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di Giuseppe Cultrera

La civiltà della cava l’ha felicemente definita il prof. Giorgio Flaccavento.
Quelle larghe fenditure del paesaggio umano trattenute da sottili terrazzamenti ricamati di muretti a secco lievemente bombati, quasi a volersi affacciare sul fondovalle fitto di verde; come i balconi barocchi di Ibla – i panciuti balconi barocchi di Ibla – che si protendono sulle strette vie sottostanti, curiosi e vigili.

Il bianco calcare degli affioramenti dei muri e delle rustiche dimore è il medesimo degli opulenti o modesti edifici delle città, accovacciate sul fondo o sul sovrastante altopiano. Solo che quest’altro, estratto da cave più generose, è stato tagliato, scalpellato, inciso da mastri muratori ed esperti manovali.

Adesso è più facile alzare edifici e muri di contenimento o divisione col cemento rigurgitato da rumorose betonière. Ed il paesaggio è mutato, specie quello urbano: l’ornato seriale nelle aride verticalità dell’edilizia moderna non si nutre del calore e colore della luce, ancor meno delle ombre e dei chiaroscuri, fugati da pervasivi dispositivi illuminanti. L’uomo, senza più ombre e senza paure, appare fugace elemento complementare.

Foto di Giulio Lettica

di Michela Becciu

L’uomo-blatta è una minaccia silente. Puoi averlo accanto senza percepirne la pericolosità. Si annida nei tuoi pensieri, gesti, abitudini. Ti ammira in segreto, ma morirebbe piuttosto che dimostrartelo. Le scenate di gelosia le fa dentro di sé, trincerato dietro un muro di stupido e orgoglioso silenzio spesso difficile da decifrare. Mai si mostrerebbe debole ai tuoi occhi, significherebbe far crollare il mito del ‘Super Uomo’ che, povero idiota, è convinto di incarnare.Lo affascini a tal punto che ha scelto te come compagna di vita. Eppure quella tua personalità così pregnante ed avvolgente lo far star male. Tu, semplicemente esprimendo la tua essenza di donna, lo destabilizzi. Si sente scalzato, defraudato di una autorità (inesistente) che s’era convinto di avere nei tuoi confronti.Perché tu, donna, ogni giorno gli dai prova di saper essere compagna, sorella, moglie, amante, amica, madre. Ti riesce naturale perché è nella tua natura avere mille e più sfaccettature. Sei il collante della sua e vostra esistenza ma lui, anziché essere felice di ciò, ne soffre. Sta male perché tu, donna, manifestandoti, gli ricordi i suoi limiti. L’uomo-blatta non sopporta di vederti libera, come è giusto che sia. Non tollera che tu, donna, abbia in mano la tua vita e riesca a dare il meglio di te in più frangenti

Come osano gli altri guardarti, ammirarti, coinvolgerti? Si sente defraudato. Prigioniero di un retaggio culturale misogino e maschilista, ti considera un oggetto di sua proprietà. E gli oggetti stanno dove vengono posati. Che affronto, quindi, spostarti da dove lui t’aveva collocato, ‘Angelo del focolare domestico’!

L’indipendenza economica che tu, donna dalle tante risorse, hai ottenuto con le tue sole forze, lo fa sentire inerme. Ora che gli hai tolto lo strumento con il quale s’era convinto di poter arginare la tua voglia di vivere – il potere economico – sente franare il terreno sotto le sue zampe di scarafaggio.

Stai attenta a questa blatta, donna! Perché è intrisa di invidia. Guardati le spalle: il suo occhio bieco ti perseguita anche quando non ne hai contezza. C’è sempre. Nota tutto di te ma s’impegna per farti sentire trasparente. Un fantasma.

Il suo piano è subdolo, diabolico. L’uomo-blatta non regge il confronto: è entrato in competizione con te sebbene tu non lo sia. Mira quindi a smantellare la tua autostima. Vuole renderti insicura, fragile, vulnerabile, così potrà controllare la tua mente. Condizionare le tue scelte, entrare nei tuoi pensieri. Non permetterglielo mai, nemmeno una volta! Non abbassare la guardia, perché poi tornare indietro e salvarti sarà impresa ardua, se non impossibile. Sotto gli occhi impassibili delle Istituzioni, ogni giorno le donne in Italia vengono assassinate nei modi più barbari da uomini che già, in precedenza, le avevano condannate a morte, in vita. Nessuno li ferma. O meglio, nessuno li vuole fermare. Donne inseguite per strada e pugnalate, sgozzate in casa. Uccise su commissione. Annichilite, prima di essere private della vita, da vessazioni di ogni sorta. Offese, minacciate, annientate.Stiamo vivendo un’emergenza sociale trasversale, che solo le donne possono provare a fermare. È ora di dire basta. Una rivoluzione culturale pretende, urlando, di essere messa in atto! Vestirsi di ‘egoismo’ e smettere di voler salvare queste blatte dal destino che meritano potrebbe essere un buon punto di partenza. Salva, piuttosto, te stessa dall’odio infido di chi non ti rispetta, di chi non si fa remore a rendere i tuoi figli – che sono anche i suoi – orfani. L’abitudine può ucciderti. Molto più (e prima) di un fendente.

di Antonio Incardona

‘La patrimoniale? Ora è il momento giusto’: questo ha dichiarato l’Onorevole Fratoianni quando di recente ha proposto l’introduzione dell’ennesima tassa volta a colpire il già martoriato comparto del risparmio.
La logica del ragionamento, a suo dire, sarebbe fondata in primo luogo sul principio della progressività delle imposte prevista dalla nostra Costituzione, in secondo, sul leitmotiv che non vi sarebbe nulla di scandaloso che chi è più ricco, o considerato tale, contribuisca.
Sono due affermazioni prive di senso.

