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di Vito Castagna 

I CANTO (parte seconda)

«Abbi pietà di me!» gli gridai. «Aiutami! Qualunque essere tu sia, spirito o uomo». Mi meravigliai delle mie stesse parole; gliele avevo sputate addosso con foga.

Impassibile, non venne scalfito dal terrore che mi balenava negli occhi. Mi rispose lentamente, come se da tempo immemore non avesse proferito parola. «Sono stato un uomo in passato, nacqui a Mantova al tempo di Cesare e vissi a Roma sotto il buon Augusto, quando si veneravano i falsi idoli nel ventre dei templi umidi e oscuri, incensandoli per non sentire il puzzo delle loro menzogne».

Stremato, prese fiato forzando la mascella stanca, poi ricominciò a parlare muovendo la lingua più velocemente. «Scrissi molto, tanto da essere chiamato poeta. Narrai la storia del pio Enea, figlio di Anchise, che scampò alle fiamme di Troia». I suoi occhi, che si erano persi nel dedalo dei ricordi, si posarono su di me come non avevano fatto prima. «Perché ritorni nella selva? Perché non ti inerpichi sul bianco monte? Il Paradiso terrestre ti attende sulla sua vetta».

Lo ascoltai incredulo. Quell’anima non poteva che essere di Virgilio e il cuore mi esplose di gioia. Mi vergognai di non aver saputo riconoscere prima le sue fattezze. Gli afferrai la mano e la percepii gelida, attanagliata di una morte che il sangue delle mie vene non avrebbe potuto riscaldare.

Gli dissi: «Tu sei il mio maestro, a te solo mi sono ispirato». Nel frattempo, la iena e il leone, intimoriti dalla presenza dello spirito, si fermarono ad osservare la scena. La lupa, invece, avanzava verso di noi ringhiando e la sua bava schiumosa gocciolava sui sassi. La indicai atterrito: «Sono tornato indietro a causa di quella bestia; aiutami! Non potrò resisterle!».

Virgilio svincolò la mano dalla mia stretta. Ormai libero di poter parlare, mi disse: «Se vuoi sopravvivere dovrai prendere un’altra strada. La lupa non ti lascerà ascendere al monte; la sua cupidigia ti divorerà e la tua carcassa non potrà saziarla. Ella si accoppierà con altri animali, il peccato genererà altro peccato, ma verrà il giorno che un cane da caccia affonderà i denti aguzzi nel suo collo e in tutta l’Italia, per i quali morirono di ferite Camilla, Eurialo, Turno e Niso, verrà salvata dalla conoscenza, dall’amore e dalla virtù».

Dopo aver detto queste parole, cominciò a camminare con passo svelto costeggiando la foresta. «Sarò la tua guida e ti condurrò nei luoghi dove udirai le grida disperate dei dannati, condannati alla morte eterna, e vedrai coloro che gioiscono avvolti tra le fiamme, perché quel dolore gli permetterà di raggiungere il Paradiso. Non potrò guidarti in quest’ultimo posto ma ti affiderò ad un’anima più degna di me».

Gli venni dietro chiedendomi a chi potesse riferirsi. La lupa si era ricongiunta con le altre due bestie. I tre si accucciarono sui sassi alle pendici del monte, come dei banditi in attesa del pellegrino indifeso. Virgilio riprese a parlare senza guardarmi: «Dio non mi permetterà di condurti a lui perché non conobbi la sua Verità. Beato colui che può raggiungere il trono dal quale egli regna!».

Balbettando, risposi: «Lo ringrazio per averti mandato a salvarmi. Ti seguirò ovunque».
Il sole era ormai alto nel cielo e non proiettavamo più alcuna ombra. Quando entrammo in un crepaccio, mi voltai ancora una volta indietro. Le tre bestie non ci avevano seguito.

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