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In occasione del quarantesimo anniversario della morte di don Vincenzo Rabito, famoso scrittore chiaramontano suo malgrado (‘inafabeto’ come lui stesso si definiva) e inconsapevole testimone-narratore della grande storia del ‘900, il nostro blog è lieto di pubblicare un originale articolo a firma del prof. Saverio Senni, studioso della materia da diversi anni.

di Saverio Senni

Qualche tempo fa, nel mezzo del cammin della mia gita, mi ritrovai in una erta e fitta Pineta.
Ero partito dal cimitero di Chiaramonte Gulfi, non lontano dal Santuario della Madonna delle Grazie da dove mi sono poi addentrato nel bosco di pini. Presto smarrii l’orientamento e mi trovai a vagare senza meta quando vidi in terra un foglio e poi un altro e un altro ancora.

Chiaramonte e la sua pineta

Erano scritti fitti fitti a macchina, in una lingua che non riuscivo bene a comprendere. Li raccolsi e proseguendo arrivai in una radura dove vidi un uomo, molto anziano, seduto su un masso di roccia, chiara quasi bianca. Stava lì, da solo, con accanto la macchina da scrivere.
“Sono io” disse, indicando i fogli che avevo in mano.
“Sono suoi, questi fogli?” feci io.
“Non proprio: sono io quei fogli” rispose, soffermandosi sul ‘io’.
Vedendomi interdetto aggiunse: “Quei fogli sono la mia vita, sono io”.

Una pagina del memoriale di don Vincenzo

Capii allora chi fosse. “Lei è Vincenzo Rabito, l’autore di Terra matta!”.
“Sono io, chilassa 31 marzo 1899” rispose.
“Dovevo immaginarlo – aggiunsi – con quei punti e virgola messi dopo ogni parola. Sei diventato famoso anche per questo, lo sai?”

Decido di dargli del tu, per il rapporto intimo e profondo che da anni ho intrecciato, prima con ‘Terra matta’, poi con i figli Salvatore e Gaetano, incontrati a Chiaramonte, e da ultimo con Giovanni, il figlio più giovane, che ha voluto condividere con me la trascrizione del secondo memoriale del padre, ancora inedito.

Vincenzo Rabito

“Sì lo so – annuisce lui – ma non ho mai capito perché siete rimasti così colpiti dalla punteggiatura. Non credo che sia un aspetto così interessante, rispetto al contenuto del testo, voglio dire.”

Così gli racconto che eminenti linguisti si sono scervellati per capire il motivo di questa punteggiatura ipertrofica, digitata alla fine di ogni parola. C’è stato addirittura chi ha notato, suggestivamente, come richiami alcuni linguaggi di programmazione informatica venuti decenni dopo la sua morte, avvenuta il 18 febbraio del 1981. Come ad esempio il Linguaggio C, nel quale il segno del punto e virgola, sta a significare, appunto, il termine di un’espressione o di una dichiarazione.

“Non conosco questi linguaggi” chiosa. “Il punto e virgola serviva a me, a guidarmi nel passaggio da una parola orale, in cui la punteggiatura non esiste, a quella scritta che non ho potuto mai studiare”. Gli faccio notare che Hemingway, anche lui “chilassa” 1899, e come Vincenzo straordinario narratore della Grande Guerra, si era rifiutato perentoriamente di usare il semicolon, il punto e virgola detto all’inglese.

In realtà la questione della punteggiatura nei dattiloscritti di Rabito non mi aveva appassionato quanto la sua incredibile capacità di memoria, di aver saputo descrivere con estremo dettaglio persone, situazioni, date, finanche sentimenti. Gli chiesi come poteva ricordare tutto così bene.

Ernest Hemingway

“Avevo un mio metodo” mi spiegò. “Quello che mi accadeva me lo scrivevo nel cervello, come fosse un quaderno di appunti. L’ho scritto che facevo così, forse nel primo memoriale, quello conservato all’Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano, oppure nel secondo, che conservano i miei figli. Non ricordo bene. Vedi? Qualche colpo lo sto perdendo anch’io!”

