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di Fabio Maerna

Salvatore Rajmondo nasce a Cefalù in provincia di Palermo nel 1977, si diploma in basso tuba presso il Conservatorio “Antonio Scontrino” di Trapani, inizia l’attività da orchestrale suonando nello orchestre italiane ed estere. Prosegue gli studi in direzione al conservatorio “G. Verde” di Milano dove ha conseguito il Master Direzione di Orchestra di fiati al Conservatorio, dove sta ultimando il biennio di Strumentazione per Orchestra di Fiati. Il repertorio della banda non ha nulla da invidiare a quello classico orchestrale, anzi ci sono delle composizioni molto tecniche e molto complesse; in alcuni casi come, ad esempio composizioni di Igor Stravinskij, sono necessari strumentisti validi per eseguire brani assai difficili con incastri ritmici davvero ardui“. Con questa dichiarazione il maestro Salvatore Rajmondo manifesta tutto l’amore per il suo lavoro: direttore di una banda. Agli occhi degli addetti ai lavori potrà sembrare blasfemo, ma alla fine di questa intervista vi accorgete che non è affatto così…

Salvatore Rajmondo

L’orchestra di fiati viene comunemente definita “banda”. Cos’è oggi questa realtà?

“La banda si può mettere al pari dell’orchestra: sono entrambe due realtà di tutto rispetto. L’orchestra di fiati si distacca sempre più dal vecchio ruolo che aveva una volta: quello di suonare esclusivamente per le vie e nelle piazze dei paesi, in cortei religiosi o civici. D’altro canto la banda rimane sempre un luogo di aggregazione, mirato a divulgare il sapere della musica, a spingere sempre più giovani verso un luogo sano e sicuro. Oggigiorno questo è sempre più difficile da realizzare: lo studio della musica pretende disciplina e impegno e per molti ragazzi oggi può sembrare troppo”.

Perché la scelta di concentrare gli studi sulla strumentazione e direzione di orchestra di fiati e non sull’orchestra “tradizionale” ossia quella “classica”?

“Quando si trattò di scegliere all’inizio dei corsi, in effetti, si prospettarono entrambe le alternative. Sicuramente per un mio limite, derivato a mio avviso da mancanza di basi sullo studio del pianoforte, la mia scelta si direzionò verso l’orchestra di fiati, a primo impatto sembrava più agevole, ma così non è stato. C’è da sottolineare un fatto, e credo che qualcuno se ne risentirà: alcuni brani originali per orchestra di fiati possono risultare complessi da dirigere al pari di un programma sinfonico di tutto rispetto”.

Cosa pensa del repertorio odierno delle bande?

“Sono certamente uno dei pochi sostenitori del repertorio originale per banda, ma non perché il repertorio classico del passato sia poco interessante o non abbia più nulla da dire. Bisogna pensare però che nel dopoguerra il ruolo della banda era proprio quello di far conoscere alla gente che non poteva andare in teatro i grandi capolavori operistici o sinfonici. Oggi la banda, se si vuole ritagliare una identità propria si deve spingere sempre più verso un repertorio ben specifico per questa formazione e non rimanere ancorata alle trascrizioni del passato”.

Qual è oggi il ruolo del maestro di banda? Deve solo essere capace di muovere la bacchetta?

“Domanda provocatoria. Basterebbe il titolo di un libro che ho utilizzato per gli studi per risponderle: “Battere il tempo o dirigere”. Un direttore non deve “portare” il tempo: per quello è sufficiente un metronomo che, per chi non lo conoscesse, è quello strumento meccanico che serve a scandire il ritmo alla velocità che si desidera. Dirigere è molto altro. Per sintetizzare potrei dire che il direttore è una persona che miscela i volumi dei vari strumenti, ossia permette il bilanciamento tra i vari settori della banda. La musica è fatta di note, è ovvio, ma queste rimangono fine a se stesse se non riescono a trasmettere al pubblico che sta ascoltando alcuna emozione e alcun sentimento”.

A suo parere i ragazzi che che iniziano a studiare uno strumento in banda possono essere facilitati nel proseguire gli studi al Conservatorio e quindi, in seguito, suonare nelle orchestre classiche?

Certamente sì. Già quando ero giovane io, un ragazzo, specialmente al sud, muoveva i primi passi all’interno della banda del proprio paese. Se in lui scaturiva “l’innamoramento” per la musica, ecco che il passaggio al Conservatorio era breve e di conseguenza, se gli studi proseguivano, entravano in un’orchestra. Aggiungo un’ultima cosa: la gioventù di oggi è molto interessata agli sport. Ai nostri tempi il fatto di uscire a far le prove, in banda, dopo cena, anche due volte la settimana era anche una scusa per fare tardi e vedersi tra amici. D’estate, poi, si suonava alle feste, che potevano durare intere giornate, anche nei paesi vicini, e quindi si stava fuori casa da mattina a sera: un vero spasso!”.

Qual è il futuro delle bande cittadine?

