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di Giovanni Alescio

Se questo è stato l’anno delle vittorie strepitose in diverse discipline sportive, la fine di questo 2021 ci sta invece riservando l’addio alla carriera di alcuni tra i più grandi campioni di tutti i tempi. Personaggi unici che ci avevano illuso di essere quasi eterni o di aver saputo fermare e battere il tempo. Oggi realizziamo con tristezza l’amara realtà: era soltanto un inganno.

L’ultimo in ordine cronologico è Valentino Rossi, pilota epico in pista e fenomeno anche fuori. In grado di vincere ben nove titoli mondiali e di regalare emozioni che difficilmente verranno dimenticate da chi ha gioito e sofferto per lui e con lui.

Valentino Rossi

L’addio recente di Valentino, portato in trionfo dall’intero paddock della MotoGP, ha seguito di qualche giorno il commiato di un altro pilota fenomenale, che condivide con Rossi lo stesso numero di titoli mondiali: il siciliano Tony Cairoli, asso del motocross, che ha ben poco da invidiare al più famoso collega. Ma gli addii non finiscono qua, purtroppo. Prima dei due campionissimi delle due ruote, era toccato a Federica Pellegrini, figura iconica dello sport azzurro, campionessa olimpica e assoluta protagonista del nuoto mondiale, capace di portare il tricolore sul tetto del mondo.

Tony Cairoli

Gravi perdite per lo sport italiano e per tutti gli appassionati, arrivate peraltro in un brevissimo lasso di tempo. Game over. Le lancette dell’orologio hanno segnato il tempo della fine. Un meccanismo tanto preciso quanto fuori dal nostro controllo, che non guarda in faccia nessuno: siano essi campioni o persone comuni. Senza tempo rimarranno soltanto i ricordi di tutti noi che abbiamo vissuto più di un ventennio di indimenticabili vittorie.

Federica Pellegrini

di Antonio Incardona

Come noto grazie all’approvazione del progetto Next Generation Eu in Italia nei prossimi anni arriverà un’ingente mole di risorse. Si tratta di un’occasione da non perdere per rilanciare il paese dopo l’emergenza Covid e la conseguente crisi economica. Parliamo infatti di oltre 190 miliardi di euro a cui si aggiungono il fondo complementare messo a disposizione dal governo italiano e altri fondi strutturali europei. L’Italia ha illustrato come intende investirle all’interno del suo Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).

Tra gli obiettivi del piano vi è anche quello di colmare le disuguaglianze territoriali sia a livello di servizi offerti ai cittadini che di infrastrutture. E proprio per questo motivo una quota cospicua delle linee di investimento vedrà un coinvolgimento diretto dei comuni. Questi non saranno solo chiamati a presentare proposte ma avranno un ruolo di primo piano nella realizzazione delle opere pubbliche. Riusciranno ad essere all’altezza delle attese? Soprattutto a sud? Non è un caso che la recente relazione dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio ha messo nero su bianco le probabilissime difficoltà di tanti comuni (soprattutto nel meridione), per la mancanza di risorse umane adeguate, a portare a termine quanto previsto dal Pnrr. Questo potrebbe spingere in ultima analisi il governo a esercitare i propri poteri sostitutivi, determinando una forte concentrazione nella gestione delle risorse.

Antonio Decaro, Presidente dell’Anci e Sindaco di Bari (foto da anci.it)

Per quanto riguarda il diretto coinvolgimento dei comuni, il Pnrr non entra generalmente nel dettaglio. Anche se già in un primo documento si fa esplicito riferimento alle diverse articolazioni territoriali dello stato, a partire dalle regioni. La stessa dicitura contenuta nel Piano viene poi ripresa anche nel decreto legge 77/2021 che definisce la governance dei progetti legati al piano.

Gli enti coinvolti inoltre non saranno solo responsabili della realizzazione degli interventi, ma anche dei controlli sulla regolarità delle spese e delle procedure. Per questo fine il Piano prevede la possibilità, anche per gli enti locali, di assumere esperti a tempo determinato o di avvalersi di consulenti esterni. Arma a doppio taglio che potrebbe diventare un sistema clientelare per distribuire inutilmente risorse agli amici (film già visto con i 31 progetti bocciati per il Pnrr, su 31 presentati, dai Consorzi di Bonifica siciliani).

(immagine da tp24.it)

Il coordinamento tra lo stato centrale e l’attività degli organi periferici dovrebbe essere assicurato dalla Cabina di Regia: ente appositamente creato per la gestione del Pnrr e guidato direttamente dal Presidente del Consiglio. All’interno di questo soggetto sarà coinvolta anche una rappresentanza della Conferenza Stato-Regioni e della Conferenza Unificata.

È previsto inoltre che il governo possa esercitare dei “poteri sostitutivi” nel caso in cui gli enti locali, chiamati a svolgere il ruolo di soggetti attuatori, non riescano a rispettare i tempi previsti. Oppure nel caso in cui siano riscontrate delle difformità nella realizzazione dei progetti rispetto a quanto presentato. Tramite questi poteri il Consiglio dei Ministri potrà, a determinate condizioni, attribuire a un altro organo pubblico o a un commissario ad acta il potere di adottare gli atti necessari e di provvedere all’esecuzione ai progetti.
Riusciremo, nonostante l’inadeguatezza della nostra burocrazia e della politica (soprattutto da Roma in giù) a spendere i soldi a disposizione? Potrebbe essere l’ultima storica occasione.

Immagine banner da Lavoce.info

di L’Alieno

E’ chiaro a tutti che la CoP26 di Glasgow (cioè la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) è un fallimento”. A gridarlo, non senza ragione, è Greta Thunberg insieme a tutti i ragazzi a cui stiamo rubando il futuro. Inutile tentare di fare i negazionisti anche qui.

