto lontani, la Calabria ne ha avuto 20 di progetti approvati.

Un vittimismo che nasconde insipienza e inettitudine. Allora tutti i siciliani sono insipienti e inetti? Certo che no. Ma evidentemente devono esserlo coloro che  prendono le decisioni e coloro che, per scelta o girandosi dall’altra parte, glielo consentono, per poter perpetuare l’eterna pantomima dell’essere vittime e senza speranza.

di Sebastiano D’Angelo

Nella lunga storia del Premio “Ragusani nel Mondo”, è stato sicuramente uno dei personaggi più empatici, effervescenti e vulcanici. Parliamo di Luca Giurato, ragusano per parte del padre, di cui in pochi conoscevano le sue reali origini iblee. Riempì con la sua esuberanza la scena del Premio in quel lontano 4 settembre del 2009, edizione peraltro segnata dalla prestigiosa presenza a Ragusa della Banda dei Carabinieri, la prima di tre fortunate tournée (le altre nel 2011 e nel 2017).

Luca Giurato (foto da altranotizia.it)

A presentare l’evento fu una giovane seppur affermata quanto bellissima Caterina Balivo, in una Piazza Libertà strapiena di spettatori fino all’inverosimile. Ma chi era Luca Giurato? Giornalista, conduttore di Talk show, intrattenitore sempre richiesto nei principali salotti televisivi, giocava spesso a fare il mattacchione, a volte anche ai limiti di una sia pur controllata insolenza. Personaggio molto popolare, sapiente interprete dell’arte di stupire il telespettatore e bucare il video, è stato sempre attratto irresistibilmente dal fascino femminile. Numerose storie, alcune ai limiti della fantasia, si raccontano sulla sua fama di tombeur de femmes.

Insieme a kathy Chiavola

Le sue origini di giornalista risalgono alla collaborazione con “Paese Sera”, come cronista di cronaca nera. Nel ’63 è corrispondente de “La Stampa”, e successivamente inviato nazionale e internazionale, nonché notista e commentatore politico. Nel 1986 è assunto in Rai come Direttore del GR1 Radio. Nel 1990 passa in Tv, come vice-Direttore e commentatore di politica estera al TG1. Nel ’93/94 conduce “Domenica in”, con Mara Venier e Monica Vitti.

(foto da IlSussidiario.net)

Prosegue in ben 10 edizioni diverse di “Uno Mattina “, con a fianco belle e brave conduttrici, da Mara Venier a Antonella Clerici, da Livia Azzariti a Paola Saluzzo, da Monica Maggioni a Eleonora Daniele, distinguendosi sempre per la sua coinvolgente allegria e le sue doti di conduttore istrionico, ma sempre sorrette da consumata capacità professionale.

Consolida la sua bravura nelle trasmissioni “Italia che vai”, e “Italia sera”. È anche opinionista “all’Isola dei Famosi” e “Quelli che il calcio”. Simpatico e pronto alla battuta anche quando poteva sembrare “eccessivo” in certe sortite verbali, è stato uno dei volti più popolari della Tv nazionale. A Ragusa tornò con grande gioia, in occasione del conferimento del Premio, sia per riaccostarsi alle radici culturali del padre, che per un tributo d’amore verso la terra che gli ha dato i natali.

2009. Gruppo di premiati e di autorità per la 15esima edizione del Premio “Ragusani nel Mondo”

Foto-banner e social da Donna Glamour

di Vito Castagna

(CANTO XXVI)

Fuggimmo mentre i diavoli cercavano di estrarre i loro compagni dalla pece. Sentivamo i loro insulti sempre più lontani, fino a quando il rimbombo di quelle urla si assopì, imprigionato dal catrame appiccicaticcio e nauseabondo che colava dalle pareti.