La prima perché il sistema fiscale italiano è già ispirato al principio di progressività: si va da una aliquota zero per i redditi più bassi ad oltre il 47% per quelli più alti. Non si tratta, perciò, di attuare un principio già largamente in vigore, ma di introdurre una nuova tassa che colpisca il risparmio e su cui, peraltro, si sono già pagate le imposte.
Anche la seconda affermazione è priva di senso. Se la patrimoniale riguardasse solo i super-ricchi avrebbe un gettito minimo ed irrilevante. Ecco, allora, che per avere introiti non risibili l’imposta dovrebbe colpire anche il ceto medio.

Alla modestia dei risultati si accompagnerebbero effetti profondamente negativi per l’economia. Vi sarebbe un massacro indiscriminato di quel ceto con un’aggravante: un’imposta sul patrimonio avrebbe effetti devastanti anche su tutti coloro che hanno un patrimonio improduttivo e sono privi di entrate. Si pensi a chi ha perso il lavoro o a chi, a seguito della pandemia, ha visto ridursi drammaticamente le proprie fonti di reddito. Infine, una tale imposta avrebbe un effetto fortemente disincentivante sul risparmio.

Ed allora mai la patrimoniale? Vi sono circostanze in cui è indispensabile. Si pensi al prelievo che il governo Amato fece sui conti correnti nel 1992. Non vi era altra via per evitare il rischio di bancarotta che gravava sull’Italia, in quel momento. Vuol dire che diventa un’imposta inevitabile quando lo Stato ha assoluta necessità di risorse per non fallire. Inutile pensare agli effetti negativi se non vi è altra scelta. Ma ovviamente ha un senso se è di portata tale da risolvere il problema immediato e se è misura ‘una tantum’.

Giuliano Amato

Se, viceversa, diventa una imposta stabile e non risolutiva, come quella proposta da Fratoianni, servirebbe solo a rendere meno attrattivo, sotto il profilo economico, il paese ed a fornire nuovo alimento ad uno Stato il cui tratto caratteristico è sempre di più l’inefficienza e l’incapacità di spendere bene i soldi che incassa. Una prova? Si propone la patrimoniale quando ancora neppure si ha l’idea di come spendere le ingentissime risorse dei ‘recovery fund’ dall’Europa.
Questa è mera bulimia impositiva.

Con il presente articolo inauguriamo una nuova categoria del nostro menù: Alto_Volume. Si occuperà di libri e letteratura, anche nella prospettiva della recensione periodica sul ‘libro del mese’ a cura del gruppo di lettura, nato su iniziativa di Chiara Tramontana e del nostro blog.

di Andrea Biglia

Usi, costumi, abbigliamenti, donne, armi, rapporti sociali, il tentativo di ricostruire lo ‘spirito’, il modo di pensare e persino di parlare. Gli ingredienti del romanzo storico ci sono tutti in ‘Marc de Fer, Una storia di fortuna e di coraggio, di amore e di amicizia’, il nuovo libro di Alberto Beonio Brocchieri (Simonelli editore, ebook, euro 6,99) . Ma nel tumulto delle imprese belliche, diplomatiche e erotiche del giovane Marc calate nella sanguinosa prima metà del Seicento francese – per intenderci, la Guerra dei Trent’Anni, e dintorni, peste compresa, uomini e territori saccheggiati e violentati dalle scorrerie di masse di gente in armi – queste pagine rivelano anche il piacere quasi fisico del racconto, un autore che gira sempre il caleidoscopio della vita.

L’immagine di copertina di ‘Mark de Fer’

C’è una ininterrotta successione di avventure e di colpi di scena, tra battaglie, congiure e agguati, amicizie autentiche e amicizie pericolose, tragedie e successi, le figure femminili che ci vogliono in quel dato momento (da Cecile dalle bianche braccia, a Magdalene che cura i feriti con misteriose erbe, dall’affascinante Arianna, figlia del maestro d’armi, alle dame di corte mature quanto insoddisfatte): un patrimonio di esperienze che porteranno il protagonista, ‘Marc dei Cuisiniers’, garzone nella locanda del padre in un borgo sperduto della Francia del sud, a salire i gradini della scala fino ad accedere con tutti gli onori, per coraggio, intelligenza, e, diciamo pure, sfrontatezza (quando occorre), agli esclusivi palazzi nobiliari tra duchi e cardinali. Al culmine dell’ascesa lo attende la pergamena firmata da re Luigi XIII, con il sigillo di Richelieu, che lo eleva a ‘Monsieur Marc de Fer compte de Gaillac’, con relativo castello.