Abbiamo a che fare purtroppo con un universo politico miope, ostaggio degli interessi economici nazionali, che pur consapevole di avviare il pianeta verso un’irreversibile catastrofe climatica, non riesce ad essere all’altezza del ruolo assegnatogli dalla storia. D’altra parte la visione che i politici hanno del mondo e dei suoi problemi è a misura temporale del proprio mandato. Problemi che vengono sistematicamente demandati a chi verrà dopo per non assumersi l’onere di scelte impopolari.

Ecco che la rivoluzione verde a questo punto deve partire necessariamente dal basso, dalle nostre comunità. L’esempio ci viene dalla piccola città di Melpignano (2.200 abitanti in provincia di Lecce) attraverso una geniale Cooperativa di Comunità che ha coinvolto tanti sui cittadini. L’obiettivo è la transizione alle energie rinnovabili dell’intera cittadina. Il fotovoltaico così è diventato traino per l’economia del luogo a partire dalla progettazione fino alla installazione dei pannelli.

Grazie ad un protocollo d’Intesa tra il Comune, il Dipartimento di Ingegneria dell’Innovazione dell’Università del Salento e una Cooperativa Sociale che ha censito la possibilità di installare impianti fotovoltaici su 180 edifici, il progetto è stato avviato dalla creata Cooperativa di Comunità grazie ad un prestito di 400.000 euro di Banca Etica e 100.000 di Coopfondo. Sono già stati realizzati i primi 33 impianti, per un totale di 180 kWp installati.

Ovviamente è la stessa comunità di Melpignano la beneficiaria dell’utile ricavato dalla produzione di energia residua dell’utilizzo. Un modo per fare del bene al pianeta aiutando l’economia locale e trasformando le nostre città in comunità energetiche.
Perché no?

di Federico Guastella

A quanto pare non ci sono prove sull’appartenenza del Barone Corrado Arezzo alla Massoneria, ma non c’è dubbio che nel parco del cosiddetto castello di Donnafugata si scorge un itinerario esoterico, da leggersi come un ottimo strumento per svolgere un percorso interiore. Ragusano di nascita (1824-1895), figlio del Barone Francesco e di Vincenza De Spucches, ricevette una rigorosa educazione familiare. A Palermo studiò presso i Padri Filippini: lesse i classici, apprese la storia, studiò il francese, il tedesco e anche l’inglese. Coltivò la passione per la botanica e nella capitale siciliana ebbe modo di manifestare le sue idee politiche, partecipando alla rivoluzione del 1848 e stampando e dirigendo il giornale “Il Gatto”, titolo che alludeva alla lotta contro i “sorci” borbonici. Potremmo dirlo un foglio combattivo e ricco di commenti politici oltre che di osservazioni satiriche mordaci dirette ai nostalgici del regime borbonico e spesso anche agli esponenti liberali.

Il Barone Corrado Arezzo De Spucches (1824-1895)

A 24 anni era stato rappresentante di Ragusa al Parlamento siciliano. In seguito al fallimento della rivoluzione curò i beni di famiglia e collaborò col padre nella realizzazione di una filanda (1854), in cui furono impiegati cinquanta operai. Deputato eletto nel collegio di Vizzini (7 aprile 1861) e dopo Senatore per censo (1865), fu sicuramente un personaggio che riuniva in sé le qualità di aristocratico agrario, qualificato esponente dell’aristocrazia liberale ragusana, e di patriota liberale.

La raffinata formazione lo indusse a dare vita e spazi agli interventi eclettici di diversi stili nel castello di Donnafugata: il neoclassico sposato al gotico-veneziano, i torrioni di gusto tardo-rinascimentale, le immagini tipiche della cultura egizia all’inizio e alla fine della magnifica scalinata che conduce al piano del terrazzo, le merlature riecheggianti il fascino della lontana tradizione medioevale. Nel vasto parco di circa otto ettari, cosparso di viali bene articolati e di vegetazione – dai ficus secolari alle cactacee nei pressi delle fontane -, ci si immerge in un clima di serenità bucolica.

Il castello di Donnafugata (foto da esplorasicilia.com)

Qui Corrado Arezzo trascorreva con la famiglia e gli amici il periodo della villeggiatura estiva, trasferendosi nel palazzo di Ragusa Ibla per il rimanente periodo dell’anno. La simpatia per la Massoneria potrebbe essere avvalorata dagli elementi simbolici qua e là sparsi nel parco. I luoghi rivelano infatti segnali di un percorso iniziatico. Le grotte, con stalattiti, simboleggiano il ctonio in cui ha origine la meditazione, mentre il labirinto è l’espressione di percorsi esistenziali in cui ci si può perdere o ritrovare. Altro elemento della simbologia massonica è il tempietto neoclassico a pianta circolare che, posto sulla montagnola sovrastante le grotte, ha la cupola sostenuta da otto colonne e con l’affresco della volta celeste.

Vista di parte del parco del castello (foto da paesionline.it)

È possibile poi cogliere la pensosità di fronte ai destini eterni, nonché la propensione a meditare non senza la malinconica certezza della precarietà della vita, nella parte più ombrosa del giardino, a nord-ovest, in cui si osservano alcuni avelli di foscoliana memoria, circondati da cipressi. Non a caso Ugo Foscolo fu Massone che sedette tra le colonne della stessa Loggia di Vincenzo Monti, la Reale Amalia Augusta all’Oriente di Brescia. E di sicuro la sua poetica intrisa di simbolismi dovette essere familiare ai massoni iblei: vale la pena di ricordare l’opera “Ultime lettere di Jacopo Ortis”, romanzo in forma epistolare, dove il Sole è definito “ministro maggiore della natura”; accennando al carme “Dei Sepolcri” non sfugge la presenza di una visione religiosamente laica sorretta da un’armonia naturale tanto sacrale; significativo peraltro il valore assegnato al vate, all’eroe che educa alla libertà di scelta contrapposta al fanatismo del pensiero unico.