Riuscimmo a godere di pochi istanti di quiete. Barbariccia e i suoi sbucarono fuori all’improvviso, adirati contro di noi, colpevoli di averli fatti cadere nell’inganno di Ciampolo. Corremmo verso la sesta bolgia ma il mio fiato mi tradì; fu grazie all’intervento di Virgilio che riuscii a sfuggire alle torture. Egli mi prese in braccio e scese per una scarpata buia fino a quando non oltrepassammo i confini della quinta bolgia. A quel punto i demoni, poiché eravamo fuori dalla loro giurisdizione, arrestarono la loro corsa e ci lasciarono in pace.

Attraversammo la sesta e la settima bolgia interrogando quanti potevo.
Oh Firenze, rallegrati! Il tuo nome echeggiava in tutto l’Inferno! Tra i ladri avvolti tra le spire dei serpenti incontrai cinque dei miei concittadini, così tanti che ne provo ancora oggi vergogna. Seguii il mio maestro lungo una salita, tanto impervia che non potevamo avanzare senza aiutarci con le mani. Le lame di roccia e le schegge me le fecero sanguinare e provai un dolore così forte che al solo pensarci mi tremano le dita, come se si riaprissero quei lontani tagli.

Raggiungemmo il ponte dell’ottava bolgia e mi sporsi verso il basso. Come il contadino, che quando si riposa nelle notti estive guarda le lucciole che danzano sui campi che ha vendemmiato ed arato, così io vidi tante fiammelle che risplendevano nel fondo. Ne fui così attratto che quasi rischiai di precipitare. «Dentro quei fuochi ci sono delle anime, ogni peccatore è avvolto da una fiamma» mi disse Virgilio, vedendomi in quello stato di eccitazione. Ed io gli risposi: «Chi sono quei due che ardono sotto quel fuoco dalla punta biforcuta?». «Sono Ulisse e Diomede e sono puniti insieme perché sono come la vendetta che va a braccetto con l’ira».

La mia attrazione fu ancora più forte: «Ti prego maestro, ti prego mille volte! Se quella fiamma può, voglio parlare con lei. Non vedi come mi piego dal desiderio?». «La tua richiesta è degna di lode e io la accetto… Ma lascia fare me, so bene cosa vorresti chiedergli; loro sono greci e sarebbero restii a parlarti».

Quando la fiamma fu vicina, Virgilio attese prima di aprire bocca, come se le parole dall’emozione non riuscissero ad uscire: «Vi prego, se ho meritato la vostra stima in vita, quando scrissi di voi, fermatavi; uno di voi ci racconti dove morì».

La punta più alta cominciò a mormorare: «Quando stetti un anno con Circe a Gaeta, né la dolcezza di mio figlio, né il rispetto per mio padre, né l’amore di Penelope, riuscirono a vincere la mia sete di conoscenza del mondo. Mi misi in viaggio su una nave e coi pochi compagni rimasti, visitai le due sponde del Mediterraneo, vidi la Spagna, il Marocco e la Sardegna. Eravamo ormai vecchi quando raggiungemmo le colonne d’Ercole, un passaggio stretto che l’uomo non avrebbe mai dovuto oltrepassare. E allora io dissi ai marinai: Fratelli, che attraverso mille pericoli siete arrivati fin qui, non vogliate negare ai pochi anni che ci restano la conoscenza del mondo sconosciuto. Non dimenticate la vostra origine: non foste creati per vivere come bestie ma per seguire virtù e conoscenza. Dopo le mie parole, non riuscivo a trattenere i miei uomini; volgemmo la poppa a est, dei nostri remi facemmo le ali del nostro folle volo e veleggiammo verso sinistra. Navigammo cinque mesi, poi scorgemmo il monte Purgatorio. Ci rallegrammo per l’impresa, ma la nostra gioia durò poco: da quella nuova terra provenne una tempesta che scosse la prua della nave, facendola girare su sé stessa per tre volte. Alla quarta la poppa venne scaraventata verso l’alto e la prua verso il basso, così come piacque a Dio. L’ultima cosa che vidi sulla terra fu il mare che si chiudeva sopra di noi».

di Paolo Monello

Dopo la parentesi sulla sorte dei quadri dell’ultimo Conte di Modica, don Juan Tomás Enriquez, torniamo ai documenti da me posseduti in copia sui terremoti del 9 e 11 gennaio 1693 e provenienti dall’Archivio Generale di Simancas (Spagna). Ricordo che si tratta delle note spedite a Madrid dal viceré don Juan Francisco Pacheco Duca d’Uzeda e Conte di Montalban (1649-1718), in carica a Palermo dal 1687. Persona colta, amante della scienza e della musica, bibliofilo e collezionista di quadri ed altri oggetti preziosi. A mio avviso – alla luce della documentazione – fu l’uomo giusto al posto giusto in quel disgraziato periodo.