Alberto Beonio Brocchieri

Laurea in filosofia alla Statale di Milano, Beonio Brocchieri pur coltivando una carriera di manager, non ha mai trascurato la vocazione per la narrativa. Prima di inventare ‘Marc’, con ‘I bugiardi di Dio’ (Savelli, 2015) aveva coinvolto i lettori in un rocambolesco futuribile in cui lo spregiudicato mondo dell’alta finanza si intriga con le sofisticherie tecnologiche della ‘rete’ e le sottigliezze della teologia. Adesso si torna indietro di quattro secoli e il gusto di sperimentare raccontando le sorprese della vita resta intatta: un po’ la tecnica del feuilleton, ogni ‘puntata’ sempre nuovi motivi di suspence. E parlare di feuilleton non significa certo una ‘diminutio’, come vorrebbe un ingiustificato luogo comune, se si ricorda che con questo genere letterario si sono cimentati autori come Balzac, Flaubert, Hugo, tanto per restare in territorio francese).

I due romanzi di Alberto Beonio Brocchieri

L’Introduzione del volume prepara l’ambiente: ‘Il XVII secolo fu un tempo affascinante e terribile – dice Beonio Brocchieri – che segnò una straordinaria rivoluzione nella storia della condizione umana, e fu la culla di tutto quello che noi chiamiamo, oggi, la modernità’. E il Marc che impariamo a conoscere capitolo dopo capitolo, da quando la sua voglia di avventura lo spinge a lasciare il paese e gli affetti giovanili per abbracciare la vita delle armi, soldato semplice al servizio delle giubbe azzurre di Gaston d’Orléans in guerra contro gli spagnoli, interpreta questo ‘uomo nuovo’ che deve affermarsi come individuo ‘libero di cercare la verità con strumenti umani e di scegliersi i propri valori’.

Gaston d’Orléans

L’esperienza della guerra, le insidie della politica, la delusione di una Parigi che non coincide con la splendida città che Marc si era immaginato ‘come se la immaginano i contadini di tutta la Francia’, le spietate lotte per il potere tra cui il protagonista sa districarsi con astuzia, rappresentano come le tappe di una ‘iniziazione’ verso l”uomo nuovo’.

La Parigi di Luigi XIV

Neanche a Marc le mani restano sempre pulite. Un po’ di ‘polvere del potere’ gli rimane addosso anche quando, diventato un uomo famoso e rispettato, si ritira nel castello. Una vena dello spirito inquieto e vagabondo di Montaigne, che ha ‘preceduto’ Marc di pochi decenni, sempre in bilico tra scetticismo e ricerca della verità, sembra aleggiare sulle vicende di questo libro che riserva sorprese fino all’ultimo, quando il nostro eroe, invece di acquietarsi della posizione duramente conquistata, torna a montare a cavallo. Dove va, quale donna vuole inseguire? Il lettore resta a bocca asciutta e aspetterebbe un nuovo capitolo.

Michel de Montaigne

di L’Alieno

Cos’è che distingue un politico da un’altro? il colore? Certo. Il suo stile? Anche. L’intelligenza? Pure. Ma c’è di più in quella che oggi è una qualità estremamente rara: il saper interpretare il futuro.

Il lungimirante Draghi ne ha dato un saggio nel suo discorso alle camere, ma già nel 2012 il suo ‘whatever it takes’, in piena tempesta sui mercati finanziari, salvò il futuro dell’euro, dell’Unione Europea e del nostro stesso paese.

Più localmente invece mi viene da (ri)pensare a Cirino Paradiso che era anni avanti rispetto ai tutti i suoi avversari quanto a visione del domani. Pensava differente, lui, per usare uno slogan tanto caro alla Apple. E con le sue innovazioni seppe proiettare nel futuro Chiaramonte, laboratorio di idee d’avanguardia in provincia (e non soltanto), nella prima metà degli anni ’80.

La differenza la fa soprattutto la cultura, ne dobbiamo essere consapevoli, che è concetto assai più ampio dell’avere delle semplici competenze. Il bravo ragioniere (non me ne vogliano i ragionieri) non basta più per gestire la complessità di una città, di una regione o di una nazione, che non è soltanto il tentativo di preservare più o meno l’esistente cercando di far quadrare i conti.

Bisogna battere la crisi epocale che viviamo, arrestare il declino, capire e sfruttare al meglio le opportunità che abbiamo riprogettando il nostro futuro in Europa: che non è esattamente un investimento a breve termine alla portata di personaggi improvvisati.

Non fu un caso che il sindaco Paradiso fosse anche un uomo di cultura, come tutti coloro che hanno lasciato un segno autentico nella storia del nostro paese e delle nostre città.

Per vincere le sfide c’è bisogno di umiltà e dei primi della classe (Mario Draghi docet). Non di ‘tuttologia’ un tanto al chilo ad uso e consumo dei social. Non di mediocrità. E non basta nemmeno il singolo campione, ci vuole anche una squadra di qualità e coesa che sappia remare in sincronia verso obiettivi comuni.
Siamo tutti avvisati.

di Arturo Barbante

Per tutti è stato l’uomo del ‘Charging Bull’, il famoso Toro di Wall Street a New York. Per i vittoriesi e per i cittadini della terra iblea, l’uomo dei ‘Cavalli dell’Ippari’.