Il poeta Ugo Foscolo (1778-1827)

L’atteggiamento meditativo del Barone Arezzo lo ritroviamo nel suo volumetto di poesie comprendente cinque componimenti (in “Alcuni versi”) e diciannove sonetti (in “Voci dell’anima”), raccolti col titolo “Alcuni versi”, pubblicato dalla tipografia e legatoria Clamis e Roberti in Palermo nel 1861: un momento quanto mai incandescente nella storia della Sicilia, all’indomani, si può dire dello sbarco dei Mille, e che Tomasi di Lampedusa ha scelto come tempo storico del Gattopardo.

Merita di essere ricordata la poesia “L’Armonia” che, scritta in endecasillabi, canta l’incanto dell’eden prima della caduta, causa dei mali del mondo. Personaggio, dunque, molto in vista ed influente nella vita politica ed economica del circondario: difatti dagli anni ‘70 fino al 1881 fu sindaco di Ragusa Ibla. Dalla fine dell’800 la Massoneria iblea non rimase avulsa dagli eventi nazionali. D’altronde non se ne può parlare senza tenere conto del fatto che la crescita sia stata interrotta dall’avventura totalitaria che impedì la manifestazione del libero pensiero.

Dal 1908-1910 si era verificata una scissione nel Grande Oriente d’Italia che aveva dato vita a una nuova obbedienza di rito scozzese: la Gran Loggia d’Italia (di Piazza del Gesù). Poi, un ulteriore indebolimento. Sul versante politico furono le posizioni massimaliste che, nel 1914 (nell’ultimo congresso prima della guerra), decretarono l’incompatibilità fra l’appartenenza alla massoneria e quella al Partito socialista. Presentò e votò la mozione Benito Mussolini. Peraltro, il 1919 vide la nascita di un partito cattolico che da subito diventò fortissimo. Osteggiata su due fronti, alla massoneria venne così meno il supporto socialista, determinante nell’età giolittiana.

La sede nazionale della Gran loggia d’Italia

Nel febbraio 1923 il Gran Consiglio del Partito Nazionale Fascista deliberò l’incompatibilità tra l’appartenenza a quel partito e alla Massoneria e dopo il 1923 cominciarono le persecuzioni da parte del regime fascista. Leggi liberticide furono quelle del 1925-26 che definitivamente abolirono le associazioni massoniche, mettendole al bando e costringendo all’esilio numerosi Liberi Muratori, unitamente a politici dello schieramento democratico.

In un clima incandescente dominato dall’arroganza è ormai noto il discorso di Antonio Gramsci pronunciato alla Camera contro la legge fascista del 26 novembre del 1925, orientata all’abolizione della Libera Muratoria, bene accolta dal Vaticano cui premeva la codificazione dei Patti Lateranensi avvenuti nel 1929. Si deve al leader comunista, Gramsci, una netta e decisa presa di posizione manifestata con il suo intervento del 16 maggio 1925.

Antonio Gramsci (1891-1937)

Pur non trattandosi di un discorso a difesa della Massoneria, e non poteva essere diversamente date le direttive impartite dall’Internazionale comunista, con molta onestà e dignità intellettuale ne riconobbe il ruolo con una affermazione che vale la pena di riportare: “dato il modo con cui si è costituita l’Italia in unità, data la debolezza iniziale della borghesia capitalistica italiana, la massoneria è stata l’unico partito reale ed efficiente che la classe borghese ha avuto per lungo tempo”.

La partenza dei Mille da Quarto. Giuseppe Garibaldi fu un massone

In altre parole, la Massoneria, vista come la prosecuzione della cultura illuministica, fu ritenuta l’asse portante delle forze democratiche del risorgimento italiano. In un certo periodo tutte le forze della democrazia si allearono e la Massoneria divenne il perno di tale alleanza per arginare le pretese e i pericoli del clericalismo, e questo periodo finì con lo svilupparsi delle forze operaie. Diventò poi il bersaglio dei moderati, che evidentemente speravano di conquistare così almeno una parte delle forze cattoliche specialmente giovanili.

Circoli e salotti illuministi (Gabriel Lemonnier – Salotto di Madame Geoffrin)

Gramsci enunciava in poche, semplici parole, la tesi per cui, in assenza di grandi partiti moderni su scala nazionale (del tipo, per intenderci, di conservatori e liberali in Inghilterra) l’organizzazione massonica aveva assolto all’indomani dell’Unità a un ruolo essenziale nella difesa dello Stato unitario prodotto dal Risorgimento nazionale, rappresentando un valore primario da difendere e consolidare.

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di Pippo Inghilterra

Dei pochi turisti di passaggio a Comiso, pochissimi visitano le chiese minori, a parte quella di San Francesco per il monumento ai Naselli. Ma se qualche turista colto, affamato d’arte, decidesse di varcare la soglia di qualcuna delle venti chiese minori, sarebbe ricompensato dalla vista dei tanti bei quadri “erranti”. E se poi decidesse di entrare nella chiesa di Santa Maria di Monserrato, non si stupirebbe di fiutare il passaggio di dipinti di grandi artisti come Jan Van Eyck, Rogier Van der Weyden o Antonello da Messina.