Juan Francisco Pacheco Duca d’Uzeda

In genere, quando si parla della catastrofe sismica del gennaio 1693, si accenna solo all’evento dell’11 (a volte si dimentica il 9 e in genere si ignora che la sequenza mortale cominciò la sera del giovedì 8 gennaio) e poi si passa direttamente alla ricostruzione ed alla esaltazione del Barocco delle nostre zone. In verità, la ricostruzione fu assai lenta e durò decine di anni e solo alla fine del ‘700 la Sicilia sud orientale acquistò il volto che in gran parte oggi vediamo.

Nei documenti esaminati si parla invece dell’immediatezza della tragedia, quando le scosse di terremoto sembravano non finire mai e non si sapeva a qual Santo votarsi e come fare per placare l’”ira divina”, che si era abbattuta sui Siciliani ed in particolare sulla Chiesa siciliana per i loro peccati.

Il terremoto del 1693 in una incisione eseguita a Norimberga del 1696

Già in precedenza ho accennato che le prime notizie del disastro arrivarono a Madrid da Napoli ai primi di marzo, mentre le relazioni ufficiali di Uzeda giunsero il 18 marzo e furono esaminate il 22 marzo dal Consiglio di Stato e l’indomani 23 dal Consiglio d’Italia. Si trattava di due lunghe missive, una datata 22 gennaio e l’altra 5 febbraio. Lette le note, il Consiglio di Stato riassunse per il re Carlo II il loro contenuto. Esse si riferivano agli eventi fino al 5 febbraio, e riguardavano le provvidenze assunte dal viceré: soccorsi immediati, ordini per la ricostruzione delle fortezze per la difesa del regno.

Carlo II Re di Spagna

Il Duca di Uzeda, comprendendo di non potere da solo affrontare le infinite questioni che si stavano ponendo, comunicava di aver formato due Giunte, una di “secolari” (cioè di civili) ed una di ecclesiastici per garantire il Culto Divino ed avere consigli, di fronte all’immane disastro che aveva colpito centinaia tra chiese, conventi e monasteri che erano crollati o inagibili.

I Consiglieri approvarono l’operato del Viceré, mettendo in evidenza la gravità della situazione, sia dal punto di vista sanitario, sia da quello della difesa del Regno, per il timore che – appresa la distruzione delle fortificazioni di Augusta e Siracusa – i Francesi tentassero un colpo di mano. L’Isola infatti risultava completamente indifesa. La flotta siciliana formata di sei galere era in cattivo stato e per la manutenzione delle navi e per il pagamento degli equipaggi c’era un grave problema. Il mantenimento della flotta infatti era finanziato con i proventi della Bolla della Crociata (e cioè la vendita delle indulgenze, con la “remissione” dei peccati in cambio di denaro), affidata ad appaltatori che avevano anticipato grandi somme e per le quali pretendevano forti interessi.

Navi della flotta spagnola in una pittura dell’epoca

In questa situazione di estremo pericolo, il Consiglio chiese al Re di ordinare l’invio di truppe di rinforzo in Sicilia e di disporre che le flotte di stanza nel Mare del Nord entrassero nel Mediterraneo, per accorrere in aiuto della Sicilia. Infine si affidava al Consiglio d’Italia il compito di assistere il viceré con le risorse necessarie.