“Oggi l’ostacolo maggiore per far sì che le bande non possano estinguersi è la difficoltà di trovare un finanziamento che le sostenga. Difficilmente si trovano amministrazioni civiche disposte a fornire sovvenzioni. Alcune di queste, soprattutto quelle del Sud, sono a “conduzione famigliare” e si tramandano di padre in figlio. In Sicilia quasi in ogni paese c’è la presenza di una banda, in alcune due se non addirittura tre. I siciliani sono un popolo di invidiosi: molte realtà musicali nascono da altre a causa di disaccordi interni o da divergenze su chi le deve dirigere”.

banda
Una rara foto della banda di Chiaramonte Gulfi (RG), 1909.

Cos’è per lei la musica?

“La risposta a questa domanda tocca molto il lato personale del musicista: qualsiasi persona che risponde, pur dicendo la stessa cosa, in realtà può sottintendere molto altro. Penso che per essere un musicista bisogna essere veramente “innamorato” di quest’arte: lo paragonerei allo stesso amore che c’è tra due persone. Ho fatto parecchie rinunce per la musica, soprattutto nella vita privata. Sono scontento? Non saprei rispondere. L’amore per quest’arte è talmente forte che posso dire di essere appagato. Si fa fatica a spiegare le emozioni che prova un musicista, che vive quando si siede sul palcoscenico di un teatro, sulla propria sedia, intorno ad altri strumenti dell’orchestra e aspetta che il direttore dia inizio a questo viaggio magico”.

di L’Alieno

A quasi due secoli e mezzo dalla rivoluzione francese, che mise in discussione il sistema sociale dell’ancien régime con il suo assolutismo, siamo adesso alle soglie di una clamorosa svolta di segno opposto in Francia. Chi se lo sarebbe mai aspettato, in un paese di radicalità e di rivoluzionarismi giacobini, un record di preferenze del 40% (circa) alle forze dell’estrema destra iperconservatrice? Un trionfo che rischia di trasformare un grande paese, fondamentale per i destini dell’Unione Europea, nel laboratorio nazionalista di una nuova “grandeur” reazionaria e disgregatrice. Un fatto potenzialmente in grado di spingerci indietro di decenni in Europa e che le elezioni anticipate, indette da Macron, rischiano di accelerare piuttosto che frenare.

Marine Le Pen, 56 anni, leader del Rassemblement National (foto Flickr)

Minimizzando, qualcuno potrebbe sostenere che Marine Le Pen, in fondo, sarebbe soltanto una Meloni d’oltralpe che non ce l’aveva fatta fino a domenica scorsa. Ma è proprio l'”oltralpe” a fare la differenza. Noi italiani non abbiamo l’autostima dei nostri cugini francesi, non abbiamo mai interiorizzato, nella nostra cultura, quello sciovinismo snob da antico paese imperialista e di grande cultura insieme. Siamo più modestamente un paese che non crede in sé stesso e che fatica ancora a riconoscersi in una medesima bandiera dopo 163 anni. La Meloni, poi, è sì una leader sovranista come la francese, ma con l’ansia di status da “underdog” italiana e l’impellenza di farsi accettare dalle cancellerie europee che contano, più che avere il problema di combatterle.

Giorgia Meloni, 47 anni, Presidente del Consiglio italiano e leader di Fratelli d’Italia (foto wikimedia)

Un pensiero ai risultati elettorali di casa nostra. Ha vinto Giorgia Meloni nel segno della procrastinazione sine die dei problemi del paese. E fin quando non deciderà la sua tifoseria rimarrà pressapoco intatta.
Ha vinto Elly Schlein, che dopo un periodo di noviziato molto problematico sta imparando a coabitare, con vicendevole profitto, insieme ai cacicchi del partito.
Ha vinto il neofascismo dei valori del Generale Vannacci. Bravo a pescare consenso nella pancia profonda di quella parte di paese illiberale e xenofobo, sempre convinta che il fascismo “abbia fatto anche cose buone”.
Ha vinto pure Ilaria Salis. Una signora nessuno in tutti i sensi, con problemi nei confronti della giustizia italiana, ma la cui ingiusta detenzione e vicenda giudiziaria, in Ungheria, si è trasformata nel miracoloso colpaccio della propria vita. Grazie Orban!

(Da sinistra in senso orario) Elly Schlein, Segretaria del PD, Roberto Vannacci e Ilaria Salis

Spernacchiati dall’elettorato, invece, i due Napoleoni di centro, Renzi e Calenda, a cui non rimane altro che l’autoesilio all’isola d’Elba e diversi anni di psicoterapia per tentare di ridurre l’ipertrofico ego.
Spernacchiato ancora una volta Matteo Salvini, la cui esistenza politica ormai si regge su improvvisati espedienti come la candidatura vincente dell’indipendente Vannacci. Non reggerà ancora per molto.
Spernacchiato anche l’ex avvocato del popolo, Giuseppe Conte. Il “popolo” ha scelto di farsi rappresentare da altri populisti e lui ha esaurito la propria vena creativa, nonostante il disperato tentativo di prendere al volo il treno pacifista. Treno che, per la verità, si è dimostrato solo una vecchia carretta zeppa di personaggi boriosi, francamente antipatici a tutti.
Il flop era già nell’aria.