“Su la poetica balza di una vecchia cava della nostra famosa pietra, si erge, poco lungi dalla città, a Mezzogiorno, una chiesa solitaria e sufficientemente vasta, dedicata alla Vergine di Monserrato (…). Nell’altare di questa chiesa c’è un quadro che richiama all’opera di Antonello (…), dove un tardo e ignoto imitatore dell’arte fiamminga raffiguro’ piuttosto bene e arricchendola di molte, anzi troppe, dorature, Maria SS. sedente in trono, sotto un ricco baldacchino, con sul grembo il Putto, che giulivamente tiene in una mano un cardellino. Fa da sfondo a questo gruppo centrale, un monte irto di punte digradanti – una delle quali, l’artista, per far comprendere a tutti, che quello era appunto il Monserrato, con amena trovata, fa segare a due angioli – nei cui greppi e nelle nove scene, che completano la tela, è dipinta sommariamente la leggenda del ritrovamento della taumaturgica Madonna spagnuola.” (F. Stanganelli, 1915). Questo quadro è oggi scomparso.

Madonna col Bambino (particolare) Polittico di San Gregorio (Antonello da Messina, 1473, Messina, Museo Regionale)

Il cercatore di memorie, uscendo poi dalla chiesa, osserverebbe, da quel luogo di silenzio, un paesaggio antico. Scorgerebbe tra i canneti un fiume largo e profondo, che scorre tra alte ripe paurose della vallata dell’Ippari e che sfocia nell’infinito del mare. Sentirebbe ai suoi piedi, le voci della città trasportate dal vento, che riverberano, come canne d’organo, nelle cave di pietra.

Molte erano le madri che, nel silenzio, percorrevano quella trazzera, che portava alla chiesa “ra Bedda Matri ri Muntisirratu” per ascoltare un “responso di Sibilla” e pregare “a Maronna ‘a muta”. Le voci della città davano risposte solenni, per un figlio in guerra o un marito lontano.

(Da sx) Paesaggio antico di Comiso, 1893 e la Chiesa di Monserrato in un dipinto del 1822 (particolare)

di Paolo Monello

Interrogandosi dunque sulle cause dell’”ira di Dio” che aveva sconvolto la metà orientale del Regno di Sicilia il 9 e 11 gennaio 1693, l’Arcivescovo di Palermo mise per iscritto quelli che secondo lui erano le cause dello sdegno di Dio. Della lettera del 30 gennaio non possiedo il testo originale, ma l’ampio riassunto che il Consiglio di Stato a Madrid ne fece al Sovrano nella seduta del 27 aprile, allegando poi le sue considerazioni.

«Essendo certo che castighi così grandi, sono per peccati enormi», il prelato – scrivono i consiglieri – afferma che è «suo dovere rappresentare a Vostra Maestà quanto ritiene possa avere smosso l’ira di Dio» ed avendo il terremoto colpito soprattutto le chiese, i conventi e i monasteri con tutte le persone che c’erano dentro, era evidente che a provocare l’ira divina erano state «le offese dello stato ecclesiastico», di cui Bazan si assumeva la responsabilità (ma fino ad un certo punto, come vedremo…).

L’Arcivescovo di Palermo Don Ferdinando De Bazan

Nella sua lunga lettera, Bazan metteva in evidenza tre punti nodali della crisi della Chiesa siciliana (anche se la disamina riguarda soprattutto Palermo). In sintesi: il clero secolare era troppo numeroso e molti sacerdoti abbandonavano le chiese di paese per trasferirsi nella capitale, accrescendo «il gran numero di chierici ignoranti e di cattivi costumi, che vanno a Palermo, convinti che sia certa e maggiore l’elemosina della messa, fuggendo la miseria delle loro terre».

La responsabilità di ciò era dei Vescovi, che concedevano il permesso ai sacerdoti di recarsi a Palermo, dove inoltre – in caso di reati – venivano protetti dal Giudice della Monarchia (cioè il rappresentante del Re nel governo della Chiesa siciliana), il quale garantiva permessi ed impunità, concedendo anche l’esenzione dall’assistere «alla solenne processione del Corpus, ingiustamente perché non c’è eccezione che liberi da questo obbligo», cosa tanto più incomprensibile «quando tutti credono che il SS.mo Sacramento, per il breve ossequio che gli si fece quei giorni, rimediando alla poca decenza con cui veniva portato ai malati, liberò quella città dal pericolo del terremoto».

Alessandro VII alla processione del Corpus Domini, Giovanni Maria Morandi, XVII sec.

Venendo al rimedio, l’arcivescovo suggeriva quindi che si limitasse drasticamente «con un numero fisso» la concessione di permessi per venire a Palermo, e che «il Giudice della Monarchia… a nessun affiliato nel suo Tribunale permetta di stare a Palermo più del breve tempo necessario per sbrigare le proprie faccende». Insomma, Bazan chiedeva al Re di intervenire sul suo rappresentante don Gregorio Solorzano, altrimenti non avrebbe più potuto «governare quel clero, i cui peccati hanno offeso Dio».

Venendo poi ad esaminare lo stato del Clero regolare, Bazan ammetteva «francamente, che il rilassamento è grande e totale nei conventi piccoli dove non si osserva alcuna regola» e proponeva la soppressione dei conventi con meno di dodici frati (come del resto stabilivano i canoni ecclesiastici romani, ripristinando le visite di controllo, come prevedevano le Costituzioni Apostoliche), vietando i cambi di residenza dei monaci (concessi invece dal Tribunale della Monarchia) «perché solo lo sperarlo fa i frati insolenti» e stabilendosi che «a nessuno si desse licenza per pernottare fuori del convento».

Raffigurazione della corruzione del clero con il diavolo che fa cadere delle monete nelle mani del Papa (Miniatura del XV sec.)