Più dettagliato invece il verbale del Consiglio d’Italia, dove vengono riferite quasi integralmente le due lettere esaminate, a cominciare dalle scosse sentite a Palermo la notte del 9 (alle 10 di sera), senza gravi danni né a case e persone. Ma la domenica 11 alle 2 del pomeriggio si erano udite fortissime scosse, che avevano danneggiato o distrutto alcune case, senza però alcuna vittima, cosa attribuita subito alla protezione di Santa Rosalia. Il Palazzo Reale aveva però subito notevoli danni, con la fortuna che la Porta Nuova – dove erano custoditi 400 quintali di polvere – era rimasta intatta.

La magnitudo del terremoto del 1693, secondo le ricostruzioni di geologia storica dei ricercatori dell’INGV, ebbe magnitudo 7,4 della Scala Richter. Un terremoto fortissimo.

Gravi danni aveva subito anche il carcere della Vicaria. Le scosse si erano ripetute il mattino del lunedì, danneggiando gravemente l’appartamento del viceré, che aveva preferito dormire nella Galera Capitana e stare di giorno nei locali della Segreteria, per provvedere all’emergenza.

A questo si univano le tremende notizie che man mano erano arrivate al viceré da tutto il Regno e soprattutto dal Valdemone, dall’intero Val di Noto e dalla Contea di Modica, rimasti distrutti, con la morte sotto le rovine di numerosissime persone, il cui numero esatto non si sapeva, per l’impossibilità dei corrieri di viaggiare a causa del crollo dei ponti e dell’esondazione dei fiumi, per le grandi quantità di neve e piogge cadute. Si sapeva però che continuando le scosse di terremoto, le persone si erano rifugiate nelle campagne.

Una veduta di Scicli prima del terremoto del 1693. Particolare di un dipinto di Antonino Manoli (immagine da IloveScicli.it)

Come prima cosa, il Duca di Uzeda aveva nominato il generale Giuseppe Lanza, Duca di Camastra (uno dei protagonisti della guerra di Messina del 1674-78), Vicario Generale del Valdemone, con l’incarico soprattutto di arrivare prestissimo a Catania, che risultava la più colpita dal disastro e dove non era rimasta in piedi neanche una casa, secondo le notizie arrivate. Per il Val di Noto aveva nominato come Vicario Generale il Principe di Aragona (poi sostituito dall’arcivescovo di Siracusa), per Catania aveva nominato Commissario Generale don Giuseppe Asmundo (Giudice della Gran Corte), coadiuvato da don Giovanni Montalto (Giudice del Concistoro).
A questi aveva poi aggiunto per il Val di Noto il Tesoriere e Vicario Generale don Giuseppe Celesti, il Consultore don Matteo Giordano e don Scipione Coppola: a questi e poi anche a Camastra aveva dato il compito di seppellire i morti e di stroncare i furti e i saccheggi, usando le maniere forti necessarie e cioè la forca e le schioppettate.

Giuseppe Lanza Duca di Camastra

Nonostante la situazione deficitaria del bilancio del Regno, Uzeda aveva inviato denaro per soccorrere le guarnigioni delle sventurate città, privilegiando soprattutto Catania, Siracusa ed Augusta e ordinando al Governatore di Messina di soccorrere per quanto potesse quelle piazzeforti, le cui truppe erano state decimate dai crolli e solo per caso ad Augusta – dove era esplosa una polveriera piccola – non era accaduta una tragedia maggiore, che sarebbe stata causata dall’esplosione della polveriera grande, dove erano stipati 1000 quintali di polvere.

Uzeda era assai preoccupato per le immense somme necessarie a ricostruire le fortificazioni e per l’impossibilità di far fronte alla spesa, e questo in tempo di guerra con i Francesi e la presenza nella rada di Siracusa di navi della flotta dei Cavalieri di San Giovanni di Malta, che certamente avrebbero avvisato i Francesi del disastro.

Catania prima del terremoto del 1693 in una pittura dell’epoca

In ogni caso aveva incaricato il Colonnello don Carlos de Grunembergh ed il Maestro di Campo Generale don Sancho de Miranda di fare un accurato sopralluogo a Siracusa ed Augusta, per verificare i danni e per prendere immediate iniziative per la ricostruzione (ma anche rimpiazzare i soldati, in parte morti, in parte scappati, in parte rifugiatisi a Messina), pur mancando materiali e muratori. Il Viceré concludeva la prima lettera, scusandosi ancora una volta di essere rimasto a Palermo, per meglio controllare la situazione dell’ordine pubblico, perché era un miracolo che nonostante il crescente orrore per le notizie che man mano arrivavano, il popolo si manteneva tranquillo, senza furti né delitti.

