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di Roberto Lo Guzzo

Dicevamo, nel primo articolo, che nella cultura popolare il “fuddittu” è una figura demoniaca, e solo in senso lato sta per “vento vorticoso”. Altrove si ha la voce “marzamureddu”, a cui rimanda il vocabolario siciliano etimologico di Michele Pasqualino. Il Pitrè nel suo saggio sui costumi siciliani dedica un intero capitolo al “dragone”, a proposito del quale scrive “specie di procella che formasi da un turbine a foggia di colonna dal mare fino alle nuvole”, e in un altro luogo “nuvola nera in forma di coda”.

Giuseppe Pitrè (1841-1916). Può essere considerato come il fondatore della scienza folkloristica in Italia

Pubblica inoltre alcuni scongiuri, in voga perlopiù tra i marinai, per allontanare questa minaccia. Tali scongiuri erano noti anche a Modica, come testimonia, tra gli altri, un articolo di Carmela Giannì apparso in rete. La giornalista pone l’accento sul rituale che accompagnava la giaculatoria recitata alla bisogna dalla madre, nella fattispecie il gesto della mano destra che simula una forbice per dare efficacia plastica alle parole “spàcchila mm’ienzu”.

“Diu uomu, Diu fici uomu
Diu ci ni scanzi ro lampu e ro truonu.
Sùsiti Angilu, nun nurmìri
tri nùvili vitti vinìri:
una ri acqua, una ri vientu,
una ri cura ri draunàra.
Pìgghila, spàcchila nm’ienzu
e abbièlla nta na cava scura,
unni nun ci canta nghiaddu,
unni nun ci luci luna,
unni nun’ci àbbita nissùna criatùra”.

Modica nel XIX sec.

L’invocazione, che richiama quella della tradizione messinese “Sant’Ancilu nun durmìri” edita dal Pitrè, era rivolta a San Michele Arcangelo, ovvero a colui che “lotta con i suoi angeli contro il drago”(Ap. 12, 7). Dunque la cultura popolare conserva il ricordo di questi fenomeni atmosferici estremi, senza però distinguere tra tornado mesociclonici, quelli cioè legati ad una struttura temporalesca rotante o “supercella”, e i cosiddetti “landspout”, meno violenti e in quanto tali più simili alle trombe marine (waterspout).

Lo schema di formazione di una “supercella” (immagine da ilmeteo.net)

E dal gergo marinaresco, particolarmente dalla provincia di Messina, paiono giungere gli scongiuri e lo stesso rito del “taglio” della coda. Se i fatti a cui si riferiscono questi termini non sono entrati nei libri di storia è solo perché le trombe d’aria, le tempeste e perfino gli uragani, sono risultati alla lunga meno catastrofici rispetto ad altre calamità. E così, in un’area che è stata costantemente funestata da terremoti, alluvioni, epidemie, la memoria di questi eventi atmosferici “minori” è andata quasi perduta.

Una tromba marina (foto di Xemenendura da Wikipedia)

Risulta perciò soprendente ritrovare notizie relative ad una qualsivoglia tromba d’aria andando a ritroso nel tempo. Eppure, nel saggio scritto a quattro mani da Lancetta e Stoppani (Passeggiate nei dintorni di Modica) si fa riferimento ad una tromba che avrebbe investito Pozzallo nell’autunno del 1882: “contemplavamo un gigantesco carrubo che, rovesciato sul terreno, colle radiche poste allo scoperto, era stato vittima di qualche terribile colpo di vento”. La tromba si sarebbe originata, secondo il racconto di un testimone del luogo, dal mare per abbattersi in seguito sulla terrarferma: “una dragonara che venne fuori dal mare l’ha colpito […] il diavolo ci fu […] gli alberi volavano per aria come mosche”. Ancora più sconvolgente la notizia, rinvenuta sul Journal officiel de la République française dell’8 novembre 1872, relativa a un ‘uragano’ abbattutosi su Modica il precedente 24 ottobre. Si tratta di un resoconto piuttosto dettagliato, redatto da un anonimo corrispondente locale, testimone oculare dei fatti, nonché docente presso l’Istituto Tecnico di Modica.