(Da sinistra in senso orario) Giuseppe Conte, leader dei 5Stelle, Matteo Renzo, leader di Italia Viva e Carlo Calenda, leader di Azione

di Vito Castagna

Iniziando a lavorare in un liceo che svolge attività pomeridiane, ho potuto usufruire del servizio mensa. La definirei una quasi novità a fronte della mia tramontata esperienza da studente. In Sicilia, non c’erano ore di lezione nel pomeriggio, forse per un antico retaggio spagnoleggiante legato alla siesta. Il mondo legato alla mensa si è quindi dischiuso a me, incuriosendomi sempre più, tanto che sono convinto che si potrebbero scrivere dei saggi o delle lezioni monografiche sul tema. Storici, antropologi, sociologi, esperti di gastronomia, dietologi, vi lancio la sfida! Ma per ora ci provo io, con la mia limitata esperienza personale, si intende.

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La comodità della mensa è cosa comunemente assodata e non la scopre di certo il sottoscritto. Che voi siate dei maestri/professori o degli alunni la mensa vi offre una comodità senza pari: non dovete uscire da scuola in cerca di cibo per poi tornare di fretta per le lezioni pomeridiane. Se il plesso si trova in periferia avete fatto centro. Ma come sempre la medaglia ha due facce…

Pasta precotta e stracotta, sugo di pomodoro o ragù proposti ogni giorno, cotolette di pollo molli e stoppose, carote vecchie tagliate a julienne e insalate a fine carriera sono solo alcuni dei protagonisti della maggior parte delle mense italiane. I piani per una dieta equilibrata sono quasi del tutto assenti, così come il pesce, verdura di stagione ben condita e legumi.

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Tutto questo genera un rapporto poco sano con determinati cibi: negli scaffali la carne e il fritto vanno a ruba, mentre il resto rimane inviolato. Il ragù, come già anticipato, è il principe dei primi piatti: una settimana è stato proposto a giorni alterni tre volte (il servizio mensa è attivo per cinque giorni settimanali). Se siamo ciò che mangiamo, caro Houston abbiamo un problema.

Quand’ero un bambino anch’io non avevo un bel rapporto con la mensa scolastica, ma per altre ragioni. Ero semplicemente schizzinoso. Ricordo che stavo mangiando della pasta col sugo – ecco che ritorna! – e masticai un semino di pomodoro. Lo sputai istintivamente. Un mio compagno vedendomi sul punto di vomitare mi indicò a tutti, ridendo. Fu un trauma.

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Dico questo perché sono in tanti a vivere la mensa in modo traumatico. In un dossier nazionale del 2018, fatto su un campione di 600 individui tra alunni e professori, si attesta infatti che un ragazzino su due non mangia volentieri a scuola. Le motivazioni sono varie: scarsa varietà e qualità degli alimenti non sempre ottimale, per citarne solo alcune. Aggiungerei, anche se hanno un impatto minore, la mancanza o il ridotto numero di menù esclusivamente vegetariani o vegani.

Osservando gli indici di gradimento dei cibi svettano i dolci (77%), la pizza (75%, ne avevamo dubbi?), la carne (63%), a quote più basse ma inaspettatamente positive la frutta fresca (58%) e la pasta al pomodoro (50%, rieccola!).

A fronte di questi numeri, mi chiedo: forse le mense propongono ai ragazzi solo quello che a loro potrebbe piacere? In fondo, in Italia il costo del servizio è abbastanza alto. Rispetto all’anno scorso la quota è salita mediamente del 3% (nel 2023 del 9%), ma in alcune regioni è aumentata drasticamente, come in Calabria dove si attesta al 26%. Nel 2024, la Basilicata si colloca sul gradino più alto del podio con 109 euro mensili. E allora perché non cercare di accontentare il più possibile il cliente, offrendogli quello che maggiormente potrebbe desiderare?

Fortunatamente in moltissime realtà non è così e la mensa è vista come un servizio fondamentale e come una palestra di buona educazione alimentare. Anche nella mia mensa, in questi ultimi giorni di scuola, sono stati serviti farro con verdure ed ortaggi, zucchine e frittate di spinaci. Se avessero eliminato tutti quegli orribili imballaggi di plastica saremmo stati a cavallo. Ma non si può avere tutto e subito. Per le prossime mense resto fiducioso.

ovvero
Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio

di Giulia Cultrera

A Way Out è un gioco cooperativo che rivisita il concetto stesso di cooperazione. Tuttavia, quando ve ne accorgerete sarà troppo tardi.

Ambientato negli anni Settanta, racconta la storia di due detenuti, Vincent e Leo, costretti a collaborare per evadere di prigione e ottenere vendetta contro un nemico comune. Entrambi, infatti, sono stati incastrati da Harvey, un ex complice molto influente e pericoloso.