Nella seconda lettera, il Duca di Uzeda dava informazioni più precise, per quello che aveva potuto sapere, allegando una prima relazione dei danni nelle Città demaniali e Baronali, senza però poter ancora comunicare il numero dei morti sia perché i cadaveri erano rimasti sotto le macerie sia anche perché migliaia di persone erano fuggite disperdendosi nelle campagne, dove abitavano in baracche (o sulle barche, come a Messina).

“La processione di santa Rosalia” a Palermo per lo scampato pericolo del terremoto del 1693. Dipinto a cavallo tra ‘600 e ‘700 di pittore siciliano ignoto, conservato in Spagna

In alcuni casi, alcune bande di ladroni erano state fermate a schioppettate e con la forca ed un forte aiuto aveva dato a sue spese il Principe di Butera, che aveva prestato soccorso a 60 soldati e inviato ad Augusta e Siracusa farina, pane fresco e alcune vacche, dove poi era giunta una tartana con 200 salme di farina e 200 quintali di biscotto.

Aveva inoltre ordinato l’apertura della Zecca di Palermo, per coniare moneta, evitando che il bisogno di denaro costringesse i possessori di argento a impegnarlo o a mandarlo fuori dal Regno per farne monete. Per affrontare le conseguenze della catastrofe, aveva creato una Giunta composta dal Reggente don Juan Antonio Joppulo, dal Presidente don Joseph Scoma, dal Consultore don Antonio Ibañez, dal Controllore Generale marchese de Analista, dal suo Segretario don Felix de la Cruz, dal M.ro Razionale don Sebastian Gesino, dall’Avvocato Fiscale don Balthasar del Castillo e da don Pedro Capero, Deputato del Regno. Tutti costoro, dovevano riunirsi ogni settimana nella Segreteria per discutere i mezzi per affrontare la situazione.

Carlo Maria Carafa, Principe di Butera nel 1693

Inoltre, per il gran numero di chiese, monasteri, conventi e abbazie distrutti, con centinaia di monache di clausura sbandate nel Val di Noto e per celebrare decentemente il Culto Divino aveva ordinato di formare una Giunta Ecclesiastica, composta dall’arcivescovo di Palermo don Fernando Bazan, dal Giudice della Monarchia don Gregorio Solorzano, dall’Inquisitore Generale don Phelipe Ignacio de Trujillo, dal frate Alessandro Conti e dal duca di Grotte come Deputato del Regno, al fine sempre di proporre tutti i mezzi necessari per far fronte al disastro.

Stampa dell’epoca che illustra i danni del terremoto

Riassunto il contenuto delle drammatiche lettere del Duca di Uzeda, il Consiglio le rimetteva al Re, aggiungendo che non c’era «memoria di un simile evento così disastroso, né di tanta disgrazia né vittime» (i consiglieri si sbagliavano: e successivamente apprenderanno che eventi simili si erano verificati nel febbraio 1169 e nel dicembre 1542, nello stesso Val di Noto, n.d.a). Approvando in tutto e per tutto l’operato del Viceré per fortificare quanto prima le piazze di Catania, Augusta e Siracusa e la formazione delle due Giunte, il Consiglio d’Italia chiedeva al Re di permettere ad Uzeda di utilizzare le entrate della cosiddetta “mezza annata” (una sorta di tassa di successione sui feudi), di sospendere momentaneamente il contributo al duca di Savoia (per la guerra in corso contro i Francesi) e di sospendere per un anno l’erogazione di premi, incentivi ed aumenti su salari e pensioni, destinando tali risorse alla ricostruzione delle fortezze.
Come in genere usava, il Re fece scrivere poi in calce al documento «como parece», cioè «va bene».