Saggio di Lancetta e Stoppani in cui si fa riferimento ad una tromba d’aria che avrebbe investito Pozzallo nell’autunno del 1882

L’area interessata dal ciclone, oltre a Modica e al suo territorio, fu quella di Palazzolo Acreide, dove si registrarono danni più rilevanti, come ad esempio la distruzione del nuovissimo teatro. Le vittime, secondo il rapporto ufficiale della Luogotenenza dei Carabinieri, furono 21 nel distretto di Modica e circa un centinaio nel distretto di Noto.

Panorama di Palazzolo Acreide (XIX sec.)

Il corrispondente da Modica, non sa come chiamare questo fenomeno atmosferico: “la parola turbine è troppo vaga e quella di tromba ha un senso troppo limitato”. E ciò perché con ogni probabilità non si trattò né di un turbine (fuddittu) né di una semplice tromba d’aria (cura ri draunara). “Comunque la si voglia chiamare – taglia corto – alle 9 di sera del 24 ottobre, la città visse un momento terribile: le tegole volavano dai tetti, le porte e le finestre scricchiolavano sui cardini; una capanna che si trovava lungo la strada principale fu sollevata e sbattuta contro il muro. I lampioni si spensero, alcuni pali in ghisa che li sostenevano caddero. I vetri delle finestre andarono ovunque in frantumi”. Le campagne furono maggiormente colpite: “dei grandi alberi di carrubo furono contorti, sradicati, fatti a pezzi […] le pietre rotolarono, la terra fu gettata in virtù della forza centrifuga contro i muri a secco, al punto da far credere che fossero stati cementati”.

Un grosso albero d’ulivo sdradicato da una tromba d’aria

Nella Cava Fazio una casa fu rasa completamente al suolo: sotto le macerie furono recuperati 9 corpi. La casa “Cristidda” in contrada Rassabìa andò distrutta e al suo interno furono ritrovati 8 cadaveri, nonché le carcasse di una quarantina di pecore e di due muli. Nelle case vicine furono recuperati altri corpi, sicché il totale delle vittime fu stimato alla fine in 31.

Al di là delle incongruenze sul numero delle vittime (a Palazzolo furono 32, e non un centinaio, come ha ribadito recentemente in un suo articolo Nello Blancato), e perfino sul giorno del disastro, dalla descrizione dettagliata del fenomeno, nonché dei suoi drammatici effetti, si potrebbe valutare lo stesso come un tornado mesociclonico EF3.

Cava Fazio a Modica

Un altro “uragano” si era abbattuto su Modica in data 2 gennaio 1830. L’episodio, riportato dalla Gazzetta Privilegiata di Milano del 20 febbraio, riguardò soprattutto il comune di Scicli, dove esondarono i torrenti: “effetti non meno funesti produsse l’uragano nella comune di Modica. I guasti cagionati alle fabbriche ed alle campagne sono importanti”.

In questo caso tuttavia il racconto degli effetti prodotti fa pensare più ad una pioggia copiosa che ad un tornado in senso stretto. Del resto, anche nel caso delle disastrose e più note alluvioni di Modica del 10 ottobre 1833 e del 26 settembre 1902, si parlò impropriamente di uragano, e di ciclone.

Questi episodi, in primo luogo l’uragano del 24 ottobre 1872, sfuggiti a quanti si sono occupati di sventure cittadine, meriterebbero di essere approfonditi, o almeno ricordati insieme ai tanti eventi disastrosi che hanno caratterizzato la storia della città di Modica, e dai quali questa “melagrana spaccata”, subissata, colpita, è sempre rinata più forte e più bella, qualificandosi pertanto come città resiliente.

Alcune notizie dell’uragano del 24 ottobre 1872 di Modica furono riportate in un quotidiano francese

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