Era il suo sogno quello di realizzare una colossale opera di ben 40 metri d’altezza, con due cavalli rampanti, nella quale sistemare musei e altre strutture utili al turismo, per la valorizzazione del nostro territorio. 

I cavalli dell’Ippari, a centro il maestro Arturo Di Modica

Dal rientro dagli Stati Uniti il suo tempo è stato dedicato interamente alla città di Vittoria, un amore infinito e mai interrotto. Qui ha iniziato, anni fa, a realizzare grandissime strutture adatte ad accogliere una scuola di scultura aperta alle giovani generazioni, pensando anche a corsi tenuti da grandi scultori contemporanei. E a tal scopo era in fase di restauro un grande immobile nel quartiere di San Giovanni dove ospitarli, struttura in cui si sta realizzando anche uno spazio museale.

Arturo Di Modica insieme all’amico Arturo Barbante e a Giuseppe Pizzenti, suo collaboratore

Il Maestro ci lascia in un momento difficile per la nostra città, la sua inaspettata scomparsa rende ancora più insopportabili e insostenibili questi tempi. Ci auguriamo che la città possa ritrovare le forze e le energie necessarie per avviare quel ‘rinascimento’ da Lui tanto pensato e inseguito. 

Arturo era un instancabile sognatore, affascinato dal richiamo del classico, dalla memoria greca, dal sentirsi un cittadino della mitica Kamarina, per la quale sin da giovanissimo iniziò a sognare. Diceva sempre che i sogni si possono realizzare, basta crederci. E Lui di sogni ne ha realizzati, come quello di lasciare nottetempo, in una manciata di minuti, il suo Toro accanto alla Borsa di New York.

Il maestro insieme a Luciano D’Amico

Ora ci lascia con tante opere in fase di completamento e che bisogna seguire perché giungano a destinazione come Lui le ha pensate e sognate.
Ci auguriamo che il patrimonio intellettuale e morale che ci consegna possa avere un prosieguo con altri sognatori.

Arturo Barbante, nato a Vittoria dove vive, ha insegnato Disegno e Storia dell’Arte negli istituti secondari superiori, fino al 2001. Si è occupato di tradizioni popolari e folklore, traendone spunto per proporre, anche a fine di promozione turistica, manifestazioni come il corteo di re Cucco, a Scoglitti e il Presepe monumentale notturno, a Vittoria. Altro campo nel quale si è impegnato è la grafica per l’editoria e la pubblicità. Numerose le mostre nelle quali ha esposto le sue opere pittoriche e grafiche.

Le mani del piazzale delle primizie

 

di Giuseppe Cultrera

Nel 1986 Leonardo Sciascia fu ospite a Chiaramonte per alcuni giorni. A fine agosto quando ricevette il Premio ‘Ulivo d’argento’, assieme a Piero Guccione, Giuseppe Leone e il maestro Giovanni De Vita, e ad inizio dicembre per partecipare e presiedere il Convegno nazionale di studi sullo scrittore Serafino Amabile Guastella (Chiaramonte 1819 – 1899). Ma era già venuto, saltuariamente, con gli amici ragusani ad apprezzare la buona cucina del ristorante Majore.

1986. Premiazione dell’Ulivo d’Argento’. Da sinistra: Leonardo Sciascia, Giuseppe Leone, il presentatore Nuccio Costa, Giovanni De Vita, Miko Magistro e Piero Guccione

Una giornata alla Noce. In autunno ebbi la ventura di incontrare Sciascia nella casa di villeggiatura di contrada Noce a Racalmuto. Eravamo in quattro: il fotografo Giuseppe Leone, il pittore Piero Guccione, lo scrittore Gesualdo Bufalino ed io – in quanto più giovane e diretto interessato all’incontro – alla guida della mia Uno bianca. Qualche giorno prima Leone mi aveva comunicato che la domenica successiva gli amici ragusani si sarebbero recati a Racalmuto e che io potevo aggregarmi, perché Sciascia aveva chiesto di vedermi per mettere a punto l’organizzazione del convegno sul Guastella, previsto per gli inizi di dicembre.

1986. (da sinistra) Il Sindaco Rosso, l’assessore Gurrieri, Sciascia, la moglie Maria e il giovane Giuseppe Cultrera (in fondo)

Due ricordi in particolare ho di quella giornata.
Nel soggiorno, seduto accanto al camino, Sciascia che estrae da una pila di libri – tutte opere sue, comprese diverse traduzioni in varie lingue – quattro copie del suo ultimo volumetto edito dalla Adelphi ‘1912+1’ fresco di stampa e ce ne regala una copia ciascuno con dedica autografa e correzione, in diretta, di un lieve refuso (a pagina 59). Lo conservo ancora, gelosamente, assieme alla bottiglia del suo vino Regalpetra, regalo della signora Maria.

