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In occasione del centenario della nascita di Gianni Agnelli, il nostro blog pubblica il primo articolo di una piccola serie, a firma di Federico Sinopoli, nell’intento di delineare la figura di uno dei protagonisti più complessi dell’Italia del XX secolo

di Federico Sinopoli

Celebrare il centenario della nascita di Gianni Agnelli contiene un “rischio agiografico”: quello di elogiare non l’uomo ma la celebrazione in se stessa, magnificando in lui più che la persona, la rappresentazione del paese: si rischia, come scriveva Woody Allen, di “citarsi addosso”.

Conseguenza di un simile approccio è quella di considerare quasi blasfemi i riferimenti negativi che, invece, possono e devono esserci, proprio per contribuire alla ricostruzione di un profilo complessivo e integrale dell’Avvocato, per parlare di lui e non di noi per mezzo di lui. Partirei da una considerazione prettamente umana.

Gianni Agnelli

Gianni Agnelli non ha inventato nulla, nel senso che non è stato il creatore di un prodotto (come John Dunlop che inventò gli pneumatici che poi produsse) e nemmeno di un sistema di produzione (come Henry Ford cui si deve la catena di montaggio); non ha inventato la plastica (come l’ingegner Natta, oggi dimenticato), o scoperto il vaccino contro la polio (come Sabin, che non volle brevettarlo per metterlo a disposizione dell’umanità); egli ha gestito un’azienda creata dall’omonimo nonno e non l’ha nemmeno fatto sempre lui o lui da solo (pensiamo alle gestioni di Valletta o di Romiti). Là dove l’uomo Agnelli è, invece, stato chiamato a gestire in proprio, in totale autonomia e con il gravame di un forte obbligo morale e civile, è stato come padre, come capo famiglia.

Il Senatore Giovanni Agnelli, il nonno

Ora, se è rarissimo e assai difficile poter fare confronti tra diverse figure e ruoli di capitano di un’industria multinazionale familiare, stante la rarità di tale condizione cui sono destinati davvero pochi uomini al mondo, è assai meno difficile per chiunque di noi discutere sul mestiere di padre o di marito.

La famiglia dell’avvocato, con i figli Edoardo e Margherita, la moglie Marella e i nipoti

Le scelte aziendali dipendono da contingenze spesso eccezionali e, talvolta, vengono prese in assenza di una visibilità di lungo periodo e senza modelli di riferimento assimilabili; il proprio ruolo in famiglia – per quanto possa essere complessa, grande, potente, quella famiglia – si uniforma sempre ad alcuni semplici, elementari principi di riferimento: affetto, trasmissione di valori, guida, esempio, tutela dell’integrità fisica e morale e così via. L’operaio di Mirafiori come il suo Padrone sono, in casa, due padri assai simili tra loro, molto ma molto più simili di quanto non siano diversissimi e lontani nella loro occupazione.

L’avvocato con il figlio Edoardo, morto suicida nel 2000

Credo di poter affermare, senza essere tacciato di vilipendio, che Gianni Agnelli nel ruolo privato, familiare, abbia mancato, non si sia dimostrato all’altezza. Il rapporto con il figlio Edoardo si può ben dire sia stato fallimentare: il giovane erede della dinastia era un ragazzo sensibile, intelligente ma in una forma e con degli interessi assai lontani da quelli paterni; raccontò il cugino di un episodio in cui Edoardo, bambino che già raramente vedeva il padre, ricevette una telefonata dell’Avvocato che gli diceva di prepararsi perché più tardi sarebbe passato a prenderlo per portarlo allo stadio a vedere la Juve. Il piccolo Edoardo si preparò e aspettò per ore, ma nessuno venne mai a prenderlo; lo stesso cugino lo narrava con angoscia e sofferenza. Edoardo si suicidò a quarantasei anni.

Con la moglie Marella Caracciolo

Potremmo parlare degli interessi di Gianni Agnelli per le donne, assai noti in società anche dopo il matrimonio con Marella Caracciolo, ma non scendiamo nel gossip lasciando al lettore di soddisfare eventuali pruriti. A scusante di queste mancanze si potrebbe addurre che tanti grandi talenti, di genio, di intelletto, sono stati pessimi uomini nell’ambito degli affetti e della famiglia: a parte che tantissimi, molti di più, hanno coniugato in positivo ambedue i lati della propria personalità, questo genere di uomini sono stati o grandi artisti, o grandi pensatori o grandi inventori; uomini, insomma, che hanno elaborato qualcosa di proprio, di nuovo, che hanno inciso, modificandola, nella realtà del proprio tempo, che sia tecnica, scientifica, culturale.

L’ing. Dante Giacosa, padre di quasi tutte le auto più famose della Fiat

Gianni Agnelli – non vogliamo essere cattivi, ma solo farci capire – oltre all’orologio sul polsino o alla cravatta sopra al maglione, non ha dato contributi innovativi alla cultura e al mondo. La Topolino, la 600, la 500, la 1100 le ha progettate Dante Giacosa

Innegabili il fascino della persona, la sua cultura, l’eloquio sicuro e fluido, lo “charme”, caratteristiche che ne hanno fatto un riferimento, un modello: ma pur sempre un modello effimero, un riferimento di stile ma non di percorso di vita, di sostanze valoriali. Quanti di noi sarebbero disposti a barattare l’incomunicabilità con il proprio figlio e la tragicità della sua esistenza per un profilo “charmant” e una vita di agi? O quanti lo sceglierebbero rinunciando al genio creativo, all’affermazione letteraria o artistica, alla scintilla dell’invenzione?

Gianni e il fratello Umberto

Ciascuno dia le priorità alla vita propria come alla vita in generale secondo la sua sensibilità e in tal guisa valuti la vita di Gianni Agnelli, ma non ne facciamo un idolo. Era il proprietario di un’azienda che ha saputo fare i suoi interessi, a volte assieme al Paese, a volte contro, a volte sulle sue spalle.

Un’azienda che ha creato tecnologia ma che ha anche ricevuto – come nel caso dell’Alfa Romeo – dei gran bei regali a spese della collettività e ne ha soffocato spesso i migliori prodotti: pensiamo alla Lancia, un’eccellenza della qualità e della tecnologia italiana prima annullata e ormai quasi sparita. Una potenza economica che ci ha dato rilievo industriale all’estero ma che ha imposto l’abbandono di ogni forma di trasporto alternativa alla gomma (treno, nave).

Oggi quell’azienda è confusa in Stellantis, con un management quasi tutto francese, con prodotti globali che nulla hanno a che vedere con l’inventiva tutta italiana di una 500 o di una 127. Chissà che direbbe di questo Gianni AgnelliO, forse, non ne direbbe affatto e continuerebbe ad aggiustarsi il nodo della cravatta pensando a se stesso.

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1 Comment

  1. Andrea Franchini Reply

    Speravo di leggere prima o poi queste parole. Lieto che le abbia scritte un amico intelligente che stimo molto.

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