Il documento del il Consiglio d’Italia approvato da Carlo II con la formula: «como parece» (va bene)

Ma nella Sicilia di quei primi tragici mesi del 1693 non c’era solo l’emergenza materiale (seppellire i morti, costruire baracche, impedire i saccheggi, assicurare i viveri, raccogliere le monache di clausura). Nonostante i pochi danni subiti, Uzeda il 5 febbraio scrive che non c’era giorno che a Palermo non si diffondessero profezie di altri terremoti e desolazioni, come era accaduto a fine gennaio, con la gente fuggita nelle campagne perché una imprudente monaca aveva scritto a sua madre che di lì a poco ci sarebbe stata un’altra catastrofe.

In quei giorni infatti, oltre al dolore, alla lotta per sopravvivere, in metà della Sicilia due erano i protagonisti: la paura causata dall’”ira di Dio” e la Montagna per antonomasia, cioè il Mongibello. Mentre infatti la Chiesa cercava di spiegarsi i motivi per cui Dio era adirato con essa e con i Siciliani, le autorità civili guardavano al vulcano, e dalla sua quiete o dalle sue eruzioni temevano sciagure o finalmente pace.

Il vulcano dell’Etna  veniva considerato a quei tempi responsabile dei terremoti in tutta l’area della Sicilia orientale (foto MeteoWeb)

Sin dal 16 gennaio infatti, il Secreto di Randazzo aveva comunicato che a seguito del terremoto di domenica 11 alle 2 e mezza del pomeriggio (la datazione delle scosse oscilla, come si vede dalle 14 alle 14,30) «la Montagna aveva cominciato a gettare fumo, e si era constatato che la sua cima si era abbassata»: era cioè crollata parte del cratere centrale. E fu così che dall’11 gennaio 1693 il Mongibello divenne un “osservato speciale”…

Una pagina di documento del Consiglio d’Italia conservato nell’Archivio Generale di Simancas attinente il terremoto del 1693

di Redazione

Parliamone. Sta diventando un problema davvero complicato. Anzi lo è già da alcuni anni. Chi raccoglie le olive?

Un tempo, ma non vogliamo andare nella preistoria, circa cinquant’anni fa, tutta la famiglia, nonni compresi si svegliava all’alba e con il carretto andava nel podere a prelevare da quegli alberi secolari un frutto straordinario: l’oliva. A fine raccolto e dopo la “spremitura” in quel magico luogo che era il frantoio (testimoniato dal nostro museo dell’olio), era una vera festa. Ma non facciamoci prendere dalla nostalgia.

Con un balzo temporale arriviamo quasi ai giorni nostri. Fino a pochi anni addietro esistevano addirittura delle squadre di raccoglitori chiaramontani che di anno in anno, fedelmente, si ritrovavano nello stesso uliveto a mettere in scena una tradizione millenaria. Lo facevano con un po’ di broncio, ma il miracolo si avverava. Alla fine non c’era più la festa ma il raccolto era salvo. L’olio sgorgava dai primi frantoi moderni con soddisfazione di tutto il territorio finalmente assurto a eccellenza internazionale per la qualità del prodotto.

In questi ultimi anni è quasi una tragedia, anzi senza quasi: è un disastro. Ai nostri figli abbiamo servito una laurea (per lo più triennale) che serve a soddisfare il nostro ego. Così noi possiamo solo dire: “vuoi che mio figlio, dottore in conoscenze umanistiche digitali, raccolga le olive?”.

Allora si va alla ricerca dei ragazzi immigrati. E qui si apre una annoso problema. Molti di coloro i quali ingaggiano i giovani provenienti dall’Africa pagano un salario davvero irrisorio (invece dei 50 euro al giorno, paga media per un lavoratore in agricoltura, si arriva al massimo a trenta euro). Quindi si può parlare addirittura di schiavismo o quasi.
La legge del caporalato ha tutelato alcune sacche di sfruttamento, ma ancora non è riuscita a debellare un atavico malcostume. Forse con un equo emolumento ci sarebbe più forza lavoro? Crediamo di si. Ma se fino a questo momento i fatti sono questi, il problema esiste eccome!

