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di Vito Castagna

(CANTO XVII)

Rimasi sgomento di fronte alle parole così alte del mio maestro. Dopo tutto quello che avevano visto i miei occhi, non sapevo più cosa aspettarmi e la promessa di un nuovo demone, così terribile, costrinse il mio corpo a continui tremori. Lo scroscio violento della cascata assorbiva tutti i suoni circostanti, anche i miei sensi erano intorpiditi da quel rumore e mi percepivo più vulnerabile nei confronti della nuova minaccia. Virgilio sorrideva al mio volto di giglio, si avvicinò e mi accompagnò benevolo verso il precipizio nel quale si gettava tutto il sangue del Flegetonte.

Fu allora che percepii delle leggere scosse sotto i miei piedi, la roccia vibrante testimoniava che qualcosa dal fondo si muoveva e si avvicinava a noi, sporti sul bordo. Vidi un’enorme sagoma muoversi sotto il getto furioso della cascata, una zampa artigliata sbucò dall’acqua sanguigna alla ricerca di un nuovo appiglio. Volevo ritrarmi indietro ma il mio maestro teneva una mano posata sulla mia spalla, come ad impedirmi la fuga.

Lo guardai implorante, volevo fuggire, ma fu in quell’istante di sconforto che la bestia, Gerione, protrasse la testa oltre il bordo, scrutandoci, curiosa di sapere chi mai l’avesse chiamata disturbando il suo eterno sonno. Poi, riconoscendo Virgilio, sporse l’intero busto, mentre con gli artigli si aggrappava sicura alla roccia. Aveva un volto umano, quasi rassicurante in quei suoi lineamenti proporzionati, ma il corpo era di serpente, due zampe fuoriuscivano dal tronco squamoso, il dorso, il petto ed i fianchi erano dipinti di nodi e rotelle, una fantasia così ricca a vedersi che superava i tappeti dei Tartari e dei Turchi e le reti intrecciate di Aracne. La sua coda, invece, sfidava il vuoto con la sua venefica forma a mo’ di pungiglione di scorpione.

Tanto tremavo e tanto ero colpito dal furore di quella meraviglia, che mi faceva tremare i polsi e vibrare con forza il cuore. Virgilio mi disse: «Ora dovremmo avvicinarci a quella bestia». Mi precedette e io mesto lo seguii. In lontananza, vidi tre dannati nel deserto ardente e ne fui profondamente attratto. La mia guida, leggendo la curiosità dei miei occhi, mi invitò a raggiungerli, mentre lei avrebbe cercato di convincere la bestia a trasportarci sulle sue spalle.

Così, da solo, percorsi il lungo argine di pietra che costeggiava le sabbie infuocate, verso il giaciglio di quelle anime. Queste piangevano disperate, con le mani accarezzavano le loro piaghe e si riparavano dalla pioggia ignea, come i cani che d’estate riparano il loro muso con la zampa, nel disperato tentativo di difendersi dalle mosche e dai tafani. Non riconobbi nessuno ma dal loro collo pendevano delle borse, dai colori e dagli stemmi differenti, che questi osservavano con avidità, come se al guardarle se ne nutrissero. Erano usurai.

Un’anima allora si accorse della mia presenza e distolse gli occhi dalla sua scarsella bianca, decorata con una scrofa azzurra, puntandoli contro di me: «Che ci fai tu in questo luogo? Vattene! Ma poiché sei ancora vivo, sappi che il mio concittadino Vitaliano siederà alla mia sinistra. Io vengo da Padova e questi accanto me sono fiorentini e spesso mi urlano nelle orecchie: venga il cavaliere che porterà al collo la borsa con i tre caproni!». Dopo che ebbe finito di parlare, distorse la bocca e trasse fuori la lingua, come un bue che si lecca il muso.

Abbandonai quei dannati al loro destino e tornai da Virgilio. Lo trovai già sulla groppa di Gerione, mi aiutò a salire e poi mi ammonì: «Ora dovrai essere forte, dovremo scendere lungo la cascata, tu siederai davanti a me, in modo che mi frapponga io tra te e la coda della bestia».

Ero atterrito da quello che ci aspettava, ma non potevo sfigurare mostrando il mio turbamento. Mi sedetti su quella orribile groppa. Avrei voluto chiedere a Virgilio di abbracciarmi, ma la voce era fioca e non uscii dalla mia bocca. Scendemmo verso il vuoto, l’aria soffiava rapida contro le mie gambe e il mio viso. Stavamo precipitando in un abisso di urla, vorticando come il falco che torna sul braccio del cacciatore. Ad un tratto, Virgilio mi strinse forte, forse, per la prima volta, ebbe paura anche lui.

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