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di Francesca Cabibbo

C’erano una volta le “scuole di partito”. Il vecchio PCI ne era il più convinto fautore. I giovani militanti imparavano le ragioni delle loro scelte politiche, venivano instradati a conoscere le regole dell’amministrazione pubblica. Per la DC c’erano i comitati civici. Anche la destra trovava momenti per la formazione dei suoi iscritti.

C’erano soprattutto le sezioni di partito, che diventavano anch’esse fucina per chi si avvicinava alla vita pubblica. C’erano le riunioni di partito e – anche se nei fatti erano sempre in pochi a decidere – tutti venivano coinvolti, poco o molto, nelle scelte, non fosse altro perché veniva comunicato quanto si era deciso altrove. Nella Dc decidevano le correnti, nel PCI c’era il “centralismo democratico” che spegneva ogni diversa velleità.

Militanti della sezione Malachina di Genova Pegli (foto CGIL Liguria)

Era democrazia? Certamente no. Perché tutte le forze politiche, fin dai primi anni del Dopoguerra, sono state ben attente ad evitare di predisporre e approvare una legge per la regolamentazione dei partiti. E infatti, trascorsi i primi anni in cui le idealità e la ritrovata democrazia fecero da volano, ben presto ci fu spazio anche per le corruttele. Ne ricordiamo una per tutti: lo scandalo Lockheed degli anni 70. Chi è nato negli anni 60 lo ricorda. I titoli dei Tg e dei principali quotidiani ogni giorno ne riferivano puntualmente. Fior di carriere politiche vennero troncate. Alcuni ministri non ebbero più alcun ruolo pubblico.

Tra le vittime illustri dello scandalo Lockheed vi fu il Presidente della Repubblica Giovanni Leone, costretto a dimettersi per accuse di corruzione (foto il Fatto Quotidiano)

Riflettiamo un attimo. Lo scandalo Lockheed fu un episodio grave, ma certamente piccolo, molto piccolo, se rapportato a ciò che sarebbe accaduto negli anni successivi. In fondo si trattava di una “tangentina” per l’acquisto di aerei. Una bazzecola rispetto alle “leggi ad personam” di berlusconiana memoria, ad una regolamentazione del sistema radiotelevisivo che favoriva una sola lobby privata (legge Mammì, 1991) per giungere poi alle frodi, alle concussioni, alla bancarotta fraudolenta. Pian piano le scuole di partito e il ruolo delle sezioni cominciò a impallidire, sostituito dapprima dai club di Forza Italia e più recentemente dai meet-up 5 Stelle. La politica diventò più aleatoria. E anziché formarsi nelle scuole di partito i giovani cominciarono ad indossare giacca e cravatta assumendo il ruolo di portaborse o di supporter. 

Silvio Berlusconi nel 2001 (foto Blasting News)

Cambiava qualcosa? Si tantissimo. Nel frattempo però pochi sembravano accorgersene e la vita politica cominciava a viaggiare su binari diversi, si introdusse il sistema maggioritario per poi ideare il Mattarellum, il Porcellum, l’Italicum che di fatto hanno privato del tutto gli italiani del diritto di voto e della possibilità di scegliere i propri rappresentanti. Continuiamo a chiamarla democrazia, in realtà essa non esiste più. Nel nostro paese comandano poche oligarchie.

Intanto il livello della nostra classe politica è sceso considerevolmente. Per affermarsi, conta essere fedeli ai capi, non avere capacità politiche ed essere votati dalla gente. Essere yesman conta più che essere amministratori bravi, competenti e preparati. Ciò che viene chiesto è solo un’alzata di mano per votare secondo indicazioni prestabilite. Null’altro.

La Camera dei Deputati a Palazzo Montecitorio (foto la Repubblica)

E allora non stupiamoci se tra i nostri parlamentari eletti abbiamo potuto annoverare Cicciolina, Razzi o Pozzolo! Qual è il meccanismo che porta a selezionare la classe dirigente, a scegliere i candidati, a eleggerli (anzi a cooptarli)?

Accade così che Giorgia Meloni si trovi alle prese con il “caso Pozzolo“, l’episodio del parlamentare di Fratelli d’Italia che nella notte di Capodanno ha ferito una persona con un proiettile esplodendo un colpo. È stato denunciato, ma ha cercato persino di nascondersi dietro l’immunità parlamentare per non consegnare i vestiti quando dovevano essere rilevate le tracce di polvere da sparo. Poi ci ha ripensato.

Giorgia Meloni, invece, non ci ha pensato due volte: il parlamentare viene espulso da Fratelli d’Italia. La leader cerca di mantenere il pugno duro e dirigista. Ottima scelta. Lei di problemi rischia di averne più di altri perché la sua destra ha una classe dirigente più nuova e più inesperta, per tanti quella del Governo è la prima esperienza. Meloni si è mossa bene e con decisione, senza attendere l’esito finale dei procedimenti giudiziari. Ma il problema resta…

Emanuele Pozzolo e Giorgia Meloni (foto Open)

Il tasso di inquinamento nei politici in Italia è molto alto. In Fratelli d’Italia come altrove. La magistratura, con i suoi tempi lunghi, spesso non basta ad arginare i fenomeni di corruzione o di cattiva amministrazione. Perché oggi i partiti sono altro e mirano solo a garantire spazi e consensi. Non a cercare di alzare il livello e la qualità dei nostri esponenti politici.

Ed allora ecco i Pozzolo. Che non è l’unico, purtroppo. Per fare rinascere la politica serve la coscienza civica dei cittadini che devono imparare ad essere protagonisti e a chiedere coerenza e competenza ai propri rappresentanti. Sembrano parole scontate. Non è così. La politica in una fase di degrado ha bisogno dei cittadini e di una ritrovata coscienza civile collettiva per riscoprire le ragioni del suo impegno.

Francesca Cabibbo, giornalista, laureata in Scienze Politiche, collabora con il Giornale di Sicilia, agenzia Ansa, Rai, i siti Siciliainternazionale e Lettera32, il mensile “Agrisicilia” il bimestrale Città nuova. Ha lavorato nelle emittenti televisive Telecittà Val d’Ippari, 20sicilia e Videouno. Ha insegnato lingua italiana a Malta. Vive a Comiso.

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