Nella prima parte della narrazione dovrete coprirvi le spalle a vicenda per poter scappare dal penitenziario e darvi alla macchia. Un susseguirsi di inseguimenti, furti, effrazioni che vi faranno familiarizzare con i personaggi e rafforzeranno il loro legame.

Con l’avanzare della storia, entrerete nel secondo atto, incentrato sul desiderio di vendetta. La narrazione cambierà registro e diventerà più movimentata e imprevedibile. Fino a un plot twist finale che vi farà mettere in discussione l’intera vicenda.a way out

A Way Out si distingue per la sua dinamica di gioco che alterna momenti esplorativi ad azione, scontri e corse frenetiche. La narrazione è suddivisa in capitoli, arricchiti da flashback e minigiochi che allentano la tensione e forniscono dettagli in più sulla vita dei personaggi.

L’aspetto più avvincente è, senza dubbio, la possibilità di influenzare il percorso narrativo. In più momenti vi troverete davanti a dei bivi e dovrete scegliere, insieme, in che modo proseguire. I protagonisti sono caratterizzati da personalità contrastanti: Leo è impulsivo e propenso all’azione, mentre Vincent è più diplomatico e riservato. Queste differenze si riflettono nelle scelte che potrete fare, condizionando il corso della storia e le interazioni con gli altri personaggi.

Di conseguenza, una volta concluso il gioco, vorrete ricominciarlo daccapo per poter provare altre strade e sbloccare il secondo finale. Ebbene sì, ci sono due finali.a way out

È possibile giocare online e in locale, con split screen in verticale o orizzontale. Le azioni e i movimenti sono molto limitati, le scene video sono abbastanza frequenti e non possono essere saltate. Ma, come già detto, il punto di forza di A Way Out è dato dalle numerose scelte che i giocatori devono compiere per costruire la propria versione della storia.

Ogni dialogo con i personaggi non giocanti può variare a seconda di chi lo affronta, creando una sensazione di autenticità e imprevedibilità.

Occorre avere una buona mira e riflessi pronti. In alternativa, basta avere un compagno di gioco con buona mira e riflessi pronti: minimo sforzo, massima resa.

Non vedrete l’ora di scoprire come finirà l’avventura di Vincent e Leo. Ma, vi avverto, vi troverete leggermente in disaccordo su come concludere il gioco. È inevitabile. Motivo per cui, appena terminato l’ultimo capitolo, vorrete subito rifarlo per sbloccare il finale alternativo.a way out

di Ariane Deschamps

La scrittrice Marinella Fiume grazie al suo libro Strèuse. Strane e Straniere in Sicilia (Iacobellieditore, 2023, pp. 216) ci offre una nuova mappa storica del mondo femminile siciliano, in grado di presentarci tutte quelle donne che hanno contribuito a modificare il volto dell’Isola.

Ma chi sono le strèuse? Sono donne strane, eccentriche, bizzarre, fuori dal comune e dalle strade già tracciate. Sono selvagge, indomabili e rifiutano di stare alle regole di una società patriarcale che le vorrebbe rilegate soltanto al ruolo di mogli e madri.

Marinella Fiume e il suo “Strèuse. Strane e straniere in Sicilia”

Sono Siciliane, rivoluzionarie per l’epoca in cui sono vissute e per la testimonianza del loro operato.
Conoscono l’arte di guarire con le piante. Sono donne di legge impegnate in battaglie civili; sono poetesse e scrittrici, esiliate, a volte ripudiate dalla propria famiglia di origine. Sono straniere, approdate in Sicilia per viaggio o per trasferimento legato allo studio o all’Amore. Sono quelle invidiate, ammirate e temute per la loro diversità e per quella inconsueta libertà personale che le altre donne sconoscono.

Ho letto attentamente ogni capitolo del libro incuriosita dal percorso di vita di ciascuna, riconoscendomi nei loro valori e passioni. Da quando vivo in Sicilia mi sono sentita strèusa, una figlia illegittima di questa terra, per la difficile convivenza tra la mia cultura francese e quella siciliana (anche se quest’ultima è impregnata della prima più di quanto possa sembrare), per la costante malinconia isolana, per le differenze che non si appianano nonostante la mia trentennale permanenza.

Jeanne Villepreux Power, biologa (a sx), Florence Trevelyan, naturalista (al centro), Francesca Mirabile Mancuso di Caronia, prima donna ad avere preso la patente (a dx)

Sentirmi strèusa ha favorito la mia osservazione della società e delle sue antiche dinamiche. La scissione tra il mondo maschile e femminile ne è una forte componente che si mescola con il ruolo centrale della famiglia, nido accogliente e richiamo all’unità anche in età adulta. Poi, non si può non rimanere colpiti dalla teoria di sguardi e gesti codificati. In Sicilia sembra che le parole siano superflue perché il linguaggio potrebbe benissimo reggersi senza suoni.

