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di Vincenzo La Monica

Il Malpensante Gesualdo Bufalino sconsigliava di bere l’amicizia fino alla feccia. Ma ci sono delle eccezioni. Una è rappresentata da Luca Farruggio, filosofo, poeta, insegnante. Non necessariamente in quest’ordine, ma necessariamente con un ordine.

Il Luca Farruggio filosofo, infatti, è da anni impegnato a sviluppare un pensiero che coniughi il cristianesimo con elementi ad esso almeno apparentemente estranei (si veda il suo “Del pessimismo teologico. Il pensiero di un cristiano solitario” e il promesso “Illuminismo taborico” di prossima elaborazione). Nel suo pensiero l’elemento centrale della riflessione è il Peggio che un giorno si dovrà necessariamente affermare per un totale e pieno compimento della Gloria.

Luca Farruggio

Anche il Luca Farruggio poeta si occupa del peggio, ma con tocco ironico e, come nota Andrea G.G. Parasiliti in prefazione, “con un guizzo di follia autosabotante scegliendo le poesie ai propri occhi peggiori […] e le raccoglie in questo volume dal titolo programmatico: La Feccia”.

E siccome il poeta, al contrario del filosofo, è un fingitore, questa raccolta del peggio è in verità il riassunto di un percorso che va dalla produzione giovanile, più naif, ma certamente non meno ispirata, alla maturità dei versi in cui si rivendica una Fede che, sottoposta scosse e smottamenti, non crolla.

Marc Chagall, Sopra la città

“siamo poca cosa
forse niente
tuttavia in cielo si combatte per noi”

La poesia della Feccia è forte di un potere visionario che si è nutrito di Sacre Scritture, non solo ortodosse:

“gli avvoltoi non sanno
che gli alberi hanno
radici nel cielo
nel Bene”

Gustav Klimt, Albero della Vita

e il lettore è invitato a farsi cogliere da spaesamenti che preludono ad epifanie (si veda Gesù al bar) o lasciarsi trasportare da certi ritmi in levare, da accompagnare col piede, come in Balda festa dove la scena è rubata da
“un jazzista furioso
ubriaco in un sorso,
champagne e sigaro
cappello di rospo”

Picasso, ritratto di Ambroise Vollard

Si segnalano ancora le serene visioni d’azzurro e di mare (un mare in stile Piero Guccione) e le semplicità insormontabili di quell’amore che ci muove tutti:
“ma sei troppo bella mentre dormi
e così entro nei tuoi sogni”

Piero Guccione, Mare a Punta Corvo

Luca Farruggio in una delle immagini più efficaci della raccolta è consapevole che il suo essere poeta è giorno di primavere in pieno inverno ma anche carcassa di cane gettata per strada ed elabora versi che dietro l’apparenza della filastrocca per bambini nascondono la sciarada per solutori più che abili o il sesamo che apre un nuovo incanto
“Memoria, memoria
tre volte memoria
due lacrime a sera”

Claude Monet, La gazza

E infine le lotte, gli orrori e le oscurità che ci giungono dai moderni media, contro cui si affila la lama del quotidiano
“avresti almeno un coltello
per sbucciare bene questa mela?”

Si potrebbe scommettere che in fondo alla coppa bevuta fino alla feccia c’è un nuovo inizio. Magari uno in cui il filosofo e il poeta si ritrovano al bar per discutere di cose profonde e di disciplina, dicendo poi di segnare sul conto, bisogna pur vivere, dell’insegnante Luca Farruggio che conosce la testa e il cuore dell’arte e può trasmetterla ai giovani. Beati loro.

Vincenzo La Monica è Operatore sociale per la Caritas di Ragusa, con due vizi impuniti: leggere e scrivere.

Claude Monet, Impressione, levar del Sole

di Antonio Incardona

Da dove nasce quell’invincibile pressappochismo che conduce i “superiori” vaticani, qualunque sia la cultura da cui provengono, ad affidarsi a monsignori “competenti” di comprovata e chiara inesperienza (a voler essere buoni) ogni volta che si tratti di gestire un mucchio impressionante di denaro?

Probabilmente da un fatto evidente: ridotto alla sua essenza fisica, nonostante la sua articolata architettura politica,  il Vaticano rimane un quartiere romano, con i difetti dei quartieri romani.

La sede dello IOR, la banca vaticana

Un monsignore di media età e di normale forma fisica può percorrere l’intero territorio dello Stato, partendo e tornando a Porta Sant’Anna, in quaranta minuti. Vista poi nella sua struttura socio-politica-economica tutta la “querelle” sui denari e i traffici opachi della “finanza con la tonaca” si riducono a un’elementare filosofia giuridica di stampo “familistico”.