Inoltre, secondo Bazan, il diritto di asilo nelle chiese era «dannoso alla causa pubblica per la frequenza di esso e la facilità con cui si ottiene», per la qual cosa proponeva di chiedere a Roma «che solo i delitti contro i sacramenti (che sono in numero moderato) diano diritto di rifugio, e che gli Arcivescovi di Palermo nella loro diocesi e come delegati apostolici nelle altre, quando i delitti siano gravissimi o abituali i delinquenti, con gravi conseguenze per l’ordine pubblico, possano punirli citra penam sanguinis [cioè esclusa la pena di morte, n.d.a.], senza necessità di inviare i processi alla Sacra Congregazione delle Immunità per ottenere licenza di farlo». Nei delitti di dissolutezza, il clero era inoltre privilegiato in tribunali diversi da quelli naturali e «poiché queste cause per loro natura sono di giurisdizione del Tribunale Ecclesiastico, e invece le accoglie il Tribunale del Santo Uffizio a causa dei suoi privilegi», si perdonavano gravissimi peccati: occorreva quindi «ordinare che in tutti i fori la giurisdizione sia solo del Tribunale Ecclesiastico».

Accanto ad un loggiato aperto alcune giovani suore, dal contegno frivolo e malizioso, assistono ad un concertino offerto da piacenti gentiluomini (Alessandro Magnasco, XVIII sec.)

Non meno grave era la situazione nei monasteri femminili. «Si deve tenere per non minore motivo dell’ira divina – aggiungeva il prelato – il rilassamento nei conventi di religiose», dove molti uomini entravano «senza licenza». Per i quali Bazan proponeva una «pena di 100 onze o non potendo pagarle, ad un anno di castello o carcere irremissibile, o altre pene che si potrebbero discutere».

In una sontuosa stanza che ha ben poco a che fare con la cella di un monastero, una religiosa assapora una tazza di cioccolata calda (bevanda peccaminosa, di gran moda tra gli aristocratici) in compagnia (Alessandro Magnasco, XVIII sec.)

Esaurito il capitolo dello stato ecclesiastico, Bazan passava a condannare la rilassatezza dei costumi generali, puntando soprattutto il dito contro le rappresentazioni teatrali, fatte a tardissima ora, dalle quali «derivano moltissimi delitti» contro la morale e contro Dio. Pur rendendosi conto che esse si facevano «con il motivo di tenere occupato il popolo, proprio perché è di natura malinconica», ricordava che l’Arcivescovo di Genova Spinola le aveva proibite «in quella città non meno popolosa di Palermo, e non meno suscettibile di altre». Le rappresentazioni infatti «non solo danneggiano i costumi, ma anche il bene pubblico, per essere un seminario di bestemmie e latrocinii…e c’è la comune propensione [dei Siciliani] a questi vizi, in special modo con l’orribile bestemmia di Santo Diavolo, che viene punita con una pena facoltativa che mai è irrogata e converrà molto al servizio di Dio imporre pene certe».

Attori della Commedia dell’Arte su un carro in una piazza cittadina (pittura del XVII sec.)

Pertanto gravi erano anche le responsabilità dei pubblici ufficiali (ed il Viceré Duca di Uzeda ne era appassionato organizzatore e mecenate) nel non proibire e reprimere tali licenziose rappresentazioni. Don Ferdinando Bazan poi, mosso «dalla compassione di vedere [questo] miserevole Regno distrutto in gran parte e dal timore che solo l’emenda delle nostre offese potrà trattenere la mano di Dio perché non continui i suoi castighi», offriva le sue dimissioni al Re, in quanto la sua “incapacità” di governare bene la Chiesa palermitana e le altre dell’Isola aveva attirato la punizione divina.

Infine l’Arcivescovo, «anche se non si intromette nelle questioni politiche… non può come Pastore tralasciare di porre alla reale attenzione di Vostra Maestà che [questi] afflitti suoi figli hanno bisogno che V.M. rafforzi i segni della sua grandezza, ponendoli in una serie di fatti di buon governo, lasciando che respirino nella loro afflizione, non solo dalle contribuzioni del Real Fisco ma anche dalle deviazioni in cui si suole spendere il ricavato delle tasse, per cui se finora sono stati veramente poveri, ora sono proprio nella miseria».

La povertà in una incisione del XVII secolo (Jacques Callot, la compagnia dei baroni)

La lettera ci appare un capolavoro di diplomazia, la cui sostanza era tutta politica e non teologica. Infatti Bazan, se ammette che l’ira di Dio è dovuta senz’altro al grave stato di rilassatezza morale e veri e propri delitti in cui parte del clero secolare e regolare era caduta, afferma però che la sua azione di risanamento è stata ostacolata dal contrasto tra i vari poteri: per quanto riguardava i sacerdoti, dal Giudice della Monarchia; per il clero regolare, dall’Inquisizione (entrambe le istituzioni proteggevano i delinquenti, insomma).

Né i pubblici ufficiali di Palermo (ma soprattutto il Viceré Duca di Uzeda) erano esenti da critiche per la questione dei divertimenti serali e per il lassismo con cui non garantivano la punizione dei bestemmiatori… Inoltre, nella coda della nota, c’erano due punte “velenose”: la denunzia dell’eccessivo fiscalismo (situazione aggravata dalla miseria causata dai terremoti) e l’ingiustizia di spendere fuori dal Regno le tasse pagate dai siciliani (in quegli anni la Sicilia contribuiva con frumento e denaro a sostenere Milano ed il Piemonte nelle loro guerre contro i Francesi).

Palazzo Chiaramonte (detto anche Steri) a Palermo, sede del Tribunale della Santa Inquisizione dal 1600 al 1782

Pur nominato dal Re in base all’Apostolica Legazia, a Bazan va dato atto che si rendeva conto che la situazione era complicata dai conflitti giurisdizionali tra la Chiesa siciliana retta dal re tramite il Giudice della Monarchia, il Santo Uffizio dell’Inquisizione siciliana (anch’essa protetta dalla Corona spagnola) e la Sede Apostolica: temi che sin dai primi di febbraio sarebbero stati discussi nella apposita Giunta Ecclesiastica insediata dal Duca di Uzeda per far fronte ai disastrosi effetti del terremoto su centinaia di chiese, conventi e monasteri, e dove erano presenti sia Bazan che Solorzano.

