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di Vincenzo La Monica

Negli ultimi decenni le politiche degli Stati europei sulle migrazioni sono state quasi esclusivamente volte a bloccare o limitare l’accesso legale al territorio dell’Unione Europea. Non sono mancate, tuttavia, iniziative di singoli Stati membri finalizzate a garantire un accesso legale e sicuro in Europa, seppur molto limitate nei numeri. La principale iniziativa è quella dei Corridoi Umanitari che consentono in maniera legale e sicura ai rifugiati di lasciare i paesi di transito e trovare protezione in Europa.

I Corridoi sono gestiti e finanziati da soggetti privati (normalmente associazioni e organizzazioni religiose) che si recano presso i campi profughi e operano una difficile scelta delle persone da includere sulla base della loro condizione di vulnerabilità (malattia, disabilità, vissuti fortemente traumatici). Al termine delle procedure i rifugiati partono con un visto rilasciato dallo Stato di accoglienza attraverso un volo.

(foto ilsole24ore.com)

Tra il 2017 e il 2019 la Chiesa italiana si è impegnata ad accogliere, a sue spese, 500 persone provenienti dai campi profughi dell’Etiopia e di accoglierle in 45 diocesi con il compito di garantire un adeguato processo di integrazione ed inclusione nella società italiana. Le persone accolte, distribuite in piccoli numeri, sono state accolte in case indipendenti, parrocchie, famiglie secondo modalità e stili stabiliti da ciascuna diocesi.

Questa esperienza è stata osservata e studiata per quattro anni da Ilaria Schnyder e Benedetta Panchetti, ricercatrici dell’Università di Notre Dame negli Stati Uniti che si sono fatte accompagnare dai fotografi Max Hirzel e Marida Augusto. Quello studio è adesso diventata “Anatomia di un’accoglienza”, una mostra pronta a girare l’Italia e di cui ci si può fare un’idea visitando il sito humanlines.org

“Questa esposizione – ci dicono Hirzel ed Augusto – nasce da quattro anni di osservazione dell’esperienza dei Corridoi Umanitari gestiti da Caritas italiana. Abbiamo scelto di analizzare questo Corridoio per l’approccio di Caritas, che coinvolgeva direttamente i territori, agendo quindi su due livelli politici. Il primo si iscrive nel più ampio contesto delle politiche migratorie della UE. […] Il secondo livello riguarda i territori locali dove si concretizza l’accoglienza. Noi ci siamo concentrati proprio su questo livello che è comunque politico, perché si occupa dell’approccio di sussidiarietà, dal basso, andando a impattare sulla gestione e sui rapporti all’interno della polis. Ci siamo posti l’obiettivo ambizioso di tradurre la complessità emersa in 36 pannelli di immagini, testi e audio accessibili attraverso un QR code presente su ogni pannello. La nostra è stata una prospettiva esterna e indipendente, che vuole illuminare angoli, dettagli e zone d’ombra.”

Quello che emerge dalla mostra è che un’accoglienza così mirata alla persona e alle famiglie, ospitate in singole dimore, è paradossalmente più complicata di quella che vede grandi numeri di persone vivere in una stessa struttura. Ci si focalizza sull’individuo, ma ognuno è diverso.
“Quello che abbiamo visto – proseguono Hirzel e Augusto – è che questo tipo di accoglienza voleva coinvolgere i territori di appartenenza e renderli più solidali, ma il coinvolgimento di tanti attori pubblici e privati implicava una grande preparazione non solo umana, che non sempre i volontari sono stati in grado di gestire. Molto si è giocato sui dettagli e questo ci riconduce alle peculiarità di ogni territorio e alle scelte di ogni singola Caritas, alcune delle quali si sono rivelate più funzionali di altre.”

La mostra pone domande, senza emettere giudizi: cosa significa accompagnare all’autonomia? È giusto usare la parola integrazione? Si possono fare danni anche in buona fede? Qual è la giusta distanza nell’accoglienza? Cos’è il clash culturale? Come si gestisce la frustrazione per le mancate aspettative?

Tra le diocesi interessate alla ricerca anche quella di Ragusa che nel novembre 2017 fu la prima in Italia, tramite la Caritas, ad accogliere una famiglia somala. Il parere di Domenico Leggio, direttore della Caritas ragusana è tutto sommato positivo:
“L’obiettivo primario era di dare accoglienza alle persone che arrivano su questo territorio e dimostrare che si può giungere in Europa, avendone il diritto, senza dover affrontare rischiosi viaggi della speranza. L’attività dei nostri operatori e volontari ha consentito alle persone accolte di iniziare un percorso di integrazione che li ha visti crescere nelle amicizie e nelle conoscenze sul nostro territorio. Alcuni si sono formati, hanno trovato lavoro. Altri, anche per la complessità delle loro situazioni di vita, si sono adagiati, vivendo un po’ come dei pesci fuor d’acqua. Nel periodo di accoglienza previsto il gruppo iniziale di 15 persone si è arricchito di nuove nascite, con 2 bimbi nati in Italia. Alla scadenza dei 12 mesi previsti dal protocollo molti di loro hanno scelto di reinventarsi l’esistenza in uno scenario europeo sia per il lavoro che l’acquisizione della lingua. Credo che la scelta di lasciare l’Italia testimoni proprio il raggiungimento di un’autonomia…”

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