La mappa dello Stato del Vaticano

Lo Stato non riscuote imposte, raccoglie contributi volontari e lasciti da tutto il mondo, e gestisce diverse attività commerciali in monopolio. In un certo senso, il regno temporale del Papa pratica (con identici e infausti esiti) lo stesso sistema socio-economico applicato nei kolchoz della defunta URSS. Se il Papa dovesse abolire lo IOR (argomento trito e ritrito), tra le altre cose, dovrebbe convincere anche i sudditi del suo Stato temporale (che accumulando diversi benefici percepiscono stipendi a quattro zeri mensili) ad accettare la tipica fiscalità degli stati contemporanei.

il discusso Mons. Paul Marcinkus, a capo dello IOR dal 1971 al 1989. Coinvolto in uno degli scandali finanziari italiani più gravi del XX secolo: il fallimento del Banco Ambrosiano

L’anagrafe “papalina” conta 794 “cittadini”, di cui 150 “residenti” all’estero, per servizio diplomatico e 600 residenti fittizi. Per trovare i contribuenti al Papa basterebbe decidere di togliere a questi ultimi, soprattutto italiani, l’alibi di scansare la tassazione del nostro Paese, peraltro limitata al 4% per i redditi prodotti all’estero. Ma riforma dopo riforma, Papa dopo Papa, queste aree di privilegio sono rimaste intoccabili,  mentre la finanza vaticana continua imperterrita a fare i guai di sempre. 

Mons. Angelo Becciu, ultimo alto prelato, in ordine cronologico, ad essere stato coinvolto in uno dei tanti scandali finanziari dello IOR

di L’Alieno

Ammetto di non sapere nulla di agricoltura. Non ne ho mai avuto la passione e la voglia di occuparmene. Nemmeno del mio piccolo uliveto che sopravvive alla mia palese incapacità di gestione soltanto grazie alle cure (e alla pietà) di un mio vecchio compagno di scuola.

Eppure la mia attenzione è stata attirata da una notizia che proviene da quel mondo. Per l’esattezza si tratta di una legge, la 988, già votata dal Senato e adesso in discussione alla Camera dei deputati. Equiparerebbe il metodo (esoterico) di agricoltura biodinamica al metodo di agricoltura biologica.

Vero è che l’agricoltura biodinamica condivide alcuni principi sacrosanti con quella biologica – queste cose le capiscono anche gli ignorantoni come me – ma come la mettiamo con le pratiche stregonesche che ci stanno alla base? Quindi, fateci capire bene, cari 195 Senatori che l’avete votata, il contribuente ne dovrebbe finanziare le coltivazioni sulla base di pratiche estranee al metodo scientifico?

Unica ad opporsi Elena Cattaneo, non per nulla scienziata e senatrice a vita (W i Senatori a vita!), che giustamente ha paventato un clamoroso divorzio tra politica e scienza.

Elena Cattaneo, farmacologa, biologa e senatrice a vita

“Oh ragassi, siam mica qui ad asciugare gli scogli?”, metaforizzava il grande Crozza-Bersani. Invece si, a quanto pare. Siamo ancora qui a discutere di stupidaggini antroposofiche e di chi le ha inventate: tale Rudolf Steiner, tuttologo di un secolo fa. Un tizio da milioni di followers sui social, se fosse dei nostri tempi.

Rudolf Steiner, teosofo e inventore dell’antroposofia

Appare come un delirio che il Senato abbia potuto sdoganare per fede l’uso del cornoletame e la sua energia cosmica, delle vesciche di cervo piene di fiori di Achillea sotterrate e dissotterrate secondo cadenze astrali o di altri intrugli dinamizzati e distribuiti in dosaggi omeopatici. O, ancora, per proteggere le colture, l’utilizzo della cenere di pelle di topo bruciata da spargere nei campi ma, badate bene, soltanto quando Venere è nel segno dello Scorpione.
Confidiamo nel buon senso della Camera dei Deputati.

Il cornoletame (letame trattato dentro le corna di bovino) avrebbe poteri speciali nell’agricoltura biodinamica

Siamo arrivati alla fine di un percorso costituito da tre articoli sul concetto innovativo di city branding, a firma del bravo e competente Vincenzo La Cognata. Il primo dedicato ad un possibile piano di sviluppo del brand cittadino di Chiaramonte, il secondo dedicato al confronto di due casi opposti: uno di successo e l’altro no. Infine il presente articolo in cui a centro dell’attenzione si pone l’intero territorio ibleo. Immaginato come un possibile mosaico di città e territori che hanno molto in comune e in grado di trovare importanti sinergie, anche in una prospettiva di differenziazione dell’offerta turistica.

di Vincenzo La Cognata

Torniamo sulla questione city branding, allargando la prospettiva a tutto il territorio Ibleo. La parola chiave per creare nuove opportunità di sviluppo sarà “fare rete“, perché ogni sfida – che sia di carattere economico, sociale o ambientale – va affrontata comunque in un contesto territoriale.

Fare rete” tra città iblee significa confronto e scambio continuo di buone pratiche amministrative, adeguate strategie di comunicazione e commerciali e salvaguardia di comuni interessi per la valorizzazione dell’intero comprensorio ibleo. In tal senso si renderebbe necessario un coordinamento orizzontale e verticale. Le città dovrebbero collaborare reciprocamente e con gli altri livelli amministrativi, al fine di condividere investimenti e servizi su scala territoriale.

Alla base dovrebbe esserci la redazione di singoli piani di city branding di ogni comune ibleo, che andrebbero integrati in modo armonico per realizzare un piano di sviluppo del brand turistico Ibleo. Ad oggi però non esiste niente di tutto ciò, a partire dai piani di sviluppo cittadini.

Per parlare di city branding come concetto applicabile al territorio, potremmo iniziare a farci un’idea utilizzando uno strumento utilizzato da molti operatori economici nelle imprese private: l’analisi SWOT.
S (Strengths: Punti di Forza);
W (Weaknesses: Punti di Debolezza);
O (Opportunities: Opportunità);
T (Threats: Minacce).