Il Consiglio di Stato, riassunta ampiamente la nota dell’Arcivescovo, prese atto del suo zelo nella riforma dei costumi religiosi e nell’attendere al Culto Divino in modo tale che «la Divina Justicia suspenda el rigor que nuestras culpas han motivado», limitandosi a suggerire al Re di invitare i vescovi a non concedere permessi ai religiosi per andare a Palermo e ad ordinare al viceré e a Giudice della Monarchia (ciascuno per le proprie competenze) a stabilire un numero fisso di sacerdoti per ogni chiesa (in modo da evitare il soverchio numero delle “vocazioni, spesso finte e unico strumento per evadere il fisco, come la Giunta metterà in evidenza) e a punire con rigore il “rilassamento” morale nei conventi e monasteri.

Mappa della Sicilia con i paesi colpiti dal sisma del 1693 segnate. A destra l’elenco delle città evidenziate nella mappa.

Infine, il Consiglio suggeriva al Re di accogliere l’indicazione dell’Arcivescovo per vietare giochi e rappresentazioni teatrali e soprattutto per punire con sanzioni certe la bestemmia di “Santo Diavolo”. Né Bazan né il Consiglio di Stato si posero però una domanda fondamentale: se Dio voleva punire la sua Chiesa per gli eccessi commessi a Palermo, come mai la sua sferza aveva colpito soprattutto il Val di Noto con distruzioni immense e migliaia di vittime ed aveva lasciato integre le parti centrale ed occidentale del Regno?

Una domanda che invece si erano posti Uzeda e i suoi collaboratori. E per frenare il timore popolare che l’ira di Dio assestasse nuovi colpi, occorreva ridurre «i terremoti… a puri fenomeni meccanici» (Corrado Dollo, Filosofia e scienza in Sicilia, Cedam, Padova 1979). Per questo, l’attenzione alla “causa meccanica” e cioè il Mongibello fu quasi immediata, come ci dimostrano i documenti di Simancas…
(Continua al prossimo appuntamento)

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La potenza del terremoto del 1693 (misurata con la scala Mercalli) che distrusse il Val di Noto

di Giuseppe Cultrera

Anche piccoli uomini – nel senso che non appartengono al potere né alle élites locali – possono incidere sulla storia. È il caso di Antonio Anzaldi, popolano giarratanese. Siamo nel 1837. La Sicilia è percorsa da una grave crisi sociale ed economica che il debole e miope governo borbonico affronta con paternalismo e repressione. A metà anno si aggiunge il terribile cholera morbus acuendo paure, sospetti e ribellioni. Nella provincia di Siracusa, sospinti dalle deliranti tesi dell’avvocato Mario Adorno, in molti Comuni tumulti e sollevazioni popolari sono all’ordine del giorno.

Ferdinando II di Borbone - Anzaldi
Ferdinando II di Borbone

A Monterosso il popolo esasperato dalla tassa sul macinato e dai tanti balzelli che gravavano sulla popolazione, ma non sui notabili, assalta la Cancelleria e brucia carte e archivi. I rivoltosi chiedono la sospensione immediata della tassa sul macinato e degli altri balzelli. Anzi, il loro portavoce, Giovanni Noto, accusa pubblicamente il sindaco Salvatore Noto e alcuni decurioni di essere soci occulti degli appaltatori dei dazi civici. Le cose, così, si ingarbugliano ancor di più. Il sindaco fugge via, chiedendo l’intervento delle forze dell’ordine, mentre il capopopolo finisce assassinato, a detta della vedova, dai poteri forti locali.La rivolta di Monterosso, Anzaldi

E così il 24 agosto giunge a Giarratana il generale Catena al comando di una milizia svizzera di 500 uomini. Per prima cosa piazza il cannone nel piano della Matrice – tanto per far capire che non ha voglia di scherzare – e chiamato il capo degli urbani, sceglie 100 di costoro da affiancare alle sue truppe. A notte fonda ordina di marciare su Monterosso: gli urbani giarratanesi vengono schierati in due file ai lati delle truppe svizzere, recando le lanterne accese. L’ordine è quello di circondare Monterosso e di piazzare il cannone alle tre Croci, nella parte culminante del paese.

Quando si fa giorno gli assediati capiscono di cosa si tratta. La maggior parte si rinchiudono in casa, qualcuno che voleva scappare viene persuaso da qualche schioppettata a desistere e rintanarsi in casa pure lui. A eccezione di uno che, mezzo nudo, riesce a fuggire, nonostante una fucilata sparata da un soldato svizzero. Episodio che per poco non causa la tragedia. Perché il generale Catena aveva ordinato di ‘spianare il cannone’ nel caso che si fosse sentita qualche schioppettata.La rivolta di Monterosso, Anzaldi

Per fortuna l’urbano Anzaldi, preposto al cannone, non eseguì il comando dell’ufficiale a latere, che era lo stesso che aveva sparato al fuggitivo. Spiegava poi l’Anzaldi che non aveva capito l’idioma svizzero: una sequenza incomprensibile di , diceva costui. L’abitato fu a un passo dall’essere distrutto. Salvo, o per l’indolenza tipica del siciliano o per l’avveduta prudenza (preferiamo pensare noi) dell’urbano Antonio Anzaldi.

La rivolta di Monterosso, Anzaldi

Il generale Catena entrò in città, arrestò un po’ di rivoltosi, parlò con i notabili e gli appaltatori del dazio e si rese conto che “quella essere stata anziché una rivoluzione, una giusta dimostrazione popolare. Deplorando quindi le angariche riscossioni degli appaltatori, e le cattive informazioni date al Governo per ottenere la forza pubblica”. Sicché fece liberare gli arrestati. Sciolse l’assedio e la stessa sera rimandò a Giarratana gli urbani.