Un fatto è certo: non si vive in Sicilia senza esserne turbato e affascinato. Chissà se anche le Strèuse di Marinella Fiume hanno avuto questo stesso pensiero… 

di Filippo Senatore 

Immaginiamo di vedere questo percorso comune che si sta avvicinando alla meta dei 150 anni, il 5 marzo 2026. Immaginiamo una grande foresta di saperi e un lungo viaggio sentimentale con momenti esaltanti di felicità e momenti drammatici. Tutto tenuto insieme dalle radici che legano la storia travagliata dell’informazione nel nostro Paese piena di speranze, di successi e, a volte, di sconfitte.

Dobbiamo a un garibaldino napoletano di madre francese, Eugenio Torelli Viollier la nascita del nostro Corriere della Sera la prima domenica dopo il Carnevale ambrosiano. Siamo grati a Luigi Albertini che lo ha portato a livello internazionale con record di vendite tra il 1912 e il 1918. C’erano a quel tempo, senza nulla togliere ai contemporanei, i migliori giornalisti e opinionisti come Silvio Spaventa, Augusto Monti, Gaetano Mosca, Giuseppe Antonio Borgese e Luigi Einaudi. Poi arrivò l’infamia del fascismo e le libertà negate. 

La prima copia del Corriere della Sera

Dal 7 giugno del 1924 al novembre del ’25 il giornale subì 12 sequestri a opera della Prefettura di Milano. La cacciata di Albertini nel novembre del 1925 da Via Solferino aveva una motivazione ben precisa. Lui si era opposto alla marcia su Roma dell’ottobre 1922 e dopo il 10 giugno 1924 aveva denunciato Mussolini come mandante dell’omicidio del deputato Giacomo Matteotti.

La redazione di via Solferino nel ‘25 fu decimata: alcuni si dimisero come Alberto Tarchiani altri cambiarono mestiere come Ettore Janni o cambiarono giornale come Mario Borsa o caddero in miseria come Ferruccio Parri e Casimiro Wronowski, capo del Centro Documentazione da lui fondato nel 1910. Casimiro era stato discriminato più degli altri essendo il cognato di Giacomo Matteotti e perciò vessato dalla polizia fascista.

Illustri e oscuri collaboratori persero la firma dal corrispondente di Pavia avvocato Ludovico de Silvestri allo stesso Luigi Einaudi. L’allontanamento nel 1933 di Eugenio Balzan, direttore amministrativo del Corriere, preceduto da una vile aggressione squadrista, completò l’epurazione in Via Solferino.  Dopo il 25 luglio del 1943 per un mese e mezzo tornò il profumo di libertà.

Alberto (a sx) e Luigi Albertini (a dx)

Luigi Albertini era morto nel 1941. Toccò al suo amico Ettore Janni salire alla direzione, designato dai Crespi. Pensiamo al nostro Paese in piena guerra con l’Italia occupata dai nazisti sotto il giogo della Repubblica di Salò. Dopo l’8 settembre 1943 i giornalisti del Corriere che si erano esposti contro il fascismo si diedero alla macchia o si rifugiarono in Svizzera.

Alcuni nomi: Gaetano Afeltra, Ferruccio Lanfranchi, Indro Montanelli e Filippo Sacchi oltre al citato direttore. Altri rimasero in via Solferino nell’ombra con importanti azioni clandestine con i capi della Resistenza del Nord Italia Ferruccio Parri del Partito d’Azione e Alfredo Pizzoni liberale. Il CNL avendo lo scopo comune della liberazione non aveva escluso nessun antifascista, dai monarchici a repubblicani mazziniani, dai socialisti a comunisti. Gli scioperi di marzo 1944 nelle grandi fabbriche del Nord    infiammarono la lotta partigiana. Parte degli scioperanti furono deportati nei campi di sterminio e gran parte di loro non tornarono vivi.

Ferruccio Parri (foto: Collettiva)

Anche il nostro Corriere era al centro della lotta con attività clandestina di appoggio ai partigiani anche se diretto dal fascista Ermanno Amicucci era la voce dei repubblichini di Salò. Dopo gli scioperi del marzo ’44 un gruppo di lavoratori del  Corriere della Sera furono arrestati e deportati nei campi di sterminio. I loro nomi: Mario Miniaci, Torquato Spadi, Luigi Tacchini, Otello Ghirardelli, Dionigi Parietti, Ferdinando De Capitani.

Il settimo Angelo Aglieri impiegato nella segreteria di redazione, diretta dal fascistissimo Andrea Marchiori. Nei giorni cruciali del 1943 Angelo scelse l’opposizione antifascista aderendo al gruppo clandestino San Giusto guidato dall’avvocato Giuseppe Pugliesi. Angelo Aglieri finì in un forno crematorio di Flossenburg la vigilia di Natale del 1944. Gli altri sei, partiti nei vagoni piombati dal famigerato binario 21,  finirono al campo di Mauthausen. Vi rimasero  40 giorni. Infine, vennero spostati nel sottocampo di Ebensee, uno dei peggiori in assoluto per la durezza delle condizioni di lavoro e per numero di morti.