Questa analisi rappresenta lo strumento di pianificazione strategica migliore per capire in che modo intervenire per conseguire gli obiettivi desiderati. L’analisi può riguardare l’ambiente interno (analizzando punti di forza e di debolezza) o esterno (analizzando minacce ed opportunità).

Punti di Forza:
Tra i punti di forza del territorio Ibleo, il più rilevante è certamente la ricchezza e l’unicità del patrimonio culturale. Siamo in possesso di un immenso patrimonio storico artistico. A cominciare dal sito UNESCO costituito dalle città tardo barocche di Ibla, Modica e Scicli, a cui si potrebbero aggiungere anche le limitrofe Noto e Palazzolo Acreide.

Abbiamo anche un ricco patrimonio enogastronomico (prodotti certificati DOP e PAT, “prodotti agroalimentari tradizionali”) e un invidiabile patrimonio archeologico (necropoli e ipogei sparsi sul territorio). Senza dimenticare il patrimonio naturalistico e gli elementi paesaggistici tipici (Le cave, la Pineta tra Chiaramonte, Monterosso e Giarratana, la Diga di Santa Rosalia, la Vallata Santa Domenica, le spiagge della costa).
Un indiscutibile punto di forza è rappresentato anche dal clima mite tutto l’anno: in estate presso i borghi collinari e d’inverno nelle località costiere.

Punti di Debolezza:
Eviterò di evidenziare le annose mancanze riconducibili alla inadeguatezza delle infrastrutture e dei trasporti. Tuttavia risulterebbe impossibile parlare di ottimale sviluppo turistico del nostro comprensorio senza prima occuparsi di queste problematiche.
Altro importante punto di debolezza cui cercare di porre rimedio è l’inadeguatezza del fattore competenze. In primis la scarsissima conoscenza delle lingue e del nostro stesso patrimonio culturale (in quanti sanno cosa sono i registri REIS, LIM e PAT?).

La carenza di informazioni turistiche e della segnaletica, insieme alla pulizia del territorio (ogni piazzola di sosta nelle strade è una piccola discarica a cielo aperto), sono poi il sintomo di una scarsa attenzione da parte delle Amministrazioni territoriali un po’ ovunque. E non si può pensare di lasciare questo compito soltanto alle associazioni di volontari che sono sorte nel territorio (come “Puliamo Chiaramonte” nella nostra città).
Anche la frammentazione dell’offerta turistica, che porta gli operatori turistici ad essere concorrenti anziché alleati, risulta un problema da risolvere.

Opportunità:
La prima opportunità del nostro territorio che mi viene in mente, perché non siamo ancora riusciti a coglierla pienamente è la presenza dell’Aeroporto di Comiso che avrebbe bisogno di una gestione più efficiente.
La presenza di un patrimonio culturale simile nei centri vicini si potrebbe sfruttare ragionando in un’ottica di rete e in termini di filiera turistica del territorio, ma contemporaneamente anche in un’ottica di differenziazione dell’offerta, per allargare il più possibile il bacino di utenza, rivolgendosi ad un pubblico particolarmente esigente.

Non dobbiamo pensare al turismo restando ancorati a concetti ormai obsoleti, ma dobbiamo cercare di cogliere le nuove opportunità legate ad una domanda sì in crescita, ma ben più complessa rispetto al passato, che riguarda il turismo in tutte le sue forme: culturale, accessibile, destagionalizzato, sportivo, enogastronomico ed esperienziale.

Minacce:
La minaccia principale riguarda l’estremo individualismo da parte degli operatori privati e delle stesse strutture pubbliche, a causa dei difficili rapporti tra i medesimi attori, impegnati in aspre guerre concorrenziali piuttosto che pensare di muoversi insieme in un’ottica di reciproca collaborazione e soddisfazione. Altre minacce deriverebbero dalle conseguenze legate ad un turismo non sostenibile, caotico, che causa traffico ingestibile e forte inquinamento.

Sembra comunque chiaro che alla base del rilancio del territorio ibleo debba necessariamente esserci un Piano di Sviluppo del brand turistico dell’intera provincia, curato da operatori professionali di provata esperienza e con le giuste competenze. Ma tutto ciò presuppone a monte la consapevolezza da parte delle istituzioni politiche territoriali del valore del “fare rete” all’interno di una fruttuosa e reciproca collaborazione. E’ necessario realizzare insieme gli opportuni investimenti in un’ottica di integrazione e non di concorrenza.

Link al secondo articolo dedicato al concetto di City branding. CLICCATE QUI!

Link al primo articolo dedicato al concetto di City branding. CLICCATE QUI!

di Vito Castagna

CANTO V (parte prima)

Un forte tuono rimbombò nell’antro. Rinsavii. Ci trovavamo nella sponda infernale e attorno a noi vi era buio e nebbia, tanto spessi che inghiottivano il mio sguardo spossato. Le urla di dolore ci investivano con violenza. Poi, svoltammo per un irto sentiero e quel rumore incessante e incomprensibile si affievolì prima di cessare del tutto.

