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di Vito Castagna

Antonio si svegliò colpito dai raggi del sole che si insinuavano da uno sportello. Dopo essersi imbarcato a Chio, si dirigeva a Costantinopoli con una galea veneziana. Salì sul ponte e un marinaio dalmata lo salutò con reverenza, poi riprese a giocare a dadi con un mozzo dal naso tumefatto per la rissa della notte precedente. Si sporse sul parapetto e osservò la costa frastagliata della Grecia, gli scogli sui quali Saffo si gettò divenendo schiuma d’onda e le radure dove i satiri si accoppiavano con le baccanti.
Istanbul era solo la prima tappa del suo viaggio e la raggiunse di notte, velata da una nebbia spessa che gli bagnava i capelli. La città lo accolse tra le sue grasse braccia cullandolo con i suoi aromi e con gli schiocchi di lingua dei suoi abitanti. Si recò alla dogana che era posta all’entrata del bazar, ma il suo lavoro di giornalista insospettì le guardie a cavallo. Il sultano non avrebbe tollerato voci contrarie alla sua politica di islamizzazione dello stato e alla trasformazione di musei in moschee.
Antonio fuggì con gli sbirri alle calcagna, corse per ampi viali pieni di auto fumanti, poi trovò una biga e vi salì poco prima che il gendarme gli afferrasse un lembo della toga. I due cavalli partirono al galoppo e quello cadde dal destriero facendo un gran tonfo di ferraglia. La biga spiccò il volo e si diresse verso Oriente. Antonio sorvolò le terre dei Galati, il regno dell’Ilkhan di Persia costellato di pozzi di petrolio, le vette dove i centauri combattevano coi lapiti, le grotte dove le amazzoni si mutilavano il seno destro per scoccare le loro frecce.
Atterrato su una torre di lapislazzuli, incontrò tredici Magi che interrogavano un cielo violaceo. Questi, senza guardarlo, gli dissero di percorrere una strada lastricata di topazi calcata dai centimani, di continuare verso i pascoli dei giganti e le coste dove uomini anfibi si cospargevano di catrame. Solo allora avrebbe raggiunto le vette dove gli areofagi, ricoperti di bende, veneravano un Budda di giada.
«Antonio è pronto, devi mangiare» gli disse la moglie, che aveva sistemato la cena sul letto.
L’uomo rinsavì e la via andò perduta. La donna lo alzò muovendo la manovella del letto. Ma, in fondo, un paralitico ha tutto il tempo per fantasticare su nuovi mondi.

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