Proverbiale è la cordiale inimicizia tra le due città di Giarratana e Monterosso: che fa data a tempi ben più remoti di questi fatti. In ogni caso la “buona azione” dell’Anzaldi non pare abbia mutato la cordialità! Ma questo è il bello del vicinato dei paesi siciliani. E possiamo egualmente dirlo per i ragusani e modicani, chiaramontani e comisani … e via dicendo.Giarratana

I fatti raccontati sono desunti da Antonio Dell’Agli (Giarratana 1851 – 1931). Un agiato possidente terriero, impegnato socialmente e politicamente che fu anche studioso e ricercatore storico. Nel 1886 pubblicò un voluminoso testo storico sulla sua patria con interessanti notazioni di costume e una mole notevole di dati storici, statistici e sociali (Ricerche storiche su Giarratana, Tip. Velardi, Vittoria).

Il libro del mese di ottobre del Gruppo di Lettura di oltreimuri.blog è stato “Il Regno“, dello scrittore francese Emmanuel Carrère. Lettura affascinante che si presenta come un’indagine sul cristianesimo delle origini accompagnato dal racconto della sua personale esperienza.
Per il mese di novembre la lettura scelta è “Estasi di libertà” di Stefan Zweig. Siete tutti invitati a fare parte del nostro gruppo di lettura!

di Salvina Benato

“No, non credo che Gesù sia risorto (…) ma il fatto che lo si possa credere (…) mi intriga, mi affascina, mi turba, mi sconvolge”. In queste parole dell’autore è racchiuso il fascino di questo libro, in cui parla della sua conversione e del successivo abbandono della fede, per l’impossibilità di accettare il fatto “che Cristo sia risuscitato il terzo giorno e perché no, nato da una vergine”.

Le intrusioni autobiografiche sembrano far coincidere tutta la realtà con l’io, le persone diventano un’occasione per parlare di sé. Nella seconda parte narra della predicazione di Paolo nel I° secolo d.C., lo segue l’evangelista Luca che racconta da scrittore le storie che conosce di Gesù e quel che vede seguendo Paolo. D’altra parte per Carrère la fede è narrazione e da narratore lui stesso svolge la sua indagine sul doppio binario dei piani storico e personale.

Emmanuel Carrère

Le parti più singolari dell’inchiesta sul Nazareno sono le sue riflessioni sulla verità del messaggio cristiano a partire dalla straordinaria diffusione dei primi secoli. C’è una sincera ricerca, a partire da quell’amore che privilegia il bene dell’altro e che ha sconvolto la cultura greco-romana del tempo. La maggioranza del gruppo ha trovato il libro ben scritto e documentato, affascinati dall’abilità dello scrittore di restituirci la freschezza delle origini dei personaggi evangelici citati.

Carrère apprezza l’insegnamento di Gesù pur senza doverlo credere risorto. Nella terza parte l’autore inserisce la figura di Jean Vanier, in questo incontro intuisce che Gesù sopravvive nei gesti di Vanier nel prendersi cura di Eric, che cieco, sordo, abbandonato dalla nascita, rifiutato, umiliato, riesce a vivere grazie al grande segreto del vangelo.    

Quest’ultima parte è stata la più apprezzata dal gruppo, anche se alcuni si sono disinteressati a questi temi. Vorrei concludere con la preghiera di Carrère “Ti abbandono, Signore. Tu non abbandonarmi”.

di L’Alieno

La meritoria rubrica di Sebastiano D’Angelo su questo blog, proprio ieri, ha riportato all’attenzione la storia di Carlo Corallo, australiano di Melbourne, padre ragusano e personaggio di assoluta grandezza nel panorama dell’architettura mondiale. A capo di uno dei più importanti studi del pianeta con importanti progetti in mezzo mondo.

Alcuni dei progetti più innovativi della Peddle Thorp di Carlo Corallo nella penisola arabica

Mr. Corallo è rimasto affezionatissimo alla sua terra d’origine, al punto da mettersi a disposizione e persino coinvolgere la Facoltà di Architettura di Melbourne (nella persona del prof. Des Smith), per dei progetti che riguardavano la riqualificazione dell’area del lungomare Andrea Doria di Marina di Ragusa. Ne è scaturito un concorso di idee e i migliori tre progetti selezionati sono stati presentati e premiati a Ragusa nel lontano 2008.

Due immagini del progetto della studentessa Marina Kozul del Masterclass Student Designs della Deakin University e riguardanti la riqualificazione del Lungomare Andrea Doria

Un atto d’amore totalmente gratuito caduto nel vuoto. Perché al di là di tutte le energie profuse per arrivare a partorire dei progetti significativi all’altro capo del mondo, questa disponibilità, da noi, non ha mai trovato riscontro. Nessuna sinergia positiva creata nel tempo. Non diversamente da altre storie (aventi per sfondo il premio Ragusani nel Mondo) non se n’è fatto mai nulla. E questo accade puntualmente da 26 anni.

Immagini del progetto dello studente Alan Hunt

Sono forse fantasie pensare ai processi virtuosi che si sarebbero potuti mettere in moto connettendo la nostra economia a quella di alcune ricche realtà planetarie? Esiste una spiegazione per queste occasioni perdute? Qualcuno si è mai posto il problema? Oppure la nostra spiccata tendenza all’individualismo e all’autoreferenzialità ci rende immuni persino ai dubbi? Mi rivolgo soprattutto alle istituzioni come Assindustria, CNA, oltre alle istituzioni pubbliche. È ammissibile non tentare di approfittare di queste occasioni per fare sistema?

