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di Gabriele Scrofani

Tra i tanti aspetti della nostra vita, che vengono e verranno condizionati dal cambiamento climatico che stiamo vivendo, uno dei più importanti e urgenti è quello che riguarda l’alimentazione legata all’agricoltura e all’allevamento. Aspetti che ovviamente riguardano l’intera popolazione mondiale, sebbene con urgenze differenti. Sono numerosi i report e gli studi che sono stati o verranno pubblicati da parte di importanti istituzioni come la FAO e l’EFSA.

Il problema è di importanza planetaria ma nel nostro territorio, a forte vocazione agricola, ci riguarda ancor più da vicino anche per le implicazioni che riguardano la zootecnia da cui otteniamo latte e derivati, carne, miele e tanti altri prodotti. Le condizioni climatiche peculiari che già ci caratterizzano sono in grado di condizionare le scelte delle colture e ancor di più ci condizioneranno nel prossimo futuro per colpa di un clima sempre più arido. Un processo che ci porterà ad una tale progressiva desertificazione da compromettere la sussistenza di alcune colture che richiedono maggiori quantitativi di acqua o specifici terreni ricchi di nutrienti.

Il rischio desertificazione in Sicilia (fonte e immagine: asvis.it)

A questo proposito il 17 giugno scorso si è tenuta la giornata mondiale contro la desertificazione e la siccità. Si è parlato della riconversione di terreni degradati (punto 15 dei 17 goals proposti dall’ONU nell’Agenda 2030) e i dati esposti sembrano dimostrare che almeno il 10% del territorio italiano è a serio rischio siccità. La Sicilia addirittura sembra la regione che presenta il rischio maggiore con un 42,9% di superficie totale sensibile alla desertificazione. Una percentuale altissima. Non è un caso che negli ultimi anni a soffrire di più sono state e sono le colture degli agrumi. Fatto che sta già spingendo gli agricoltori a puntare su coltivazioni alternative di mango e avocado. Nonostante ciò, il consumo di suolo, ovvero il passaggio da suolo non artificiale a suolo artificiale è in leggero aumento in Sicilia  (fonte ISPRA e ARPA), con una punta di incremento percentuale (15,4%) proprio nella provincia di Ragusa. Mentre per quel che riguarda i singoli comuni della provincia la città di Vittoria primeggia, seconda nell’isola soltanto a Palermo. Nello specifico, l’incremento di suolo consumato a Vittoria è da imputare alla realizzazione di nuove serre agricole.

Una distesa di serre nella pianura vittoriese (foto da ragusaoggi.it)

Al di là del consumo del suolo è comunque necessario valutare le produzioni che ci possono aiutare in questa transizione: nella fattispecie l’agricoltura a basso impatto ambientale. Ovvero l’agricoltura biologica, che prevede l’utilizzo di sostanze e processi naturali che riducono l’uso di prodotti di sintesi, e l’agricoltura conservativa che riduce la lavorazione del suolo e il suo rimescolamento. Si impedisce così al metano (un importante gas clima-alterante) e al carbonio di essere rimessi facilmente in atmosfera.

Le coltivazioni maggiormente suggerite sembrano le sempreverdi tipiche della macchia mediterranea quali olivo e carrubo: in particolare l’ulivo da recenti studi condotti proprio in Sicilia risulta più efficiente nel bilancio tra CO2 emessa e assorbita. La caratteristica che rende le essenze sempreverdi meno impattanti è legata alla loro attività fotosintetica che continua anche in inverno, quando altre essenze sono in stand-by.

Carrubo e ulivo: esempi di colture sostenibili nel ragusano

Anche l’allevamento di animali (molto presente nella zona collinare iblea) presenta gravi problemi di sostenibilità ambientale. In Europa (come nel Nord America) si è calcolato che oltre la metà dei cereali prodotti sono consumati dagli animali allevati, determinando alla base uno svantaggioso indice di conversione alimentare: per ogni chilogrammo di proteine animali prodotte, occorrono circa 6 chilogrammi di proteine vegetali e con un conseguente consumo iperbolico di risorse idriche necessarie alla coltivazione del foraggio per il sostentamento alimentare degli animali. Su scala globale vengono impiegati oltre 2300 miliardi di metri cubi d’acqua l’anno. Anche l’allevamento vero e proprio richiede l’utilizzo di ingenti risorse idriche: un bovino da latte, durante la stagione estiva, può consumare fino a 200 litri di acqua al giorno, un maiale oltre 20 litri e una pecora circa 10 litri. Considerando anche l’acqua che viene usata per la pulizia di strutture e animali, per i sistemi di raffreddamento e lo smaltimento dei rifiuti, ci sarebbe molto da riflettere sulla necessità di un cambiamento radicale sia sul modello produttivo che sui consumi alimentari.

Un allevamento intensivo di bovini (foto da essereanimali.org)

In ultimo ragionando di azioni messe in atto per ridurre l’impatto ambientale una grossa mano si attende dalla strategia “Farm to fork”, dove un’agricoltura di precisione mira ad aumentare la produzione non soltanto riducendo la superficie di coltivazione, applicando il metodo conservativo e razionalizzando i sistemi di irrigazione, ma agendo sulla genetica delle essenze foraggere per ricercare dei genotipi più resilienti alle temperature sempre più alte. Quest’ultima metodica però è apertamente in contrasto con i dettami dell’agricoltura biologica che prevede di non utilizzare prodotti OGM. Mi sembra però inevitabile che con il peggiorare della situazione climatica questa resistenza dovrà venir meno per ottenere coltivazioni capaci di resistere alle mutate condizioni ambientali.

(Immagine da naturachevale.it)

Vorrei anche ricordare quanto sia importante il comportamento di tutti noi nelle scelte quotidiane  di acquisto di prodotti provenienti da un’agricoltura sostenibile e l’urgenza di pratiche più ecocompatibili nella nostra vita per rendere questa transizione possibile.

(Fonte e immagine da: Repubblica.it)

foto banner da qds.it

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1 Comment

  1. Molto interessante! E oltre il mango e l’avocado… anche il caffè!

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