Giunti in una radura, incontrammo numerose anime sedute su un prato, accasciate a terra, prive di forza. L’aria era accarezzata dai loro flebili sospiri. Tra di queste, avvolte da un bagliore bluastro, ci vennero incontro le anime di Omero, Orazio, Ovidio e Lucano. Essi ci guidarono tra le sette cerchie merlate del Limbo e tra i suoi labirinti plumbei, nei quali riposavano coloro che non avevano conosciuto Cristo. Dialogammo a lungo, ma non rivelerò quanto mi fu detto. Il ricordo mi è troppo intimo. Attraversato il castello, di fronte ad un portale ricoperto di edera, le nostre strade si divisero. Ci addentrammo nuovamente nell’oscurità, discendendo dal primo cerchio al secondo.

Una breccia sola permetteva di attraversare delle mura in rovina. Dinanzi ad essa, vi era accasciato su un trono Minosse, colui che esamina le colpe dei dannati e ne decide la pena. Le anime si inginocchiavano al suo cospetto e, piangendo, sussurravano i loro peccati al suo orecchio demoniaco. Dopo averli ascoltati, il giudice si avvinghiava, con la sua stessa coda serpentina, tante volte quanti sono i gironi che il dannato doveva discendere prima di soffrire in eterno.

Nonostante fossimo tra la calca, egli ci scorse e interruppe il suo compito, pose la mano squamosa sul volto di un dannato per zittirlo. Quest’ultimo rimase impassibile ad attendere il giudizio. «O tu, non fidarti di chi ti guida. Non farti ingannare dall’ampiezza di questa entrata. Uscire di qui non è facile come quel romano ti vuole far credere!».

Virgilio, ferito da quelle parole, rispose: «Perché continui a blaterare, Minosse? Non frapporti al nostro cammino. Così è stato deciso in Paradiso e, quindi, non proferire altra parola. Fai ciò che devi e lasciaci passare!»

Il demone mi guardò negli occhi. I suoi erano azzurri, attraversati verticalmente da un’orbita nerissima, nella quale si perdeva ogni bagliore di luce. Quello sguardo conteneva tutti i peccati dell’uomo, le confessioni udite e, nella oscura fenditura, il peso che albergava tra il cuore e le squame di chi venne costretto a giudicare. Distolsi gli occhi, incapace di sostenere quei macigni, poi le urla colpirono la parete con maggiore forza e una notte, ancora più spessa, ci avvolse.

Il luogo nel quale entrammo era sferzato da venti di tempesta che portavano con sé i dannati, schiantandoli tra le rocce aguzze con indicibile violenza. I miserabili piangevano e bestemmiavano Dio per quella pena senza riposo.

Capii che quello era il tormento dei lussuriosi, coloro che sottomisero la ragione al piacere. E come gli uccelli che quando si librano in volo formano un’ampia schiera, così quel vento avvinghiava i peccatori e li trasportava di qua, di là, di giù, di su. Aimè, non vi era alcuna speranza che si placasse.

«Maestro, chi sono quelle anime che la tempesta castiga?». Ed egli mi rispose: «Una di queste fu imperatrice. Ella rese lecita ogni sua depravazione, distruggendo qualsiasi forma di morale. È Semiramide, sposa di Nino, che governò la terra che oggi è retta dal Sultano. Un’altra è Didone che, abbandonata, si uccise per amore; poi vi sono Elena, Achille, Paride e Tristano». Continuò ad indicarmi più di mille altre ombre col dito e io, di quegli sventurati morti per un sentimento tanto forte, provai una profonda pietà.

Link al terzo canto (parte seconda). CLICCA QUI!

ovvero
Corsi e ricorsi

di Giulia Cultrera

Una mamma per amica è la classica serie dell’adolescenza che riguardi da adulto con occhi diversi, leggermente più critici. Terminata nel 2007, è stata realizzata un’ulteriore stagione nel 2016.

L’idea in sé non era male: il senso di vuoto che si prova alla fine di un libro o di una serie tv è sempre accompagnato dalla domanda “E adesso? Chissà come continuerà la storia”. E in fondo fa sempre piacere rivedere i personaggi riuniti a distanza di anni, sbirciare per un’ultima volta nelle loro vite e scoprire quali altre sfide abbiano superato. Ma non è questo il caso. Non c’è stata nessuna evoluzione dei personaggi principali: li ritroviamo esattamente nello stesso punto e, se possibile, anche qualche passo indietro.una mamma per amica

Rory in particolare appare intrappolata in un eterno presente, rivolta nostalgicamente al passato. L’avevamo lasciata con una promettente carriera ad attenderla, tanta grinta e determinazione; nove anni dopo la ritroviamo errante, senza una fissa dimora, incastrata in situazioni e schemi che non la rappresentano e non le fanno onore.

