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di Loredana Papotto

Creatura di sabbia, scritto in lingua francese dallo scrittore marocchino Tahar Ben Jallun nel 1985, è la storia apparentemente semplice di un padre che agognava talmente tanto la nascita di un erede maschio, dopo la nascita di ben sette femmine, da dichiarare e allevare come un maschio l’ottava sorella nata: Mohamed Ahmed.

In un contesto in cui “essere donna è una menomazione naturale” ed “essere uomo è un’illusione e una violenza che giustificano e privilegiano qualsiasi cosa” la protagonista afferma la propria falsa virilità fasciando i seni, lasciando crescere “la barba mal rasata” e modificando la voce fino a perdersi nella solitudine e nel martirio del proprio corpo. Finzione dentro la finzione, Mohamed Ahmed si appropria dello status maschile a tal punto da chiedere in moglie la cugina malata.

Tahar Ben Jallun (foto Wikipedia)

Il racconto si svilupperà lungo sette sedute vespertine, sette sono le porte della città attraversando le quali ci si illude di trovare la chiave di lettura, sette sono le sorelle e sette è il numero che esprime completezza, totalità e perfezione, simbolicamente presente sia nella religione cristiana che in quella musulmana!

La trama semplice nasconde, rivela, ed esibisce, pagina dopo pagina, un intreccio complesso reso magistralmente più intenso dalla presenza nel racconto di una pluralità di narratori: l’io narrante Mohamed Ahmed-Zahra, il cantastorie, il narratore onnisciente, portatori ciascuno di una verità che appare e svanisce continuamente, inafferrabile come la sabbia tra le dita. La verità non ha fattezze definite, muta forma, si adatta alle voci narrative mutando pagina dopo pagina il registro letterario, adattando il linguaggio ai differenti narratori: ora il linguaggio è raffinato, sofisticato, ora volgare e sboccato. Atmosfere da mille e una notte, il piacere puro, sensuale della narrazione fine a se stessa.

La storia narrativa non ha una fine, la storia è circolare, si annoda su se stessa, principio e fine della narrazione stessa, in un gioco di rifrazione infinito. Si rimane disorientati dalla scrittura imprevedibile, ellittica, a tratti fantasmagorica, e il lettore cerca di tornare indietro nel testo alla ricerca del bandolo della matassa smarrito, perduto nei labirinti della narrazione.

L’autore gioca con la lingua e il riferimento a Borges con il bibliotecario cieco fa parte di questo gioco in cui il lettore rischia di essere sopraffatto dalla narrazione dentro la narrazione, dai molteplici punti di vista che si alternano rapidi in un caleidoscopio di immagini tra sogno e realtà. Ci si perde e ci si ritrova così come la protagonista consapevole martire del proprio corpo che inizia il viaggio di ritorno verso il recupero della propria identità negata fino alla riappropriazione del sé, della propria identità femminile. “Non si ritorna mai da così lontano come da se stessi” scrive il narratore onnisciente. La verità si frantuma come l’io narrante di Zahra-Mohamed Ahmed, nel gioco delle parti, ognuno di noi inganna ed è ingannato, la protagonista inizia così la metamorfosi della sua dualità.

Durante l’incontro del nostro gruppo di lettura di fine marzo (è piaciuto quasi a tutti), il testo ci ha fatto parlare tanto del sé: fonte inesauribile di spunti e riflessioni, matrioska della narrazione. Ma non ci si illuda che il libro sia tutto qui, in questa breve recensione, è molto altro e ancora di più. Tanto da indurre ad affermare a diversi componenti del gruppo: “lo devo rileggere”, per entrare ancora e ancora una volta nel gioco di specchi che è la nostra identità. ”Essere, semplicemente essere, è una sfida…”.

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