Le baracche del campo di concentramento di Flossenburg (foto: Holocaust Encyclopedia)

Ritornarono vivi solo Spadi e Miniaci. «Fame, freddo, percosse, umiliazioni, fatiche da stremare. Cose che si sanno, se non si vuole ignorarle». Così raccontava Mario Miniaci al collega Gaetano Afeltra. Ricordate il  personaggio di Edoardo De Filippo nella commedia Napoli Milionaria? Reduce della guerra Gennaro Jovine trova indifferenza tra i suoi parenti. La risposta sempre uguale: «Gennaro non pensarci. Acqua passata». Una rimozione collettiva  dei nostri padri o un silenzio dettato dal pudore come ne ha magistralmente scritto Paolo Fallai nel racconto Un inverno lungo un anno, per allontanare il ricordo degli orrori della guerra?

Non bisogna dimenticare i resistenti delle fabbriche del Nord: Boveri, Fraschini, Borletti, Innocenti, Fiat, Breda, Falk, Pirelli ecc… che lottarono rischiando la vita. Al Corriere c’erano tra gli altri i resistenti Bruno Fallaci, zio di Oriana, Benso Fini e Giulio Alonzi il quale ultimo subì torture indicibili da nazifascisti. Senza la loro lotta  il futuro di via Solferino sarebbe stato diverso.

Gaetano Afeltra e Bruno Fallaci

L’11 aprile 1945 alla vigilia della liberazione un gruppo di partigiani fece una azione dimostrativa nella mensa aziendale del Corriere. Salita su una seggiola la partigiana Amalia Malmesi alla fine di un toccante discorso sulla libertà prossima da venire suscitò l’applauso liberatorio dei lavoratori. Dopo il 25 aprile 1945, Mario Borsa designato da Ferruccio Parri primo direttore della Liberazione ha lasciato un segno con le voci di autorevoli personalità. Oltre al citato Giulio Alonzi, Riccardo Bauer, Ernesto Rossi e Leo Valiani che parteciparono alla battaglia del referendum a favore della Repubblica contro una monarchia compromessa col regime del ventennio.

I nostri maestri ci educarono al senso hegeliano del giornale quotidiano, preghiera laica e anelito al libero pensiero. Uno dei maggiori storici del ‘900, il francese Marc Bloch analizzava la guerra e le false notizie nel conflitto del 1914-18, scaturite dalle trincee o divulgate dagli Stati maggiori per influenzare la libera stampa a discapito dei lettori. 

Milano liberata (foto: ©Publifoto/Lapresse)

Il giovanissimo redattore Luigi Albertini, durante l’assedio di Milano del 1898 dell’esercito regio contro il popolo affamato, creò una rete di informazioni partite dai cittadini milanesi, per aggirare la censura militare e rendere il nostro giornale più credibile ai lettori. Essere dunque credibili al servizio dei cittadini è questa la sfida  che si rinnova negli anni a venire. Al servizio dei lettori per ricercare la verità dei fatti non sempre a portata di mano.

Filippo Senatore è giornalista pubblicista dal 2004. Ha scritto per le edizioni locali del Corriere della Sera e, sempre per la testata milanese, è correttore di bozze ed assistente editoriale. Insegna Storia della Musica presso la Società Umanitaria di Milano ed è cultore di Storia della Resistenza. Per 21 anni è stato magistrato onorario al tribunale di Milano e Pavia. 

di Giovanni Alescio 

Lo sport lo sappiamo, è uno spettacolo che trascende l’atto fisico e che si trasforma spesso in un’esperienza emotiva, tanto per gli atleti coinvolti, quanto per gli appassionati a casa e sugli spalti.
Sfido chiunque a non ricordarsi dov’era il 9 Luglio 2006 nel momento in cui Fabio Grosso si apprestava a calciare l’ultimo rigore e regalare all’Italia il titolo di Campione del Mondo.

La bellezza dello sport risiede infatti spesso nei momenti di trionfo, quando la dedizione e il sacrificio vengono premiati con la vittoria. È in questi istanti che lo sforzo collettivo o individuale, si cristallizza in una coreografia perfetta dove ogni movimento sembra frutto di un’armonia quasi soprannaturale.
Un gol vittoria al 94’ che decreta la salvezza di una squadra è l’apoteosi di questo incanto.

Fabio Grosso dopo il rigore-vittoria nella finale Italia-Francia

Tuttavia, dove c’è bellezza, c’è spesso anche crudeltà, e lo sport è un maestro implacabile, capace di insegnare lezioni dure con una schiettezza disarmante, e la crudele realtà della sconfitta che annulla in un attimo sogni e obiettivi coltivati per un’intera stagione, mette a nudo la fragilità umana, dove l’illusione del successo si sgretola di fronte alla disfatta, lasciando spazio al dolore.