Non ci resta che inventare una app e “costringere” le olive a scendere dall’albero e prendere la via del frantoio per decretare che la campagna olearia è già finita.
Non occorre fare proclami, bisogna agire. Torniamo alle vecchie tradizioni con una mediazione di stampo modernista e forse una soluzione verrà trovata. Parliamone, grazie.

ovvero

Cosa c’era in quel drink?

di Giulia Cultrera

Quale modo migliore per affrontare i propri demoni interiori se non partecipando a un lussuoso ritiro spirituale con nove perfetti sconosciuti? Ancora meglio se a gestire questo insolito centro benessere troviamo Masha, affascinante quanto inquietante visione eterea, magistralmente interpretata da Nicole Kidman.

L’entusiasmo dei nove ospiti si spegne ancor prima di arrivare al resort Tranquillum House. Un po’ come quando decidiamo di andare dal dietologo e i buoni propositi muoiono sulla porta d’ingresso. Ciò che rimane è un triste pensiero ricorrente che diventerà un vero e proprio mantra: “Ma chi me l’ha fatto fare?”.Nove perfetti sconosciuti, masha

Nonostante le resistenze iniziali, i nove protagonisti riescono a familiarizzare tra loro e si adattano ai comfort del luogo. Ma i drammi sono sempre dietro l’angolo, soprattutto se accentuati da dei corroboranti e allucinogeni frullati detox.

Ecco che gli ampi spazi lussureggianti diventano delle claustrofobiche prigioni in cui traumi, insicurezze e turbamenti interiori prendono forma. E appaiano estremamente reali, al punto che si può dialogare con essi per cercare di avere finalmente delle risposte.

Nove perfetti sconosciuti, nove persone fragili e spezzate che si completano e si migliorano a vicenda. E poi c’è Masha, una sedicente guru che appare quasi sadica nei suoi estremi metodi di guarigione e che scava prepotentemente nel profondo, spingendo sempre più al limite le fragili – e talvolta instabili – menti dei suoi ospiti.Nove perfetti sconosciuti

Il fine ultimo è superare una perdita. Che si tratti di un lutto, di un amore finito o di una carriera stroncata, il vuoto che lasciano dentro consuma e ossessiona i protagonisti.

Come superare la cosa? Ovviamente creando una realtà illusoria e allucinogena in cui ritrovare e affrontare la perdita.

E, inspiegabilmente, funziona: un bizzarro viaggio di crescita e auto-miglioramento compiuto con il proprio subconscio, un dialogo interiore per affrontare i fantasmi del passato e dare una spiegazione alle azioni che hanno determinato i traumi irrisolti dei protagonisti.Nove perfetti sconosciuti, scena

A conti fatti, il “cattivo” della narrazione chi è? Verrebbe da dire Masha, che usa i suoi ospiti come cavie da laboratorio per i suoi esperimenti allucinogeni al solo scopo di trovare la propria pace interiore. Un Silente in gonnella che li alleva come bestie da macello, per parafrasare Piton.

E invece no. Nel corso delle puntate manteniamo un forte atteggiamento di condanna nei confronti di Masha, ma ecco che le nostre difese crollano a pochi minuti dalla fine. E subentra l’empatia, la comprensione.

Forse abbiamo visto troppe serie come Breaking Bad, Maniac e Bojack Horseman per non maturare un pensiero più critico sul concetto di “cattivo” e su quanto i demoni interiori possano consumare una persona.Nove perfetti sconosciuti

O forse, è semplicemente sbagliata l’idea di fondo: il bisogno di attribuire necessariamente la colpa delle proprie disgrazie a qualcuno.

In fin dei conti, pur essendo finzione, le serie tv prendono spesso spunto dalla realtà. E nella vita di tutti i giorni possiamo anche incolpare gli altri per i dolori che ci infliggono, ma se riflettiamo attentamente, nella maggior parte dei casi chi provoca il trauma è a sua volta una persona che ha sofferto o che è stata ferita in passato. Merita davvero la nostra condanna? A volte sì, a volte no.

