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Per brevità, isolerei due elementi tra loro complementari ma distinti. In primo luogo, lo spinning (ovvero la rotazione di un fatto, la sua manipolazione) e le vere e proprie fake news (notizie deliberatamente false e ingannevoli).

In questi casi, lo scopo evidente è quello di penetrare nei meandri più irrazionali dell’opinione pubblica per dirottarla, creando caos e scompiglio. Normalmente tali affermazioni suonano, per gli osservatori più accorti e pruriginosi, come delle colossali fesserie; ma questi ultimi sottovalutano il loro potere destabilizzante. Quelli che, come me, vivono in UK, ricordano ancora bene i volantini che Nigel Farange fece recapitare casa per casa.

In essi si descriveva l’invasione di orde di profughi siriani, qualora il regno non avesse abbandonato l’Unione Europea, come un fatto del tutto certo. In molti nella nazione furono presi da un senso di rabbia e di terrore per quella notizia, che in fondo non aveva nessuna intenzione di apparire vera o plausibile, né ambiva ad essere creduta da tutti.

La freccia era stata sapientemente scagliata con il solo scopo di raggiungere le orecchie di chi voleva sentire; il resto si sarebbe fatto da sé. E adesso è storia.

Oppure, la continua e ossessiva insistenza dell’attuale presidente americano uscente, nell’affermare che le elezioni sono state truccate e manovrate dai suoi avversari – che avrebbero, nell’arco di una notte, fatto sparire faldoni di schede a loro sconvenienti e riversato nelle urne centinaia di migliaia di schede false e a loro favorevoli.

Neanche un personaggio eclettico come lui potrebbe genuinamente credere a una teoria così strampalata. Ma ancora una volta l’obiettivo per quelli come lui non è di risultare attendibili tout court, ma solo di fornire, a chi è già incline a quel tipo di ragionamenti, una scusa per abbandonare l’aereo (della nuova amministrazione) prima ancora del suo decollo.

In secondo luogo, mi soffermerò su un elemento che sta alla base di molte teorie complottiste: quella per cui l’onere della prova sembra non spettare all’accusatore, ma all’accusato. Per rimanere su esempi attuali, è come se, per i moderni inquisitori del tribunale del ‘virus cinese’, la prova che il nuovo coronavirus non sia scappato da un laboratorio di Whuan spetterebbe non tanto a chi inquisisce, ma al fantomatico untore segreto.In questo modo, in una grottesca inversione di ruoli, l’onere di mostrare il corretto funzionamento della phalange cadrebbe sulla compagnia aerea, anziché su coloro i quali ne hanno decretato il malfunzionamento. Il principio che sta dietro è semplice: il fatto che qualcosa non sia palesemente e inconfutabilmente A, testimonia incontrovertibilmente che B è la corretta interpretazione. Secondo questo modo di argomentare, se non si spende abbastanza tempo a dimostrare che i vaccini non sono causa di autismo è solo perché in effetti è proprio così.Come se non bastasse, il più delle volte poi non basta neanche fornirla quella analisi scientifica a sostegno o a confutazione di una teoria: si potrà sempre accusare il latore dell’evidenza di essere affetto da bias, o di l’essere vittima del sistema corrotto.

L’espediente della phalange di Phoebe, oltre ad essere diventato uno degli sketch di culto per gli amanti della serie americana, è servito al ricongiungimento di Ross e Rachel – senza peraltro turbare apparentemente la quiete degli altri passeggeri.

Differentemente, gli esempi avanzati nel nostro avventuroso parallelismo, stanno producendo un solco sempre più profondo nel nostro vivere comune e nelle nostre relazioni politiche e sociali, nella fiducia riposta nelle istituzioni democratiche e nel nostro rispetto reciproco.

Ci troviamo sempre più spesso schierati in reggimenti incapaci di comunicarsi tra loro: quelli che credono nella phalange e quelli che gridano che non esiste. Il punto centrale però non è di stabilire chi ha ragione e chi torto – per quanto apparentemente ovvia possa sembrare la questione – ma di trovare un modo per instaurare un dialogo, per delineare un terreno di mezzo in cui possa avere ancora spazio il dibattito pacato e cordiale.

Se non comprendiamo in fretta il valore della posta in gioco e l’importanza di affrontare il problema venirne fuori sarà sempre più difficile. Nel nostro caso purtroppo, non basteranno una risata e un taglio di scena per arrivare al ‘vissero tutti felici e contenti’. (Per tornare alla pagina precedente cliccare qui)


Emiliano Sebastian Zappalà
si è laureato e specializzato a Catania in Filologia Moderna. Adesso vive a Londra, anche se sta per completare il suo dottorato in letteratura italiana presso la University of Warwick. Oltre ad aver insegnato per anni italiano come lingua straniera, ha lavorato come giornalista presso il ‘Quotidiano di Sicilia’ di Catania e come redattore presso la casa editrice ‘Il Saggiatore’ di Milano.

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