Dopo il fischio finale di Frosinone-Udinese, partita che ha decretato la retrocessione in Serie B della squadra di casa al 94’, il campo era un vortice travolgente di emozioni simili. Le lacrime che rigavano i volti dei giocatori dell’Udinese, figlie dell’euforia per il traguardo raggiunto, facevano da contraltare a quelle dei giocatori del Frosinone, figlie in questo caso dell’amarezza e della delusione per il traguardo mancato. 

L’attaccante Keinan Davis esulta dopo il gol al 76′ (foto: Eurosport)

Quello che però rimarrà per sempre impresso al termine di questo match, è l’abbraccio di Paolo e Fabio Cannavaro, (proprio lui che alzò la Coppa quel 9 Luglio nominato poco sopra) e allenatore dell’Udinese, nei confronti del suo collega Di Francesco, sconfitto e sopraffatto dall’emozione.
Difatti, l’abbraccio degli avversari si traduce come un gesto forte, pieno di umanità e rispetto, che incarna in pieno i valori che lo sport ci insegna ma che non sempre portiamo poi nella vita quotidiana.

Ogni fallimento, ogni ostacolo che sembra insormontabile, richiama quei momenti in cui ci sentiamo sopraffatti dalle circostanze, e lo sport è un maestro prezioso, in grado di insegnarci che c’è sempre spazio per rialzarsi, imparare dai propri errori e continuare a lottare.

Fabio Cannavaro, coach dell’Udinese, abbraccia con suo fratello Paolo il tecnico del Frosinone Eusebio Di Francesco (foto: ANSA)

Per questo l’abbraccio tra gli allenatori di Frosinone e Udinese, è molto più di un semplice gesto di cortesia che non deve passare inosservato. È un manifesto urlato al mondo di ciò che lo sport dovrebbe sempre rappresentare: un luogo d’incontro, di crescita e rispetto reciproco, di unione e di aggregazione.

La speranza è che questo esempio possa essere portato nelle scuole calcio, e che possa rappresentare un modo per piantare i semi di una cultura sportiva sana, dove la competizione è sempre accompagnata dal rispetto, e dove si possa mostrare ai bambini che l’importanza di un abbraccio tra avversari può andare ben oltre il risultato di una partita, ed essere un esempio importante di come vivere nel quotidiano con dignità, rispetto e umanità!

di L’Alieno

Dagli anni ’90 e fino all’attacco russo in Ucraina, abbiamo vissuto nella convinzione che la globalizzazione dell’economia fosse un elemento di grande stabilità mondiale e che la guerra semplicemente non convenisse più a nessuno, ancorché accreditarla ad una presunta evoluzione culturale dell’umanità. E nella vecchia Europa ci siamo illusi più degli altri nel mondo. Infatti, con grande visione ottimista del futuro (l’ottimismo dell’incoscienza), ci siamo legati mani e piedi al gas russo e all’alta tecnologia dei microchip cinesi e taiwanesi.

(Credit: QuoteInspector.com)

Poi è arrivato il “cigno nero” Putin e i calcoli improntati alla ragione, come misura assoluta del comportamento umano, sono andati tutti a farsi friggere e con essi i sogni di pace, stabilità e lo stesso concetto di globalizzazione. Un disastro epocale che ci ha fatto tornare indietro di decenni, con una guerra di aggressione russa devastante dentro l’Europa e, in prospettiva, l’annessione con la forza di Taiwan da parte della Cina di Xi.

Ma per i nostri imperturbabili “pacifisti” la ricetta ideologica è rimasta quella di sempre. Un no netto al riarmo, posizione politica non negoziabile, come se l’imperialismo di Russia e Cina non ci riguardasse. Quanto poi ai propositi dell’Unione Europea di destinare importanti risorse alla nostra sicurezza e difesa comune, non se ne parla nemmeno. Ogni singolo euro destinato alla difesa è “rubato” al nostro welfare per definizione.

Vladimir Putin (Foto Wikimedia)

Putin faccia quello che vuole, insomma, tanto noi italiani siamo lontani dal confine russo… Per non dire che, sotto sotto, tutti quanti in Europa confidiamo sempre sull’efficacia dell’ombrello NATO finanziato in grandissima parte dai nostri vecchi amici (imperialisti) americani e, soprattutto, dai loro generosi contribuenti. Anche se all’orizzonte sembra comparire la sagoma sinistra di un altro “cigno nero”: quella di Trump.

Donald Trump (Foto Wikimedia)

Sarà forse un mio limite, ma continuo a non cogliere alcuna nobiltà di valori nelle posizioni “pacifiste” e nei telepredicatori alla Michele Santoro. Solo l’eterno “freghiamocene, non è affar nostro!”, come quello dei “pacifisti” americani dei primi anni ’40.