Apprezzo il messaggio che gli autori hanno voluto dare, condivisibile e decisamente attuale: siamo umani, per quanto ci impegniamo nel perseguire i nostri obiettivi, non sempre le cose vanno come vorremmo, spesso dobbiamo fare i conti con eventi e dinamiche che esulano dalla nostra volontà. Questo è ciò che capita anche a Rory. Tuttavia, tolti i comprensibili momenti di sconforto e di incertezza, alcuni suoi atteggiamenti e comportamenti snaturano il personaggio che avevamo conosciuto nell’arco di sette anni.una mamma per amica

Ma dimentichiamoci per un attimo dell’ultima stagione e passiamo alle note assolutamente positive che, ieri come oggi, ci fanno apprezzare Una mamma per amica. È facile affezionarsi alla cittadina di Stars Hollow perché si tratta di una serie corale in cui gli abitanti non sono soltanto personaggi sullo sfondo ma diventano parte integrante della narrazione: pettegoli, impiccioni, esuberanti e un po’ stravaganti, ma sempre pronti a dare una mano e a festeggiare i successi di qualsiasi membro della comunità come una grande famiglia.una mamma per amica - cittadina

Rimanendo in tema di famiglia, in quella dei Gilmore troviamo due dinamiche relazionali opposte: da un lato abbiamo un rapporto madre-figlia conflittuale che spinge spesso Lorelai a maturare le scelte in base a cosa possa infastidire o allontanare maggiormente la madre dalla propria vita; dall’altra parte ci imbattiamo in un rapporto idilliaco madre-figlia, in cui Rory considera sua madre alla stregua di un’amica e non accetta di buon grado quando Lorelai si impone come figura genitoriale.

da luke

La parlantina delle due protagoniste è certamente un loro segno distintivo, così come i dialoghi brillanti e ricchi di humor, farciti da numerosi riferimenti cinematografici e letterari. Il loro stile di vita è qualcosa che, puntata dopo puntata, abbiamo tutti imparato a conoscere: la colazione da Luke, tazze su tazze di caffè, le serate a base di cibo spazzatura e film noleggiati, le famigerate cene del venerdì sera, le riunioni del Consiglio Comunale tenute dal sindaco Taylor.

A questi si aggiungono altre indimenticabili vicende come il giorno oscuro di Luke, gli innumerevoli lavori di Kirk, le fobie di Paul Anka, i raduni de La Brigata della Vita e della Morte e le riunioni de Le Figlie della Rivoluzione.una mamma per amica - cena del venerdì

Tornando alla nota dolente, l’ottava e ultima stagione non manca di humor e di situazioni esilaranti in pieno stile Una mamma per amica, ma non apporta realmente valore aggiunto alla serie.

La conclusione della settima stagione era sicuramente carica di incertezza, ma anche di speranza. L’ottava stagione ci lascia spiazzati, aggiungendo un colpo di scena che evoca nello spettatore una sensazione di dejà vu un po’ amara.scena finale

di Giuseppe Cultrera

“È una bella soddisfazione essere tema di una tesi di laurea. Ancor di più se il laureando è Mario Incudine e relatore il Prof. Sergio Bonanzinga, entrambi prima miei punti di riferimento culturale e poi anche amici”. Me lo dice con quel suo abituale sorriso sotto il baffo, un po’ sottovoce, Peppino Castello cantastorie e operatore culturale di Monterosso. Se non avete ascoltato il suo Falconi e Borsellinu vi invito a sentirlo, per la carica narrativa e di impegno civile e per la musicale poetica del racconto che accompagna l’ascoltatore fino al tragico epilogo.

Il cantastorie Peppino Castello

Ma anche Cola Pisci, Emigranti, U baruni ri li Canalazzi, sono avvincenti ed emozionanti, riuscendo a ricreare il clima di empatia che contraddistingue il rapporto cantastorie-pubblico. Peppino Castello ripropone un modulo comunicativo del passato e nel contempo recupera sostrati e temi popolari sempre attuali. Ecco perché è ancora oggetto di studio per una tesi di laurea (qualche anno fa lo fu per quella di Elisa Ragusa) discussa la settimana scorsa dal musicista siciliano Mario Incudine.

incudine e bonanzinga
Mario Incudine e Sergio Bonanzinga

Ma come ti è nata l’idea e la voglia di fare il cantastorie?
“Galeotto fu il Presepe vivente, una manifestazione che si svolge nel quartiere storico di Monterosso Almo e ricrea ambienti della civiltà artigianale e contadina del passato.

Nell’edizione del 1994 pensammo bene di inserire la figura tradizionale del Cantastorie. Per l’occasione scrissi la storia U Baruni re Canalazzi, ispirata a una narrazione popolare legata al territorio. Preparai i bozzetti e, insieme a un mio amico, bravo pittore, realizzammo il cartellone, utilizzando un lenzuolo bianco trattato con colla fatta in casa mischiando aceto e farina. Cantai la storia in un ambiente caratteristico e suggestivo del percorso del Presepe vivente. Con mia grande meraviglia riscossi un enorme successo”.

busacca
Il cantastorie Ciccio Busacca

Scopro, anche, che abbiamo in comune il primo incontro con un cantastorie: il mio fu a Chiaramonte nella piazza S. Salvatore, dove da bambino abitavo e dove si svolgeva il mercato settimanale. Qui giunse una mattina Ciccio Busacca: assiso sul portabagagli della sua auto, chitarra imbracciata, cartellone alle spalle, cantò le imprese di Turiddu Giuliano e la tragica fine della baronessa di Carini.

“Per me il cantastorie per antonomasia è Ciccio Busacca – mi fa eco Peppino Castello – l’ho ascoltato da piccolo cantare la storia del Bandito Giuliano nella piazza San Giovanni del mio paese ed è ancora vivo in me il ricordo dei suoi occhi magnetici che tenevano incatenate al racconto le persone che lo ascoltavano incantate. Era un grande affabulatore! Nel tempo ho approfondito la sua conoscenza e quella di altri cantastorie: Franco Trincale, Nonò Salamone, Vito Santangelo, Orazio Strano… Tutti molto bravi, ma per me Ciccio Busacca resta il modello di riferimento per l’equilibrio tra la musica e il recitato che contraddistingue il suo stile”.

monterosso
Panorama di Monterosso (foto Giulio Lettica)

Da più di 25 anni il cantastorie di Monterosso inanella “storie” antiche e moderne, amare e dolci, che fanno riflettere e pensare, destinate a un pubblico vario, regionale e non, in festival, eventi, scuole e istituti culturali ma anche cortili e piazze con gente comune.