“Va bene, ma come si fa a ricordare tutto il cibo che, nel 1943, ti portasti via dalla casa della signora Angela per metterlo in una valigia, episodio raccontato in ‘Terra matta’: 15 chile di fave belle bianche cucivile e ciapute, poi 8 chile di linticci e 10 chila di pane di massaria, tutto fatto dalla signora Angela, 6 chila di un buono formaggio e 5 chile di lenticce e um bel pezzo di ventrisca e salame e 4 pezze di recotta salata e tante altre cose che mi avevano recalato tutte.” (pag. 297).

Vincenzo soldato (il secondo da destra) in partenza per l’Africa orientale negli anni ’30

“Il cibo che mettemmo in quella valigia me lo ricordo bene” precisa. “Era quello che mangiavamo in quei tempi, non c’era molto altro. Sulle quantità potrei essermi sbagliato di poco, anche perché certo non lo pesai prima”.

Era contento di come conoscevo bene Terra matta. Gli raccontai del reading teatrale sui Ragazzi del ‘99 tratto da quel testo, che con Aldo Milea, in occasione del Centenario della Grande Guerra, abbiamo presentato in varie città italiane.

Reading teatrale di Aldo Milea sui Ragazzi del ‘99, tratto da ‘Terra Matta’, in occasione del Centenario della Grande Guerra.

Continuammo a lungo a parlare, della guerra, della ‘sua’ Africa, del fascismo e della pandemia (lui ha vissuto la Spagnola nel 1918 quando tornò in licenza a casa). Di una vita in cui, come ha scritto in Terra matta, “il monto era contrario amme” (pag. 182), come chi si trova a remare sempre controcorrente.
Ricordo che il crepuscolo della sera avanzava. Vedendomi preoccupato per il rientro in tempo in paese Vincenzo mi indica il percorso più rapido per uscire dalla Pineta che stava diventando davvero una selva oscura.

‘La pineta stava diventando davvero una selva oscura…’

Ci salutiamo abbracciandoci. Un brivido mi attraversò in quel momento.
Il sole era tramontato da un po’, quando uscii dal bosco a riveder le stelle. Ma, come ha scritto Vincenzo: “…o’ quardato l’ario ed era scoperto e uno bello luce di luna cera e nella sdrada non passava nesuno…”.

Arrivato a casa, riprendo in mano ‘Terra matta’. Ne tengo sempre una copia sul tavolino vicino al letto. Ormai dopo tante letture lo apro a caso, leggendo quello che capita e trovandone conforto in momenti meno facili della mia vita. Se ce l’ha fatta don Vincenzo in quella situazione, mi dico, cosa vuoi che siano le mie difficoltà. Qualcuno potrebbe definire questa lettura una terapia. Forse sì, o forse anche una ‘terra pia’, prendendo a prestito il modo di scrivere di Rabito.

La foto di copertina di ‘Terra Matta’ (Einaudi, 2007)

Paola Gallo, responsabile della narrativa italiana di Einaudi, ha parlato di questo testo come di un capolavoro: ‘la cosa più simile all’Odissea che io abbia mai letto’. E lei di libri se ne intende assai.
Vincenzo Rabito, dunque, come un moderno Omero? Credo proprio di sì. Un testimone di quel profilo odisseico che in fondo è presente nella vita di ciascun essere umano. Nessuno escluso.

Paola Gallo e una statua del grande poeta Omero

Il lettore di Terra matta in una certa misura si rispecchia, come semplice essere umano, in quella vita. Le peripezie sono personali, ognuno ha le sue e quelle di Vincenzo sono state del tutto originali, sebbene non certo uniche. Ma il suo racconto, è sì il racconto della sua vita, ma è anche il racconto “della” vita. Continuamente oscillante tra inferno e paradiso, come più volte sottolinea Rabito. E incontrarlo così, inaspettatamente nella Pineta di Chiaramonte, è stato per me un momento di paradiso.

Saverio Senni (a centro) in compagnia dei fratelli Salvatore e Gaetano Rabito nello storico Ristorante Majore

Saverio Senni è nato a Roma nel 1957. Dal 1992 vive in provincia di Viterbo e insegna Economia agraria e Sviluppo Rurale all’Università della Tuscia. La lettura di Terra Matta lo ha emozionato e stregato a tal punto da non riuscire più a leggere altro, se non con grande fatica. Recentemente ha affiancato Giovanni Rabito nel lungo lavoro di trascrizione del secondo memoriale del padre affinché possa essere anch’esso un giorno pubblicato.

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