La prospettiva di offrirsi disarmati al prepotente di turno (l’obsolescenza delle armi equivale al disarmo), nonostante le tante prove contrarie in 3.500 anni di storia umana documentata, sembra non preoccuparli. Vuoi la divina provvidenza, vuoi gli americani (insultati giornalmente come “guerrafondai”), qualcuno ci dovrà pur tirare fuori dai guai.

di Redazione

Era stato sempre restio al titolo che palesava la sua esperienza di rappresentanza politica al parlamento regionale: “lascia stare” si schermiva con la tipica intonazione di voce accompagnata da gestualità minimalista. E non erano convenevoli. Era così.

L’impegno nella società e in politica fu lungo, pieno e attento al rispetto delle persone e delle regole. Cercò di capire e leggere i tempi difficili in cui operò, dapprima come giovane sindaco, attivista politico e funzionario, poi come deputato regionale del partito di maggioranza relativa e infine quale amministratore di enti pubblici. Preciso e corretto. Ma sempre cordiale.

L’approccio ai fatti, storici, politici e culturali, che hanno attraversato la fine del secolo scorso era vivace, anche se a volte poteva apparire polemico. Era tensione a sceverarne gli aspetti reconditi (le verità) che impediscono di leggerne l’ordito.

Come nell’Affaire Moro che lo impegnò in una animata discussione con Sciascia (siamo nei primi di dicembre 1986 in occasione del convegno di studi su S. A. Guastella): ne nacque una stima ed amicizia cordiale e lunga.

Ha amato il suo Paese e la sua città. In tanti lo hanno amato e stimato.

Addio onorevole Nello Rosso.

Nello Rosso con Leonardo Sciascia, Chiaramonte Gulfi, 1986

ovvero
Giocare con il destino

di Giulia Cultrera

Chi non desidererebbe tornare indietro nel tempo per cambiare il corso di alcuni eventi? Ancor di più sapendo già di chi potersi fidare e chi allontanare dalla propria vita.

Questo è ciò che accade a Kang Ji-Won che, dopo essere stata tradita dalla migliore amica e uccisa dal marito, si ritrova a viaggiare indietro nel tempo di dieci anni. Grata di questa seconda opportunità, la protagonista cercherà in tutti i modi di prevenire determinati avvenimenti, tra cui la diagnosi di un tumore dello stomaco e le nozze con Park Min-hwan.

Tuttavia, si renderà presto conto che questi eventi sono inevitabili: tutto ciò che è in suo potere è influenzarne il corso, ma non annullarli. Di conseguenza, Kang Ji-Won dovrà fare in modo che sia qualcun altro a subire la sua triste sorte. E chi, se non Jeong Su-Min, la sua perfida migliore amica, potrebbe essere la candidata ideale per sposare il fedifrago Park Min-hwan e ricevere il destino riservato alla protagonista?vuoi sposare mio marito

Per fare ciò è necessario avere un valido alleato – meglio ancora se si tratta del vostro datore di lavoro – e assicurarsi un buon conto in banca.

Piccolo promemoria nel caso in cui doveste trovarvi a viaggiare indietro nel tempo: sappiate che la prima mossa da fare è investire in aziende che, negli anni, frutteranno parecchio in borsa. Questo ce l’aveva già mostrato Ritorno al futuro con il Grande Almanacco Sportivo. E anche “Vuoi sposare mio marito?” ci tiene a ribadirlo.

Superato lo shock iniziale, la protagonista si impegnerà a non sprecare un singolo giorno della sua nuova vita, diventando molto più sicura di sé e intraprendente. Nell’arco di sedici episodi accadranno avvenimenti impensabili e si instaureranno alleanze improbabili e altamente pericolose, ma Kang Ji-Won ne uscirà sempre a testa alta.

vuoi sposare mi marito

“Vuoi sposare mio marito?” è un K-drama o Korean drama che, un po’ come le telenovelas, ha una narrazione distintiva, dal forte taglio emotivo e che immerge gli spettatori nella cultura coreana. Questi show abbracciano un’ampia gamma di generi, spaziando tra la leggerezza delle commedie romantiche e la gravità dei melodrammi, utilizzando anche elementi propri dei film d’azione, dei thriller e del fantasy.

Le trame ruotano spesso intorno a storie d’amore, intrecciate con tematiche legate alla famiglia, ai valori tradizionali e ai rapporti umani. I personaggi si ritrovano a vivere situazioni al limite dell’assurdo, che rendono però più avvincente e imprevedibile la narrazione; non mancano incidenti eclatanti, amnesie, false identità, ritorni miracolosi. La recitazione, in alcuni momenti, può ricordare la teatralità tipica degli anime, con espressioni e gestualità enfatizzate.

Potrebbe sembrare che i K-drama condividano molti elementi con le telenovelas, ma in realtà si distinguono per un approccio originale e unico nella concezione e nella realizzazione delle storie. Si tratta di una costruzione dei dialoghi e delle scene, di una caratterizzazione dei personaggi lontane dai canoni occidentali a cui siamo abituati. Insomma, se non avete mai visto una serie tv coreana, questo è il momento giusto per cominciare. E, perché no, “Vuoi sposare mio marito?” è la serie perfetta per aprire le danze!vuoi sposare mio marito