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di Antonio Incardona

Ci voleva la pandemia per convincere Bruxelles a lanciare i primi Eurobond, i titoli europei venduti sul mercato per far fronte ai bisogni finanziari di tutti i Paesi membri a seguito di lockdown e quarantene contro il contagio del COVID-19.

Si chiamano ‘Eu Sure’ e sono considerati una sorta di titoli sociali. Rientrano nei 750 miliardi di euro del programma di ripresa dalla pandemia e servono da ponte per il fabbisogno dei Paesi membri fino alle emissioni del 2021. L’Unione europea li ha messi in asta per un valore di 100 miliardi di euro: ed è stato un successone.Gli ‘Sure’ hanno tassi negativi ma la perdita per chi li compra è più bassa di quella prodotta da altri titoli nazionali europei e per questo hanno fatto gola agli investitori. Senza contare la garanzia della UE, ben più solida di quella dei singoli Paesi: si pensi solo alla Bulgaria o all’Ungheria.

Interessante notare che tra le cinque banche designate per l’emissione sul mercato c’è anche la Barclays britannica, cioè un istituto di credito di un Paese che a breve lascerà l’Unione. Bel colpo per la Barclays che si dividerà con le altre quattro consorelle i 20 milioni di euro in commissioni.A parte questi dettagli l’emissione degli ‘Sure’ è un evento storico poiché segna l’inizio del declino dei titoli nazionali. Facile intuirne il motivo: gli eurobond saranno più sicuri e vantaggiosi.
Così nel lungo periodo i singoli stati membri non si indebiteranno più emettendo i titoli del debito pubblico, ad esempio, per sostenere l’occupazione, ma si rivolgeranno direttamente a Bruxelles.

Certo non sarà così semplice, bisognerà capire come comportarsi e gestire il denaro rispettando regole e limitazioni imposte dall’Unione. Chi non lo farà, viene spontaneo concludere, verrà punito duramente.

 

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