Ma il cantastorie oggi chi è. Non appare anacronistico nell’era digitale?
“Sono mutate le modalità e le forme di comunicazione – mi risponde – ed è difficile sostenere la concorrenza del cinema, della radio, della televisione, di internet. Il cantastorie può avere ancora un ruolo se propone storie capaci di suscitare negli ascoltatori emozioni, sentimenti e riflessioni, utilizzando la narrazione e il canto senza alcuna mediazione.

cantastorie

La relazione è diretta fra chi racconta e chi ascolta. Io scrivo testi che sono caratterizzati da un forte impatto emotivo e dalla trasmissione di valori e di ideali culturali. Mentre mi esibisco sento il coinvolgimento affettivo ed emotivo degli ascoltatori. Mi sembra di entrare in empatia con loro. Non mi sento quindi il custode della tradizione e delle figure mitiche del passato, ma una persona che tenta di leggere e raccontare in modo critico il presente”.

Peppino Castello, A morti e u miliardariu

Ovvero
un ciliegio ibleo nella Grande Guerra

di Saverio Senni

Ciliegiologo. Con questo neologismo recentemente sono stato contattato da una scuola elementare che aveva piantato un ciliegio nel proprio giardino e mi ha fatto piacere essere stato definito così.
Nutro da anni per il Prunus avium, il nome botanico del ciliegio dolce, una passione e un interesse come per nessun’altra pianta.

Negli anni, sul ciliegio e sui suoi frutti ho riempito un baule virtuale pieno di spunti, aneddoti, citazioni presenti nelle arti letterarie, in quelle musicali, pittoriche, cinematografiche e via dicendo, collezionando una raccolta che non credo possa trovare uguali per altre specie frutticole.
Ma andiamo con ordine.

È scientificamente assodato che una delle caratteristiche peculiari delle ciliegie è che queste… si rubano! Difficile trovare qualcuno che almeno una volta nella vita non abbia assaggiato ciliegie da alberi incontrati per caso nel corso di una passeggiata in campagna. Non desiderare le ciliegie d’altri, o meglio non sottrarle senza essere autorizzato dal proprietario. Era scritto addirittura in alcuni Statuti Comunali medievali, come quello di Celleno (VT) del 1457 che sanciva le penali monetarie per chi lo avesse fatto.

Ora il mio baule immaginario a questo proposito ospita anche un po’ di Sicilia, in particolare delle campagne chiaramontane. Mi riferisco al racconto di un furto di ciliegie che ritengo uno dei più belli della letteratura italiana, per la sincerità del testo, per il linguaggio utilizzato e per il contesto in cui si verificò. È quello raccontato da Vincenzo Rabito in Terra Matta (Einaudi) che avvenne nelle campagne tra Vizzini e Chiaramonte il 23 giugno del 1917.

Reclutato come Ragazzo del ’99, nel febbraio del ’17, e trasferito a Siracusa, Vincenzo Rabito voleva riabbracciare la famiglia prima di partire per il fronte da dove era sicuro che non sarebbe più tornato vivo. Organizza così una fuga a Chiaramonte con il compaesano e coetaneo Vito Panasia, fuga che doveva essere molto breve per non far scattare l’accusa di diserzione, punita in quei tragici tempi anche con la fucilazione.

Giunti in treno a Vizzini, i due proseguono a piedi lungo una “trazzera” per arrivare nei pressi di un mulino dove Vincenzo sapeva che c’era un albero di ciliegie:
“che era propia il suo tempo delle cilieggie per potere manciare. E io voleva vedere se li albere, di queste cilieggie, ni avevino, perché, se ni avevino, ci le manciammo e poi ci arreposammo… e delle cilieggie ci n’erino tante che avemmo voglia di manciare, che cilieggie sopra di quelle albere ci n’erino piú assaie delle pampene. Cosí, senza passare permesso annessuno, abiammo scarecato li zaine, il fucile l’abiammo messo a peso all’albero, e ci abiammo messo ammanciare cirase con Vito, frutto tanto piacevole. Un ricordo pieno di dolcezza perché, precisa poco dopo Vincenzo “erimo molto felice che manciammo cilieggie.”

Con quella straordinaria capacità di Rabito di descrivere situazioni che in un attimo mutano radicalmente, racconta come vengono scoperti dal molinaro che inizia a tirare pietre sull’albero e libera il possente cane da guardia della masseria il quale da sotto l’albero cerca di mozzicare Vito.

“Restammo spaventate, io con li pietre e Vito con il cane. E diciammo: – Maledetta la pancia!
Ma non era questo lo spavento. Che non venne il solo molenaro, che venne magare la molenara a terare pietre e fare tanto bortello, arrabbiate tutte piú forte del cane, e tiranno pietre e dicento: – Descraziate, stanno venento li carabiniere e cosí vi porteranno in calera, e ora vi ammazammo a corpe di pietra!”

