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di Vito Castagna

Nell’Italia degli anni ‘70, il cinema comico aveva già espresso le sue potenzialità, dopo essere divenuto vero cavallo di battaglia della produzione filmica della nostra Penisola. Ma alcune possibilità restavano ancora inesplorate.

Sergio Corbucci, già famoso per aver diretto “Django” (1966), aveva dimostrato con “La mazzetta” (1978) che la comicità italiana poteva percorrere nuove strade e fondersi con altri generi. In particolare, il giallo sembrava in grado di unirsi appieno con la risata, in un misto di ilarità e grottesco. Presto detto!
Nel 1979, uscì nelle sale “Giallo Napoletano”, un film che, se letto nell’ottica del giallo a tinte comiche, è stato in grado di fare genere a sé.

Sergio Corbucci

Corbucci sapeva che per creare un nuovo stereotipo doveva giocare la sua partita in una piazza importante, a Napoli, tempio della comicità di Totò e dei fratelli De Filippo. Ma, al contempo, doveva scomodare uno dei più grandi interpreti del thriller, quell’Alfred Hitchcock che aveva girato tre anni prima il suo ultimo film, Complotto di famiglia (1976).

Mai come in “Giallo Napoletano” gli intenti del regista sono così palesi sin dalla prima inquadratura: i volti di Totò e Hitchcock campeggiano su un cartellone e assorbono tutte le attenzioni dell’obiettivo, poi, lasciano il posto alla narrazione, simile all’apertura di un sipario.

Il dedalo delle viuzze partenopee è il teatro delle rocambolesche vicende del maestro di mandolino Raffaele Capece, interpretato da un baffuto e riccioluto Marcello Mastroianni, costretto a suonare una serenata in piena notte per sanare i debiti di gioco del padre. Il ruolo di quest’ultimo è affidato ad un Peppino de Filippo alla sua ultima apparizione, che costituisce una delle linee comiche meglio riuscite del film.

Marcello Mastroianni

In questo caso, si gioca sul ribaltamento degli stereotipi: il padre anziano e scialacquatore che si contrappone ad un figlio assennato che cerca, senza successo, di condurre una vita dignitosa. In altri, invece, si accentuano a piene mani, come col commissario milanese interpretato da Renato Pozzetto, sempre sul chi va là coi meridionali.
Anche il motore della narrazione è altrettanto affetto da cliché, una serie di omicidi nella quale il protagonista si trova inconsapevolmente immischiato e che solo lui può risolvere.

Il film stavolta, ha come file-rouge una musica misteriosa dispensatrice di morte. I personaggi che le danzano attorno confondono la percezione di Raffaele, così come i sentimenti di amore e ammirazione che prova nei confronti di un’enigmatica Ornella Muti e di un elegantissimo Michel Piccoli, maestro d’orchestra di fama internazionale.

(da sx) Marcello Mastroianni, Zeudy Araya, Renato Pozzetto, Michel Piccoli, Ornella Muti

C’è tutto in Giallo Napoletano: una città noir e popolare, che sembra abbia ispirato la ben più nota Napoli velata di Ozpetek; dei personaggi dagli sguardi affilati come rasoi, arguti e buffi al tempo stesso, caricature di un mondo a tratti fedele alla realtà e a sprazzi a rovescio; un mistero aggrovigliato in sé stesso dalle spire insidiose. E infine, un protagonista sconfitto dalla Storia, un reduce di un passato quasi mitico che ad oggi, potremmo incontrare solo e ancora una volta a Napoli.

Il film è disponibile su RaiPlay.

Peppino de Filippo e Renato Pozzetto

 

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