Secondo. A pranzo, mentre estraeva dal camino la salsiccia arrostita e la serviva agli ospiti (ho poi letto che era sua abitudine partecipare attivamente alla preparazione dei pasti), era in corso un discorso sulla vicenda Tortora e sull’impegnativa battaglia condotta, in appoggio, da Marco Pannella. Occupò buona parte del pranzo, il discorso. Quando intervenne Sciascia con voce pacata disse “di Pannella dovrebbe essercene uno per ogni nazione”. Sorrise, l’eterna sigaretta fra le dita accesa, e aggiunse “però, non più di uno”.

Marco Pannella e Leonardo Sciascia

A distanza di tempo mi appare nitida la postura, l’inflessione della voce, lo sguardo ironico: come il significato della battuta, né compiaciuta né indulgente. Sintesi della sua grande stima per l’umanità e la vivace dialettica del grande politico radicale. Anche in questo caso aveva visto lontano, oltre il ‘contesto’ del momento ed i conformismi imperanti.

La presidenza del convegno. Accettò volentieri la presidenza del convegno e fu attivamente presente in tutta l’organizzazione preparatoria e nelle tre sessioni del 6/8 dicembre. Guastella, lo disse nella sua relazione e nelle interviste, era un autore che lo incuriosiva: per lo stile e per le tematiche.

Si interessò personalmente ad invitare eminenti esponenti della cultura. Pubblicò sul ‘Corriere della Sera’, il suo intervento (una intera pagina, compreso un pezzo di Matteo Collura); e qualche giorno dopo rilasciò una intervista, a RAI 3, in cui promuoveva la nostra cittadina e dava notizia del convegno. Ma specialmente, ripropose la pubblicazione delle opere del barone dei Villani. Era il prosieguo di un progetto culturale iniziato con la pubblicazione, nella collana edita dalla Regione Sicilia nel 1973, di due opere ‘L’antico Carnevale’ (introduzione di Natale Tedesco) e ‘Le parità e le storie morali dei nostri villani’ (introduzione di Italo Calvino).

Progetto che aveva ribadito durante il Convegno e che trovo confermato in una testimonianza di Salvatore Silvano Nigro (in ‘La memoria di Elvira’, Sellerio 2015; pagina 124).
‘Il 9 agosto 1986 Leonardo Sciascia mi aveva scritto da Racalmuto: “Cè un convegno a Chiaramonte Gulfi. Io ci sarò tra il 21 e il 24 di questo mese. Spero ti abbiano invitato (me ne accerterò oggi): chè mi piacerebbe incontrarti, e tornare con te sull’idea di ripubblicare le cose migliori – se non tutte – del Guastella”‘

Il programma del convegno su S. A. Guastella

Sciascia aveva progettato per la casa editrice Sellerio una riedizione delle opere di Serafino Amabile Guastella. Riteneva lo scrittore ottocentesco vicino alle qualità narrative di Verga, soprattutto per quelle ‘Parità’ che avevano convinto anche Italo Calvino. Sciascia voleva che fossi io a curare l’edizione. Si opponeva Elvira Sellerio. Ne nacque uno scontro imbarazzante, che durò mesi’.
Ma la scomparsa di Sciascia eclissò il progetto dell’opera omnia del Guastella.

Sciascia a colloquio con il Gesuita Padre Cultrera, dietro gli assessori Giallongo e Castagna

Il clic impuro. Tra le manifestazioni collaterali c’era la mostra fotografica ‘Il mondo del Guastella nelle parità fotografiche del tempo’, da lastre di fine ottocento – inizi novecento scoperte da Bufalino e ristampate da Giuseppe Leone. Erano materiali di vari fotografi dilettanti iblei, per lo più nobili, come il barone Carmelo Arezzi di Trifiletti nel cui inedito corpus, erano presenti alcune lastre di soggetto erotico. Mentre allestivamo la mostra qualcuno certamente sbirciò, ne parlò a qualche altro benpensante e la cosa approdò al Sindaco. Che ce ne rese partecipi: era saggio esporre quelle ‘scandalose’ foto? Bufalino era perplesso, un pò meno Leone. Alla fine si convenne di sospendere la cosa e sottoporla a Sciascia che sarebbe arrivato di lì a poco.

Giunse col suo immancabile bastone e sigaretta, ascoltò il sindaco e noi, poi visionò quella sezione della mostra e con pacatezza disse di non trovarci nulla di ‘scandaloso’. Erano foto artistiche, opera di un colto rampollo della nobiltà ragusana, forse pure alunno del Guastella (come avrebbe ipotizzato poi Bufalino nella sua relazione): goliardia tutt’al più, non pornografia.

Sciascia alla mostra fotografica ‘Il mondo del Guastella nelle parità fotografiche del tempo’

Le foto restarono esposte al pubblico (unica accortezza: furono confinate in una stanza singola). L’inviata di ‘Epoca’ ci fece un bell’articolo; Bufalino un testo affabulatorio e intrigante: ‘Il clic impuro’, pubblicato con una scelta delle foto sulla rivista ‘Laboratorio’ e poi in ‘La luce e il lutto’ (Sellerio, 1988) e nella riedizione de ‘Il tempo in posa’ (Sellerio, 1992).

