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di Vito Castagna

CANTO XIII (parte seconda)

Si alzò una leggera brezza che fece muovere i rami contorti del nostro interlocutore che, con un flebile respiro, si rivolse a noi. Il vento ora gli faceva il verso, le parole cominciarono a galleggiare nell’aria e ci accarezzarono il viso come fossero neve:

“Virgilio, non posso resistere al tuo cortese appello. Io fui il cancelliere di Federico II di Svevia e godetti della sua massima fiducia. Schiusi e rinchiusi il suo cuore dalla curiosità degli uomini, conservai dentro di me i suoi timori e i suoi desideri più profondi. Divenni suo confidente e amico, uno scudo contro ogni offesa, trasformai qualsiasi preoccupazione in un dolore a metà, tanto che la restante parte vibrava dentro il mio petto e soffocava ogni mia difesa alla vita. Per la sua pace, abbandonai il sonno e la serenità. Ma l’invidia, che come una prostituta seduce coi suoi occhi, spinse i cortigiani contro di me, tanto che le loro malelingue sibilarono nelle orecchie dell’imperatore. Gli onori che fino ad allora mi erano stati tributati si tramutarono in lutti ed io, convinto di sfuggire ad una fine atroce, mi cavai l’anima dal cuore ma, con questa azione, fui più ingiusto di chiunque altro, nonostante non avessi alcuna colpa. Ve lo giuro sulle mie radici, non fui mai infedele nei confronti di Federico! Se qualcuno di voi tornerà nel mondo, ripulisca la mia memoria dalla lordura dell’invidia”.

Il vento smise di soffiare quando la muta voce dell’albero si spense. Guardai Virgilio ma anche lui sembrava colpito da quella tragedia. Pier della Vigna era stato tramutato in linfa e scorza, le arpie vi avevano fatto una corona di spine e di artigli, eppure la sua anima, il suo flebile cuore, pulsavano di una forza vivificante che superava ogni offesa subita, quella disperazione che lo condusse irreversibilmente al suicidio. Il suo appello fu uno dei motivi che mi spinse a scrivere questa mia Commedia; Pier della Vigna venne sopraffatto dall’invidia altrui, un male che voleva cancellare il suo ricordo ai posteri, grazie a me e attraverso il suo triste contrappasso non sarà mai dimenticato.

Presi coraggio e mi rivolsi a Virgilio: “Maestro, domandagli qualcos’altro, io sono troppo scosso per farlo”. La mia guida piegò il capo in segno di assenso poi parlò: “Possa realizzarsi ciò che tu hai chiesto. Ti prego, spiegaci come la tua anima si è legata a queste radici nodose e dicci se mai un dannato sia riuscito a liberarsi da questa condizione”.

Nuovamente il suo flebile respiro fu brezza: “Vi risponderò. Quando l’anima lascia il corpo viene scagliata da Minosse nel settimo cerchio, precipita nella selva e qui germoglia ancorandosi al terreno, poi cresce come un virgulto e le Arpie vi nidificano sulle fronde morte, raschiano e lacerano con i loro artigli cosicché dalla carne tramutata in legno sgorghi una linfa nera. Quando avverrà il Giudizio universale, riotterremo il nostro corpo per poterlo appendere ai nostri tronchi, perché non potremo riavere ciò che ci siamo tolti”.

Ad un tratto dei rumori ci fecero voltare verso il fondo della selva. Due anime nude, ricoperte di graffi, correndo spezzavano arbusti e rami. La prima distaccò la seconda e la incitava urlando disperatamente. Quest’ultima, stremata, si nascose dietro ad un cespuglio. Subito dopo, un gruppo di cagne ci passò innanzi e si gettarono sul peccatore facendolo a pezzi. Con le fauci ancora schiumanti, trascinarono i brandelli di carne che con tanta cura avevano spolpato dalle ossa gialle.

Virgilio si avvicinò al cespuglio, che era stato il teatro di quel carnaio, e rispose ai suoi gemiti. Raccogliemmo quanto restava dei suoi rami e ascoltammo i suoi gemiti. Anch’egli, come me, era di Firenze e, in un fresco mattino, si era impiccato alla trave di casa sua…

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