E la venuta dei carabinieri sarebbe stata molto peggio di quella dei molinari!
Ma ecco di nuovo un colpo di scena. Il molinaro e sua moglie si rendono conto che i due sono soldati e “invece di trare pietre e dirime: «Latre, vi miritereste ammazate!» – come ni l’avevino detto –, si hanno messo a piancere. E cosí, piancento piancento, ni hanno detto: – Figlie mieie, manciateve magare l’arbiro! Io e Vito restammo senza parola”.

Il giovanissimo Vincenzo Rabito (a sinistra) con il fratello

I due scendono dall’albero e i molinari aggiungono “Figli mieie, perdonatoce, perché noi magare ci avemmo 2 figlie come siete voialtre soldate –. E piancevino, facendoce vedere li fatocrafieie dei suoi 2 figlie.”
L’avventura non poteva che finire a tavola, come nel miglior stile delle memorie rabitesi: “cosí, ci hanno fatto la pasta asciuto con uno bello coniglio a spezatino e vino, e abiammo manciato tanto bene che io e Vito cosí non ci avemmo manciato maie”.

Don Vincenzo, (secondo a destra in piedi) in divisa da militare

La conclusione della vicenda, letterariamente parlando, è la “ciliegina” sulla torta:
“Arrivati a Chiaramonte in 10 minute, fuommo nella chiesa della Madonna delle Crazie, che abiammo fatto la prechiera doppo tante bestemie che avemmo fatto con quelle molenare che ci stapevino ammazando a petrade e con quello cane che ci ha dato ummuzecone a Vito che ci ha strapato li pandalone, e io una pitrada nella testa ho preso. E perché? Per la cerasa!”

Vicino ad un cannone della I guerra mondiale

Un inno involontario alla cerasa, la cui forza attrattiva ha fatto dimenticare che con quel furto i due Ragazzi del ’99 hanno rischiato la morte per fucilazione.
Chi ha colto di Terra matta la grandezza di questo passaggio, apparentemente secondario, è il compianto attore Marcello Perracchio il quale, ricevendo nel 2008 il Premio Xifonia, scelse di leggere proprio questo episodio, lettura riascoltabile a questo link:

Ricordando Rabito, e Perracchio insieme a lui, mi sforzo di chiudere, in quanto ci sarebbe molto altro da aggiungere, perché, come è noto, una cerasa ne tira sempre un’altra.

di Chiara Tramontana e Giuseppe Schembari

La passione di Artemisia, pubblicato nel 2002 dalla casa editrice Neri Pozza e tradotto dalla lingua inglese da Francesca Diano, è un romanzo storico di Susan Vreeland.
L’autrice americana mescola arte alla narrativa, raccontandoci, tra realtà e fantasia, la storia della grande pittrice del ‘600, Artemisia Gentileschi, figlia di Orazio, anch’egli apprezzato pittore del tempo e amico del Caravaggio. È lui che sin da bambina insegnerà alla figlia i segreti dei colori e dei giochi della luce, l’anatomia dei corpi e la magia delle prospettive.  

La scrittrice Susan Vreeland

Artemisia ebbe la sventura di essere stuprata giovanissima da un collaboratore e amico del padre: il pittore Agostino Tassi. Denunciato al Tribunale romano della Santa Inquisizione, sarà sottoposta, com’era consuetudine, alla tortura della “Sibilla” e all’esame delle parti intime sotto lo sguardo concupiscente di Giudici e addetti al processo. Una procedura processuale disumana e umiliante per la vittima, allo scopo presunto di accertare la verità dei fatti. Lungi dall’ottenere giustizia, Artemisia si troverà profondamente e ingiustamente ferita nella reputazione, nel corpo e nell’anima.

Artemisia Gentileschi nel ritratto del pittore Simon Vouet (1623 circa)

“Cancella il dolore con i tuoi pennelli, cara. Dipingi sopra il dolore, finché non ne rimanga traccia. Non fare che la loro derisione ti carichi di vergogna. È quello che vogliono. Vogliono che tu avvizzisca e muoia e lo sai perché? Perché il tuo talento è una minaccia”.

Spirito libero, donna caparbia e lungimirante, infranse tutte le regole (maschiliste) del tempo diventando addirittura, prima donna nella storia, membro dell’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze. E troverà nel potere salvifico dell’arte il rifugio dove poter esprimere tutto il grande phatos di cui era capace, soprattutto attraverso quei volti femminili che dipingeva con grande maestria. 

Susanna e i Vecchioni, opera giovanile di Artemisia (1610)

Fin qui la figura storica di Artemisia Gentileschi che, nel romanzo della Vreeland, diventa però la superficiale eroina protagonista di un romanzo ancor più superficiale. Incapace di creare profonde emozioni nel lettore, tra dialoghi a volte improbabili e un linguaggio a tratti inverosimile per dei personaggi storici dell’epoca. Viene anche il dubbio che la traduzione dall’inglese abbia contribuito a peggiorare un quadro già di suo non esaltante. Insomma, un romanzo storico non da ricordare né da consigliare. 

Giuditta e Oloferne (1620/21)

Un giudizio molto negativo che ha trovato concorde la stragrande maggioranza dei partecipanti al gruppo di lettura di oltreimuri.blog. Le poche voci che si sono alzate in difesa hanno invece sottolineato la buona capacità della scrittrice a rappresentare i difficili e complicati rapporti familiari tra Artemisia, il padre e la figlia.