1986. Sciascia a passeggio a Chiaramonte. (da sinistra) il prof. A. Di Grado, L. Sciascia, N. Tedesco e G. Cultrera (Ph Giuseppe Leone)

Link al primo contributo su Sciascia a cura di Tony Vasile – intervista video a Giuseppe Leone

Link al secondo contributo su Sciascia di Grazia Dormiente

Link al terzo contributo su Sciascia a cura di Giulia Cultrera – intervista a Carlo Ottaviano

di Giuseppe Cultrera

Un racconto lungo quasi un secolo, con dentro le due guerre mondiali, la vicenda coloniale, la caduta del fascismo, il nuovo corso democratico, il boom economico e la crisi degli anni ’70: tutto visto attraverso gli occhi di un analfabeta, Vincenzo Rabito, soldato nelle trincee del Piave, operaio nelle colonie, fascista per necessità di vita ma socialista per vocazione, che alfine approda nella sua Chiaramonte dove ottiene il posto di cantoniere e l’agognato benessere seguito dal riscatto sociale, almeno per i figli.

Vincenzo Rabito (a sinistra) con il fratello Giovanni

Un romanzo esemplare ed epico, scritto nella lingua che Rabito è costretto a inventarsi, privo di approdi sintattici e semantici, ma originale e che va dritta al cuore del lettore. Si deve al figlio Giovanni, quello che Vincenzo Rabito chiama il figlio più lontano, andato via dalla terra natale per studiare a Bologna nel ’68, l’invio del dattiloscritto autobiografico a Pieve S. Stefano dove ha sede l’Archivio dei Diari fondato da Saverio Tutino; Giovanni, da un ventennio in Australia a Sidney dove faceva l’antiquario, aveva portato con se quel reperto paterno, ed aveva iniziato a farne una riduzione: quella appunto spedita nel 1999 al Premio Pieve – Banca Toscana.

pagina del memoriale dattiloscritto

I lettori della Commissione però richiedono l’originale. Quando arriva si cimentano in un’impresa titanica: oltre mille pagine dattiloscritte fittamente riempite senza margini e prive di punteggiature, se si esclude il punto e virgola usato quale spaziatura.

È una sorpresa per tutti. Scriverà Tutino “Dopo 16 anni credevamo di aver visto tutto di questa originale esperienza. Finchè davanti alla commissione di lettura è arrivato lo scritto monumentale di un siciliano che si chiamava Rabito di cognome e Vincenzo di nome. Ed è successo di tutto.”

Vincenzo Rabito con la moglie Vita (Nedda) Cusumano

La giuria decide di premiare l’autobiografia del cantoniere ragusano con il massimo riconoscimento e Beppe Del Colle, uno dei maggiori sostenitori del Rabito fra i giurati, fa inserire nella motivazione del premio la provocazione ‘il capolavoro che non leggerete!’
L’archivio raccoglie la sfida, e grazie a finanziamenti di sponsor privati e pubblici, avvia la trascrizione del testo affidandola ad un giovane ricercatore, Luca Ricci.

Don Vincenzo accanto ad un pezzo di artiglieria della Grande Guerra

La ricerca di un editore è dapprima difficile, ma nel 2003 si approda alla prestigiosa Einaudi. A volerne la pubblicazione è Paola Gallo, che dirige il settore narrativa; per la cura editoriale affianca Ricci una scrittrice siciliana, Evelina Santangelo.
Nel marzo 2007 esce nelle librerie Terra matta una versione ridotta del manoscritto, che rispettando l’originalità della lingua e scrittura del Rabito riesce in 22 capitoli a trasmetterne anche ampiezza e ritmo narrativo.

La copia di Terra Matta del prof. Saverio Senni

È, per molti versi, un caso letterario: il consenso e l’attenzione della critica e del pubblico sarà unanime. Quello che sembrava destinato a pochi appassionati attrae lettori comuni e studiosi: negli anni successivi il volume vede una fortunata riduzione teatrale di Vincenzo Pirrotta, una pièce di Stefano Panzeri e una versione cinematografica a cura di Costanza Quatriglio, in concorso al 69° Festival di Venezia. Ed ancora, l’edizione economica, che affiancava quella rilegata nei Supercoralli, destinata a prolungarne la vita e collocarlo, di fatto, tra i classici della letteratura italiana.
Adesso – come suole dire Tano, un altro dei tre figli – Terramatta cammina con le sue gambe“.

(da sinistra) Chiara Ottaviano, Costanza Quatriglio e Roberto Nobile

Ieri ricorreva il 40.mo della morte di Vincenzo Rabito. Ricordarlo invitando alla lettura – o rilettura – di Terra Matta è il modesto grazie di un suo compaesano. Perché don Vincenzo ha donato alla propria patria, attraverso questo capolavoro, notorietà o meglio con un termine in voga, ‘visibilità’ internazionale.

Vincenzo Pirrotta (a sinistra) insieme a Giovanni Rabito

In occasione del quarantesimo anniversario della morte di don Vincenzo Rabito, famoso scrittore chiaramontano suo malgrado (‘inafabeto’ come lui stesso si definiva) e inconsapevole testimone-narratore della grande storia del ‘900, il nostro blog è lieto di pubblicare un originale articolo a firma del prof. Saverio Senni, studioso della materia da diversi anni.

di Saverio Senni

Qualche tempo fa, nel mezzo del cammin della mia gita, mi ritrovai in una erta e fitta Pineta.
Ero partito dal cimitero di Chiaramonte Gulfi, non lontano dal Santuario della Madonna delle Grazie da dove mi sono poi addentrato nel bosco di pini. Presto smarrii l’orientamento e mi trovai a vagare senza meta quando vidi in terra un foglio e poi un altro e un altro ancora.