Tanto per non cambiare anche quest’anno tra i premiati figurava lo scienziato Andrea Carfì, Direttore scientifico dell’azienda farmaceutica Moderna (produttrice del noto vaccino anti-covid). I vertici aziendali dell’Asp di Ragusa non hanno mostrato interesse per l’evento.
Passano gli anni, il nostro vizietto snob rimane. 

L’architetto italo-australiano Carlo Corallo

di Sebastiano D’Angelo

Secondogenito di madre veneta e padre ragusano, Carlo Corallo rappresenta una bellissima pagina del genio creativo di matrice iblea in tutto il Mondo. Nato a Melbourne l’8 febbraio del 1956 ed educato dalla famiglia secondo i valori della tradizione siciliana, Carlo manifesta da subito una spiccata passione per l’edilizia ed in particolare per l’architettura e il disegno di interni.

Si laurea alla Facoltà di Archiettura di Melbourne con la “Menzione d’onore” nel 1979. Con i primi guadagni viaggia lungamente in Europa, traendo dal confronto e dall’ammirazione per l’architettura europea preziosi suggerimenti per la sua carriera professionale, che ben presto si svilupperà con risultati di assoluta eccellenza.

Carlo Corallo con la moglie e la figlia

Agli inizi degli anni ’80 lavora a Melbourne in numerosi progetti aventi per oggetto la costruzione di grandi ospedali, grattacieli ed alberghi di lusso, dislocati anche ad Hong Kong e Auckland, in Nuova Zelanda. Sono anni in cui ha modo di affinare competenze professionali di prim’ordine e uno spiccato senso di managerialità, doti che lo porteranno ben presto ai vertici nel mondo come architetto e manager di successo.

Consolato Italiano di Melbourne. (Da sx) Giuseppe Cannata, Sebastiano D’Angelo, il Console Marco Cerbo e Carlo Corallo

Il 1985 segna una svolta decisiva per la sua carriera professionale. Entra a far parte della “Peddle Thorp”, una società di progettazione fondata a Sydney qualche anno prima, con una piccola succursale anche a Melbourne. Società, che da semplice “associato” lo vedrà diventare azionista di riferimento e che crescerà in parallelo con la sua scalata ai vertici. In poco più di un decennio diventa l’undicesima compagnia di architettura più grande al mondo, con studi, cantieri, opere progettate e realizzate in Australia, Cina, India, Malesia, Thailandia, Corea, Emirati Arabi, Usa e Europa.

(Da sx in alto in senso orario) l’Hisence Arena a Melbourne, sede degli Australian Open di tennis, l’QNB Tower a Doha in Quatar e l’Acquario di Melbourne

Dalle 16 persone iniziali del 1985, la Compagnia associa in pochi anni oltre 160 architetti, coordinati da Carlo presso l’Ufficio Centrale di Melbourne. Innumerevoli i progetti curati dalla Compagnia, fra cui si segnalano in particolare: il Teda Soccer Stadium, per 40.000 spettatori, a Tiajin, in Cina, il Tennis Centre di Melbourne, sede degli Australian Open, la Tecnology Oasis a Shanghai e l’Holmesglen Vocational College a Melbourne. Gli Acquari di Pusa (Corea), Shanghai (Cina), Bangkok (Thailandia), Dubai (Emirati Arabi), Parigi (Francia), Toronto (Canada), Copenaghen (Danimarca), Hong Kong (Cina), Manila (Filippine) e Melbourne.

(Da sx in alto in senso orario) Il Teda Soccer Stadium di Tiajin, la Tecnology Oasis a Shanghai, entrambi in Cina, e l’Holmesglen Vocational College a Melbourne

Innamorato della sua città d’origine, Ragusa, nella primavera del 2008 organizzò, d’intesa con la Facoltà di Geelong e l’Associazione Ragusani nel Mondo, una borsa di studio per giovani studenti australiani volta a favorire la produzione di progetti di riqualificazione del lungomare Andrea Doria di Marina di Ragusa.

Carlo insieme ad un gruppo dell’Associazione dei Siciliani d’Australia

Per diversi mesi la promozione e lo studio del litorale, nonché dell’intero territorio ibleo, furono gettonate materie di studio dall’altra parte del mondo. Tre studenti furono scelti da una apposita commissione ed ospitati a Ragusa in quell’estate per presentare i loro progetti. Gli elaborati di tutti gli studenti furono illustrati in un testo che per parecchi anni è stato materia di studio in Australia. Classico esempio di un virtuoso effetto di promozione collegato al Premio Ragusani nel Mondo, che superficialmente alcuni ambienti della locale borghesia culturale o le pubbliche istituzioni tendono a volte a disconoscere nel suo effettivo sviluppo.

(Da sx in alto in senso orario) Il Siri Fort Stadium e il Thygaraj Stadium, entrambi a Delhi, in India, il Manila Aquarium nelle Filippine

Molto impegnato anche nel volontariato, Carlo ha contribuito a fondare l’Associazione dei Siciliani d’Australia con l’intento di promuovere la conoscenza, la cultura e le tradizioni dell’isola, favorendone anche il turismo. Organizza annualmente a Melbourne diverse attività culturali, fra cui si ricorda in particolare un Concerto nel 2017 degli artisti ragusani Peppe Arezzo e Lorenzo Licitra.

Fu insignito del Premio la sera del 28 agosto del 2007 in Piazza San Giovanni, in una indimenticabile edizione segnata dalla presenza di Edwige Fenech e condotta da Franco Di Mare e Anna Vinci. Mai Premio ha celebrato in modo così degno il talento ibleo nel Mondo.

Carlo Corallo ricevuto al Comune di Ragusa dal Sindaco Federico Piccitto (2014)
Alcuni progetti avveniristici della Peddle Thorp di Carlo Corallo. (Da sx in alto in senso orario) Il Doha Aquarium in Quatar, la Madiina Al Hilal e il WRM Civic Centre ad Abu Dhabi negli Emirati Arabi