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Facendo seguito al suo primo articolo, l’arch. Salvatore Cascone entra più nel dettaglio tecnico dello sviluppo urbano del nostro territorio, facendo riferimento anche al caso Chiaramonte e dando un ulteriore contributo alla sezione ‘Chiaramonte 2030‘ del nostro blog. 

di Salvatore Cascone

Le politiche urbanistiche passate hanno consentito, come già accennato, un enorme consumo del suolo e grandi speculazioni edilizie a tutto svantaggio dei centri storici delle città, che man mano si sono svuotati o, peggio, modificati senza un briciolo di pianificazione.
Il concetto del ‘decentramento’ ha trasferito, dal cuore pulsante delle città scuole, residenze, uffici pubblici, intere zone commerciali, modificando, di fatto, le peculiarità stesse delle nostre città. Tutto ciò in ossequio a due princìpi cardine errati: edificazione nelle periferie e ‘mummificazione’ delle aree centrali delle città.
Ciò ha creato sperequazione, abbandono, depauperamento e degrado urbano. Mentre i ‘nuovi’ centri storici sono diventati i fantasmi della nostra storia urbanistica e sociale. Percorrere le loro strade deserte, i vicoli e le piazze, mette a contatto coi ricordi ma allontana dal presente. 

Ragusa ne è un esempio particolarmente emblematico, ma anche Chiaramonte non fa eccezione in tal senso. Negli anni ’80/’90 forse bisognava considerare altre alternative piuttosto che edificare verso diverse aree esterne, com’è avvenuto, con tutti i disagi urbanistici del caso.
Penso alle infrastrutture necessarie di collegamento, alla manutenzione delle stesse e alle spese aggiuntive necessarie per il trasporto pubblico.
E sarebbe un perseverare diabolico se si decidesse di continuare a trasferire altri servizi dal centro storico in periferia. Nella fattispecie, alcune proposte politiche come quella di costruire un nuovo edificio scolastico fuori dal centro urbano.

Lo scempio è stato compiuto, d’accodo, ora invece bisognerebbe porvi rimedio.
In tal senso è proprio di poche settimane fa la “nuova legge urbanistica” emanata dalla Regione Sicilia. La n. 19/2020 del 13 agosto (pubblicata nella Gazzetta del 21 agosto), che si propone il fine di una sacrosanta riduzione del consumo del suolo a tutto vantaggio della riqualificazione dei centri abitati.
Rispetto alle normative precedenti risulterà più difficoltoso costruire nelle aree destinate a verde agricolo. L’edificazione di carattere residenziale (e non), in queste aree, sarà consentita solo a chi svolge attività agricola per cui decade la possibilità, per un semplice proprietario terriero, di edificare a scopo abitativo.

Nei centri storici, di contro, sono previsti interventi di rigenerazione e riqualificazione urbana, previo un censimento degli immobili per stabilirne lo stato di conservazione.
Un centro storico vive della gente che lo abita e ri-abitarlo, di fatto, ri-vitalizza tutti i comparti delle città ridando nuova linfa alle comunità. 

Chiudo con un pensiero di Renzo Piano che racchiude il senso di quanto ho cercato di esprimere: ‘Dobbiamo smettere di costruire periferie. Ormai le nostre città sono piene di questi luoghi dove il centro non è più centro, e la campagna non è ancora campagna‘.

Per chi volesse leggere il primo articolo (link)

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