Chiaramonte e la sua pineta

Erano scritti fitti fitti a macchina, in una lingua che non riuscivo bene a comprendere. Li raccolsi e proseguendo arrivai in una radura dove vidi un uomo, molto anziano, seduto su un masso di roccia, chiara quasi bianca. Stava lì, da solo, con accanto la macchina da scrivere.
“Sono io” disse, indicando i fogli che avevo in mano.
“Sono suoi, questi fogli?” feci io.
“Non proprio: sono io quei fogli” rispose, soffermandosi sul ‘io’.
Vedendomi interdetto aggiunse: “Quei fogli sono la mia vita, sono io”.

Una pagina del memoriale di don Vincenzo

Capii allora chi fosse. “Lei è Vincenzo Rabito, l’autore di Terra matta!”.
“Sono io, chilassa 31 marzo 1899” rispose.
“Dovevo immaginarlo – aggiunsi – con quei punti e virgola messi dopo ogni parola. Sei diventato famoso anche per questo, lo sai?”

Decido di dargli del tu, per il rapporto intimo e profondo che da anni ho intrecciato, prima con ‘Terra matta’, poi con i figli Salvatore e Gaetano, incontrati a Chiaramonte, e da ultimo con Giovanni, il figlio più giovane, che ha voluto condividere con me la trascrizione del secondo memoriale del padre, ancora inedito.

Vincenzo Rabito

“Sì lo so – annuisce lui – ma non ho mai capito perché siete rimasti così colpiti dalla punteggiatura. Non credo che sia un aspetto così interessante, rispetto al contenuto del testo, voglio dire.”

Così gli racconto che eminenti linguisti si sono scervellati per capire il motivo di questa punteggiatura ipertrofica, digitata alla fine di ogni parola. C’è stato addirittura chi ha notato, suggestivamente, come richiami alcuni linguaggi di programmazione informatica venuti decenni dopo la sua morte, avvenuta il 18 febbraio del 1981. Come ad esempio il Linguaggio C, nel quale il segno del punto e virgola, sta a significare, appunto, il termine di un’espressione o di una dichiarazione.

“Non conosco questi linguaggi” chiosa. “Il punto e virgola serviva a me, a guidarmi nel passaggio da una parola orale, in cui la punteggiatura non esiste, a quella scritta che non ho potuto mai studiare”. Gli faccio notare che Hemingway, anche lui “chilassa” 1899, e come Vincenzo straordinario narratore della Grande Guerra, si era rifiutato perentoriamente di usare il semicolon, il punto e virgola detto all’inglese.

In realtà la questione della punteggiatura nei dattiloscritti di Rabito non mi aveva appassionato quanto la sua incredibile capacità di memoria, di aver saputo descrivere con estremo dettaglio persone, situazioni, date, finanche sentimenti. Gli chiesi come poteva ricordare tutto così bene.

Ernest Hemingway

“Avevo un mio metodo” mi spiegò. “Quello che mi accadeva me lo scrivevo nel cervello, come fosse un quaderno di appunti. L’ho scritto che facevo così, forse nel primo memoriale, quello conservato all’Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano, oppure nel secondo, che conservano i miei figli. Non ricordo bene. Vedi? Qualche colpo lo sto perdendo anch’io!”

“Va bene, ma come si fa a ricordare tutto il cibo che, nel 1943, ti portasti via dalla casa della signora Angela per metterlo in una valigia, episodio raccontato in ‘Terra matta’: 15 chile di fave belle bianche cucivile e ciapute, poi 8 chile di linticci e 10 chila di pane di massaria, tutto fatto dalla signora Angela, 6 chila di un buono formaggio e 5 chile di lenticce e um bel pezzo di ventrisca e salame e 4 pezze di recotta salata e tante altre cose che mi avevano recalato tutte.” (pag. 297).

Vincenzo soldato (il secondo da destra) in partenza per l’Africa orientale negli anni ’30

“Il cibo che mettemmo in quella valigia me lo ricordo bene” precisa. “Era quello che mangiavamo in quei tempi, non c’era molto altro. Sulle quantità potrei essermi sbagliato di poco, anche perché certo non lo pesai prima”.

Era contento di come conoscevo bene Terra matta. Gli raccontai del reading teatrale sui Ragazzi del ‘99 tratto da quel testo, che con Aldo Milea, in occasione del Centenario della Grande Guerra, abbiamo presentato in varie città italiane.

Reading teatrale di Aldo Milea sui Ragazzi del ‘99, tratto da ‘Terra Matta’, in occasione del Centenario della Grande Guerra.

