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Lino di Tommaso

La guerra fa schifo”. Io mi ritengo fortunato ad avere interrotto una tragica serie “dispersi in guerra”, ovvero morti, appartenenti alla famiglia Di Tommaso.

Ma procediamo con ordine e iniziamo questo altro racconto riguardante la mia famiglia, evitando di parlare delle guerre Ottocentesche e concentriamoci su quelle che hanno insanguinato il Novecento.

Quando il capitano Salvatore Todaro, interpretato nel film “Comandante” dal bravissimo Pierluigi Favino, indicando il sommergibile della Regia Marina Italiana “Cappellini” dice ai suoi marinai che stanno per imbarcarsi: “Saliamo su una bara da dove non usciremo vivi”, il mio pensiero è andato a mio zio Gaspare.

Una scena di “Comandante” di Edoardo De Angelis (2023), con Pierfrancesco Favino (foto Officinema feltre)

Gaspare Di Tommaso, classe 1920, non l’ho mai conosciuto perché il 30 gennaio del 1942 il sommergibile, “Medusa” dove prestava servizio fu affondato dal quarto siluro lanciato dal sottomarino britannico “Horn”. Tre siluri furono evitati grazie a manovre evasive messe in atto dal comandante del Medusa, il capitano di corvetta Enrico Bertarelli. il quarto centrò in pieno lo scafo italiano nelle vicinanze dell’isola di Fernera nell’alto Adriatico. Il corpo di mio zio non fu mai ritrovato perché l’esplosione che squarciò il Medusa avvenne nella parte centrale dello scafo, dove il sottocapo Gaspare  Di Tommaso prestava servizio.

La Regia Marina italiana lo dichiarò disperso e sua madre, mia nonna Carmela, sperò per anni che si fosse salvato e che un giorno potesse bussare alla sua porta. Per avvalorare questa sua opinione non uscì più di casa onde evitare che il figlio non la trovasse. Si vestì di nero, per il lutto, solo dopo che il Ministero della Difesa dichiarò ufficialmente morto suo figlio.

Il sommergibile “Medusa” nel cantiere di Monfalcone, 10 dicembre 1931

A mio padre che serviva la Patria presso l’aeroporto di Sciacca, venne comunicato solo che suo fratello minore era disperso e che non si avevano più sue notizie. Questo particolare deve avere colpito in qualche modo anche lui perché non mi ha mai parlato di mio zio se non per dirmi che era un nuotatore eccezionale e che non c’erano anfratti delle scogliere e dei fondali nei pressi di Siracusa che lui non conoscesse.

A dire la verità la definizione “Disperso in guerra” non era una novità nella mia famiglia, anzi era vissuta con qualche apprensione per un altro precedente.

All’interno del Pantheon di Siracusa c’è una lapide che ricorda Gaspare Di Tommaso caduto per la Patria nella battaglia dell’Isonzo durante la Grande Guerra. Si tratta del fratello di mio nonno Pasquale, zio di Gaspare disperso nella Seconda guerra mondiale. Una cannonata austriaca, raccontano le cronache, centrò il suo reparto e non essendosi trovato il corpo fu dichiarato: “Disperso in guerra”. Successivamente alla famiglia fu comunicato che le testimonianze raccolte lo davano per morto.

Il Pantheon dei Caduti a Siracusa o Chiesa di San Tommaso, presso Piazza Pantheon

Per ricapitolare: mio nonno perse il fratello Gaspare nella guerra del 15-18, così dette quel nome al suo secondogenito, anche lui tragicamente scomparso come lo zio a soli 22 anni. Mio padre Natalino, le sue sorelle e soprattutto i miei nonni, e non facevano mistero di volere chiamare il futuro nascituro Gaspare Di Tommaso, per obbligo morale nei confronti di questi due giovani caduti prematuramente per la patria.

Mia madre, incinta, taceva, ma non era convinta che si trattasse di una buona idea; penso non fosse scaramantica, ma non voleva sfidare il fato. Ironia della sorte nacquero per prime le mie due sorelle, così tutta la famiglia aspettava con ansia la nascita del terzogenito. Venni fuori io, completamente inconsapevole del dramma che viveva la mia famiglia sul nome che mi avrebbe segnato la vita, ma nel caos che susseguì la mia nascita ci fu un capovolgimento di intenzioni. Il nome Gaspare venne messo da parte con grande felicità di mia madre e con non poche doglianze dei nonni.

La flotta della Regia Marina in azione, durante la Seconda Guerra Mondiale (foto Ocean for Future)

Da ragazzino della vicenda ho parlato con mia madre che ripeteva: “Perché sfidare la sorte? La guerra, io l’ho vissuta, è terribile; dei giovani muoiono lasciando grossi vuoti nei familiari che restano e che li piangeranno per tutta la vita. Se cambiare un nome può essere di augurio per allontanare un pensiero così catastrofico come quello della guerra, penso di essere stata fortunata nel darti un nome che non ricordi la morte”.

E io ne sono felicissimo.

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