Da tutti invece è stato sottolineato come il romanzo della Vreeland abbia raggiunto almeno lo scopo minimo di spingere il lettore a ricercare ad approfondire le bellissime opere pittoriche citate e descritte nel testo.

di Laura Castronovo Albanese

Ci sono azioni così ricorrenti nella nostra quotidianità che non capita spesso di farsi troppe domande al riguardo, le compiamo e basta, quotidianamente, senza pensarci troppo. C’è un’azione in particolare che compiamo tutti inevitabilmente almeno una volta al giorno: vestirsi. E con ciò si intende indossare degli indumenti, quindi sì, a meno che non viviate nel Giardino dell’Eden e indossiate almeno le mutande tutti i giorni, potreste chiedervi: chi ha fatto i miei vestiti? (per intenderci meglio: “Who made my clothes?”).armadio

È una domanda che avrete letto anche solo per sbaglio in preda allo scrolling sui social negli ultimi anni e che nasce dopo quello che viene considerato come il più letale cedimento strutturale accidentale nella storia umana moderna: mi riferisco al numero delle vittime che il 24 Aprile 2013 morirono sotto le macerie del Rana Plaza a Savar (Bangladesh), un edificio commerciale di otto piani con gravi problemi strutturali segnalati dai lavoratori delle fabbriche tessili che ne avevano chiesto la chiusura e l’evacuazione.

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Le macerie del Rana Plaza

La chiusura venne effettuata, ma esclusivamente per i negozi e la banca dei piani inferiori, mentre le fabbriche, che peraltro non potevano essere ospitate in quella struttura, dovettero rimanere aperte per non perdere i ritmi di un sistema veloce che, solo in quell’occasione, causò 1129 vittime.

Quel sistema si chiama Fast Fashion e non è solo una pratica che sfrutta la manodopera sottopagata delocalizzando le fasi di produzione più importanti nei paesi in via di sviluppo, ma contribuisce in maniera diretta all’inquinamento ambientale causato dall’industria tessile, considerata la seconda realtà più inquinante al mondo.

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Manodopera sottopagata nei Paesi in via di sviluppo

H&M, Zara, Primark, Benetton, Mango, Forever 21, Berskha sono solo alcune tra le catene d’abbigliamento più famose in tema di prezzi stracciati e “moda istantanea”, un modello applicato per la prima volta negli anni ’80 da Zara e che oggi produce una media di 24 collezioni l’anno (adesso prendetevi un attimo per capire bene cosa significhi presentare 24 collezioni l’anno).

Il sistema del Fast Fashion prevede che un capo diventi obsoleto nel giro di due settimane, motivo per cui si è diffusa negli ultimi anni l’idea che un indumento non possa essere indossato più di due volte o che sia indispensabile acquistarne di nuovi ogni tre settimane.shopping

Agli occhi della società consumistica in cui viviamo, il Fast Fashion, considerato il fast food della moda, è un sistema al passo con i tempi, veloce ed economico. Un sistema considerato democratico per aver permesso a chiunque di acquistare abbigliamento “alla moda” a pochi euro. Peccato che si tratti di una democrazia basata sulla disuguaglianza, sullo sfruttamento di persone e risorse ambientali indispensabili come l’acqua.

Secondo il Global Slavery Index (2018), il settore dell’industria tessile è il secondo alla guida della schiavitù moderna e il solo lavaggio di una maglietta in poliestere (che rappresenta il 60% della produzione tessile) rilascia circa 700,000 microplastiche che raggiungono i corsi d’acqua, ne danneggiano la biodiversità e potenzialmente anche la salute dell’uomo.

microplastiche
Microplastiche presenti nei mari

Questo è il prezzo di ogni capo che decidiamo di indossare e per chiunque volesse farlo con consapevolezza le soluzioni ci sono e sono tante seppur non sempre facili o accessibili, ma è un percorso che può essere intrapreso con piccoli semplici gesti come sostenere brand locali che si impegnano per creare un mercato sostenibile, imparare a leggere le etichette di un capo, acquistare handmade (fatti a mano) e second hand (di seconda mano), sensibilizzare la gente alla normalizzazione del riuso dei vestiti, imparare a reinventarli, scambiarli o a ripararli prima di gettarli via.

seconda mano vestiti
I mercatini dell’usato sono un un ottimo posto per comprare indumenti di seconda mano

Si sta creando una rete di consumatori consapevoli sempre più attiva e più accessibile, basta davvero poco per entrare un po’ alla volta nel mondo della Slow Fashion.
Ah, per chi se lo stesse chiedendo, il mio primo passo è stato vedere The True Cost, se non sapete da dove iniziare, iniziate da lì.

Laura Castronovo Albanese è nata a Palermo nel ’99. Oggi vive a Catania dove studia Design e Arti Visive; tra musica, cinema e progetti fatti e da fare. Da 4 anni uno dei suoi più grandi interessi riguarda la slow fashion e l’attivismo ambientale strettamente legato al mondo della moda, portando avanti campagne di sensibilizzazione sui social, nelle scuole e ovunque ci sia voglia di cambiare le cose.

the true cost
“The True Cost”, un film documentario del 2015 che affronta il problema del Fast Fashion