Continuammo a lungo a parlare, della guerra, della ‘sua’ Africa, del fascismo e della pandemia (lui ha vissuto la Spagnola nel 1918 quando tornò in licenza a casa). Di una vita in cui, come ha scritto in Terra matta, “il monto era contrario amme” (pag. 182), come chi si trova a remare sempre controcorrente.
Ricordo che il crepuscolo della sera avanzava. Vedendomi preoccupato per il rientro in tempo in paese Vincenzo mi indica il percorso più rapido per uscire dalla Pineta che stava diventando davvero una selva oscura.

‘La pineta stava diventando davvero una selva oscura…’

Ci salutiamo abbracciandoci. Un brivido mi attraversò in quel momento.
Il sole era tramontato da un po’, quando uscii dal bosco a riveder le stelle. Ma, come ha scritto Vincenzo: “…o’ quardato l’ario ed era scoperto e uno bello luce di luna cera e nella sdrada non passava nesuno…”.

Arrivato a casa, riprendo in mano ‘Terra matta’. Ne tengo sempre una copia sul tavolino vicino al letto. Ormai dopo tante letture lo apro a caso, leggendo quello che capita e trovandone conforto in momenti meno facili della mia vita. Se ce l’ha fatta don Vincenzo in quella situazione, mi dico, cosa vuoi che siano le mie difficoltà. Qualcuno potrebbe definire questa lettura una terapia. Forse sì, o forse anche una ‘terra pia’, prendendo a prestito il modo di scrivere di Rabito.

La foto di copertina di ‘Terra Matta’ (Einaudi, 2007)

Paola Gallo, responsabile della narrativa italiana di Einaudi, ha parlato di questo testo come di un capolavoro: ‘la cosa più simile all’Odissea che io abbia mai letto’. E lei di libri se ne intende assai.
Vincenzo Rabito, dunque, come un moderno Omero? Credo proprio di sì. Un testimone di quel profilo odisseico che in fondo è presente nella vita di ciascun essere umano. Nessuno escluso.

Paola Gallo e una statua del grande poeta Omero

Il lettore di Terra matta in una certa misura si rispecchia, come semplice essere umano, in quella vita. Le peripezie sono personali, ognuno ha le sue e quelle di Vincenzo sono state del tutto originali, sebbene non certo uniche. Ma il suo racconto, è sì il racconto della sua vita, ma è anche il racconto “della” vita. Continuamente oscillante tra inferno e paradiso, come più volte sottolinea Rabito. E incontrarlo così, inaspettatamente nella Pineta di Chiaramonte, è stato per me un momento di paradiso.

Saverio Senni (a centro) in compagnia dei fratelli Salvatore e Gaetano Rabito nello storico Ristorante Majore

Saverio Senni è nato a Roma nel 1957. Dal 1992 vive in provincia di Viterbo e insegna Economia agraria e Sviluppo Rurale all’Università della Tuscia. La lettura di Terra Matta lo ha emozionato e stregato a tal punto da non riuscire più a leggere altro, se non con grande fatica. Recentemente ha affiancato Giovanni Rabito nel lungo lavoro di trascrizione del secondo memoriale del padre affinché possa essere anch’esso un giorno pubblicato.

di L’Alieno

Nuovo premier, nuovo stile di comunicazione. Niente proclami social. Niente Casalino (non serve). Ovvero, indietro tutta a tempi più sobri.

Si ricomincia dunque con il piede giusto, evitando con cura quegli slogan populisti che hanno segnato la comunicazione politica negli ultimi anni: ‘uno vale uno’, ‘è uno di noi’, ‘tutti possono fare tutto’, ‘gli esperti hanno fallito adesso tocca al popolo’ e così via, da sciocchezza in sciocchezza.

Salvini sembra ridimensionato dopo anni di show ad uso e consumo dei social. Il redivivo Berlusconi, che teme le crisi al buio, è presente con convinzione. Renzi gongola per la riuscita giocata d’azzardo. ‘Vera’ sinistra e 5Stelle non senza mal di pancia si accodano. E il PD dopo aver difeso strenuamente Conte, come mai i suoi uomini, anche.

Insomma la statura di Draghi, iperbolicamente superiore a quella di qualunque altro attore politico dell’italietta degli ultimi tempi, mette d’accordo tutti, salvo la Meloni (ma qualcuno doveva pur fare opposizione).

Il nostro paese dunque ‘diventerà bellissimo’? Mi pare poco credibile.

Adesso non vorrei rompere l’incanto, ma è il caso di ricordare che buona fetta delle risorse dei ‘recovery fund’ sono soldi a prestito che sostituiscono i prestiti attesi dai mercati. Non si progettano investimenti aggiuntivi. Ci si limita a cambiare solo creditore e il nostro rapporto tra debito pubblico e PIL è stratosfericamente salito al 160%. Quando ci stava cadendo il mondo addosso, prima dell’avvento del governo Monti, il rapporto era solo al 130%, per essere chiari.

In tutto questo Draghi dovrebbe ricevere la modestissima collaborazione di una compagine politica mediocre in tutto e dovrà fare affidamento su una burocrazia tra le peggiori d’Europa. Auguri.

Meno male che il nostro Mario della speranza non è ‘uno di noi’, è molto più di noi. Ma è meglio che si attrezzi bene per fare i miracoli. Il rischio di fallire in questa difficilissima mission è più che mai reale.
E guai a tradire le attese dei mercati.