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di Giuseppe Barone

C’era una volta la Camera di Commercio. Non sempre ha funzionato al meglio, anzi è stata accusata spesso di essere una struttura autoreferenziale che ha garantito lucrosi emolumenti ai propri dirigenti, di essere stata anche permeabile a nomine politiche, di non avere avuto quel ruolo propulsivo per le imprese previsto dal suo stesso statuto. Si tratta di accuse largamente ingiustificate. La verità è ben altra. Da quasi un secolo l’ente di Piazza Libertà ha rappresentato l’istituzione più vicina all’economia del territorio, un vero e proprio “municipio delle imprese” al servizio delle attività produttive.

L’edificio della Camera di Commercio di Ragusa nel ventennio fascista, quando era la Camera delle Corporazioni

Mostre aziendali, convegni tematici, esposizioni e fiere, assistenza giuridica e fiscale alle aziende, internazionalizzazione, politiche di marketing e di tipicizzazione dei prodotti: la Camera ha accompagnato lo sviluppo agricolo, industriale e terziario dell’area iblea, promuovendo i caratteri originali del “modello Ragusa”, basato su un tessuto virtuoso di piccole e medie imprese, come ho avuto modo di sottolineare qualche anno addietro (2015) in un volume edito da Unioncamere da me curato.

Poi hanno cominciato a litigare per le “poltrone”: i rappresentanti veri e presunti di artigiani, agricoltori, commercianti, imprenditori, esponenti sindacali, per faide interne sono riusciti a distruggere l’immagine stessa della Camera. Finché una malaugurata legge nazionale ha disarticolato il sistema camerale italiano , “regalando” all’ente di Ragusa un assurdo accorpamento con la Camcom di Catania. Abbiamo così perduto un pezzo della nostra identità, senza che nessuno abbia alzato un dito per chiedere ragione o protestare. Anzi alcuni notabili di mezza tacca ed amministratori locali hanno favorito lo scempio istituzionale per guadagnarci qualche incarico di sottogoverno. E la brutta storia continua ancora oggi con l’ ulteriore accorpamento con Trapani. Misteri della geografia e della politica!

(foto ragusaoggi.it)

C’era una volta l’Area di sviluppo industriale. Quante speranze , quante energie mobilitate per l’industrializzazione della Provincia dopo la legge 634 del 1957! Quì le lotte di campanile sono state però acerrime, per spartirsi i fondi pubblici destinati ai tre Nuclei di Ragusa, Modica e più tardi Vittoria. Ovviamente il capoluogo ha fatto la parte del leone, l’area Modica-Pozzallo ha dovuto attendere tempi biblici, l’Asi e’ stata presto occupata dai partiti e dalle loro clientele, e nel 2010 l’ incapacità delle Amministrazioni comunali di eleggere gli organismi dirigenti ha portato al commissariamento dell’ente.

Nel 2011 Confindustria si e’ sfilata da una gestione poco trasparente delle Asi siciliane , mentre nel 2012 la Regione ha istituito per legge l’Irsap (Istituto regionale per le le attività produttive), di cui anche l’Asi iblea è diventata appendice periferica. Non mi soffermo sulle vicende interne all’ente per carità di patria. Oggi le sterpaglie fanno bella mostra nei lotti abbandonati dei Nuclei in attesa dei finanziamenti promessi e arrivati col contagocce. Soprattutto l’Irsap non è più riuscito ad esprimere una progettualità delle forze produttive locali e si è adagiato nella pigra rendita di posizione di un ente regionale burocratico . Un’altra realtà lasciata a metà e senza un futuro plausibile.

C’era una volta la Provincia. In altri tempi non ho mancato di esprimere giudizi molto critici su questo ente, che non ha interpretato al meglio le aspettative delle città circa un sistema di sviluppo diffuso, preferendo concentrare sul capoluogo o distribuendo male le già scarse risorse, in parte dirottate verso sagre e feste paesane. Nell’ultimo mezzo secolo Presidenti, Giunte e Consigli di viale del Fante non sono riusciti a dotare il territorio delle indispensabili infrastrutture, collocando l’area iblea al penultimo posto a livello nazionale per viabilità.

Il palazzo della Provincia di Ragusa

Eppure di Provincia si sente più che mai il bisogno. Manca oggi la cabina di regia , il livello intermedio della programmazione e della “governance”, che un’ ottusa legislazione nazionale e regionale ha sacrificato all’altare di un’ipotetica “spending review”. La decisione di abolire le Province e poi di tenerle in piedi ma svuotate di risorse e di poteri è stata un’ altra scelta scellerata del Parlamento italiano.

Diciamolo con franchezza: andrebbero ridimensionate piuttosto la Regione e le sue incompetenti burocrazie, invece di ridurre le strutture amministrative intermedie come le Province. La proposta di sostituirle con i nuovi Liberi Consorzi sarebbe stata interessante, ma una pessima legge regionale del governo Crocetta ha trasformato un’opportunità in farsa politica e così tutto è naufragato: un gran rumore per nulla! Crolla così un altro pezzo del “modello Ragusa”.

(Immagine inchiestasicilia.com)

C’erano una volta le imprese. E quì davvero il discorso diventerebbe troppo lungo. Mi impegno sin da ora a ritornarci. Ma è a tutti evidente che l’originale sistema delle piccole e medie imprese, vanto del territorio ibleo, nell’ ultimo quindicennio è andato in frantumi sotto i colpi della crisi economica e di una disordinata globalizzazione che ha scompaginato storie e culture d’ impresa. L’agricoltura della “fascia trasformata” abbandonata alla concorrenza selvaggia dei paesi mediterranei, la mancata ristrutturazione delle aziende industriali, la scomparsa o il semifallimento delle banche locali, la fine ingloriosa dei patti territoriali e della programmazione negoziata hanno ridimensionato le speranze di un “modello Ragusa” basato sulla diffusione “orizzontale” e su una rete di imprese “glocali”, aperte all’innovazione ma con salde radici nella tradizione. Almeno per il momento, un poker di sfide perdute.

(foto Giorgio Colosi)

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