Tutto ciò che si può fare è andare avanti: elaborare e accettare il dolore. Magari evitando di soggiornare in un posto traumatizzante come Tranquillum House con nove perfetti sconosciuti.scena del film

 

di Giuseppe Cultrera

Nell’estate del ’61 il regista Pietro Germi gira nell’area iblea il film Divorzio all’italiana, con protagonisti Marcello Mastroianni e Stefania Sandrelli. Alcune comparse vengono scelte in loco. Al giovane Gianni Pluchino, giornalista e poi funzionario della Provincia Regionale di Ragusa, tocca il ruolo del giovane marinaio che, nella scena finale, accompagna in barca i due neo sposi.

Come e perché avvenne, in quella fine estate del ’61, è lui stesso a raccontarlo.

Quel piedino malizioso del giovane marinaio
Il regista Pietro Germi e la locandina del film “Divorzio all’italiana”

Pietro Germi giunse a Ragusa grazie a Enzo Battaglia che era il suo aiuto regia. Fu lui a fargli conoscere Ibla. Germi ne rimase affascinato tanto da trasformarla in set del film.

Ero già giornalista de ‘La Sicilia’ e incontravo la troupe al Jolly Hotel dove alloggiavano. Una sera in cui ero a cena con Pietro Germi, il regista mi disse che cercava per il film un giovane aitante, abbronzato e sportivo. Io che allora giocavo a pallacanestro, gli mandai tutti i miei compagni di squadra della Virtus Ragusa. Qualche sera dopo, sempre a cena, chiesi a Germi: “Come è andata?”. Mi guardò sornione: “Ma lei è libero Venerdì prossimo”. “Sì, perché?”. “Deve venire con noi a Taormina”.

Quel piedino malizioso del giovane marinaio
Marcello Mastroianni in una scena del film e Stefania Sandrelli nel 1963 a Ispica durante le riprese del film “Sedotta e abbandonata”

Non avevo capito nulla. Fu Odoardo Spadaro a spiegarmi che dovevo ‘fare la manina’ con la protagonista in una scena del film. Così mi portarono alla Rinascente di Catania e mi comprarono un paio di pantaloncini e una maglia a strisce.

L’indomani partimmo per Taormina e iniziarono le riprese. Lunghe e snervanti. Tu pensa che quella scena di circa un minuto, fu girata ripetutamente per ben cinque ore sotto il sole cocente. Tra l’altro, Germi aveva cambiato idea e adesso dovevo fare ‘il piedino’. E non era mai soddisfatto e ripeteva ad ogni ciak ‘morbidezza, morbidezza!’ mentre il sole picchiava e la stanchezza mi assaliva (ma Marcello Mastroianni se ne stava in coperta e compariva solo all’ultimo momento).

Quel piedino malizioso del giovane marinaio
3 Settembre 1961, scena finale del film “Divorzio all’italiana”. Alle spalle di Stefania Sandrelli si riconosce Gianni Pluchino (collezione G. Pluchino)

Finalmente terminammo e, mentre ritornavamo in albergo a Taormina, una signora – credendomi un divo del cinema – mi elargì un festoso ‘ciao bello’; ma io ero tanto distrutto dalle cinque ore di ripresa e stressato che, voltatomi, la apostrofai con un ‘ma va a quel paese!’.

Quando il film uscì a Ragusa andai a vederlo con gli amici. Però non sapevo dove fosse inserita la scena: così, mentre scorreva il film, mi sorgeva il sospetto che fosse stata tagliata. Potevo mai pensare che fosse la scena finale! 

Si schiarisce la voce: «Bei tempi. Sessant’anni esatti fa.»

“Inutile dire che per questa scena il buon Gianni fu a lungo invidiato da un’intera generazione di ragusani” chiosava argutamente, nel suo volume Cara Ragusa…, l’indimenticato Mimì Arezzo.

Quel piedino malizioso del giovane marinaio
Il giornalista Gianni Pluchino e la copertina del volume “Cara Ragusa…” di Mimì Arezzo