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di Giuseppe Cultrera   

Giuseppe Bonafede, il poeta popolare ibleo, l’ho incontrato nel 1980 quando assieme agli amici del Circolo Culturale Acrille, e con l’attiva e colta collaborazione di Francesco Melfi, fu ristampato in anastatica Fiori Silvestri, raccolta di canti popolari edita a Ragusa nel 1910. Poco dopo, in occasione della presentazione del libro, conobbi Umberto Migliorisi. Era interessato a quest’originale poeta del quale stava curando una scelta di poemetti editi e inediti. Ne nacque un’assidua frequentazione che si trasformò in amicizia: della quale serbo nostalgica e commossa memoria, per i cento e più progetti culturali condivisi (tra questi la cura editoriale di una decina di sue opere, gran parte in versi). Una di queste fu la raccolta antologica dal titolo U ditturi Pruvulazzu, poemetti scelti di Giuseppe Bonafede a cura di Umberto Migliorisi, Utopia Edizioni, 1985. Non ho detto che l’anno prima era nata dalla passione e audacia di un gruppo di amici, più e meno giovani, la casa editrice Utopia, che si riprometteva di dare spazio e visibilità alla cultura e arte iblea del passato e presente. U ditturi pruvulazzu era il terzo progetto editoriale. E fu tra i più apprezzati, per la risonanza e il rilievo che ebbe il Bonafede (Leonardo Sciascia, per esempio, fu tra quelli che ne dettero testimonianza) e per la diffusione (mille copie, in poco tempo esaurite).

Giuseppe Bonafede: incontri, percorsi, coincidenze
Tre riproposte dei testi poetici di Bonafede, a cura di Dino Barone, Umberto Migliorisi e Vann’Antò

L’anno scorso, curiosando su eBay, mi imbatto in una di quelle mille copie. La nota di presentazione dice che si tratta di una raccolta poetica di un autore ragusano, Giuseppe Bonafede, in ottimo stato di conservazione e che nella prima pagina si trova apposta una dedica con firma autografa dell’autore, verificabile dalle immagini allegate. Incuriosito clicco sull’immagine e leggo «Ibla 26/9/85 – a Giovannella ed Emanuele con tanta simpatia – Giuseppe […]». Ovviamente il Giuseppe che firma la dedica non è Bonafede, già scomparso in quella data da quasi cinquant’anni, ma sono io, uno degli editori del libro; e quello che mi intriga, oltre al ritorno alla memoria della presentazione a Ibla (credo a cura del prof. Filippo Garofalo) sono i nomi dei destinatari del dono: due altri cari amici, il poeta Emanuele Mandarà e la giovane moglie Giovannella Moncada, docente e collega di mia moglie (che cofirma la dedica).

In un libro ci stanno, spesso, più storie. Quella che l’autore ha voluto porgere ai suoi lettori, quella che i lettori, pochi o tanti, recepiscono dilatandola, trasponendola, introitandola ecc. e quelle che, per svariate coincidenze, si sono sovrapposte, aggiunte, nascoste. Come quella che ritrovavo nella copia giunta, non so attraverso quali percorsi, nella libreria antiquaria toscana e che mi sono affrettato a comprare.

Giuseppe Bonafede: incontri, percorsi, coincidenze
Potentato economico e politico a Ragusa nel secondo ottocento, in una foto di Carmelo Arezzo di Trifiletti: un deputato in carica (Pietro Beccardelli, al centro con tuba) due sindaci (alla destra del deputato, il barone Federico Grimaldi e a sinistra, in primo piano, Raffaele Solarino) un deputato emerito (Emanuele Schininà, dietro Solarino, con tuba)

Con Utopia pubblicammo un secondo volume, La mia storia, un poemetto inedito nel quale il Bonafede in 212 ottave raccontava l’amara vicenda dell’accusa di furto, arresto e detenzione nel carcere di Modica; dalla quale fu prosciolto, ma che segnò profondamente la successiva vita sociale e familiare. In quanto perdette l’impiego, seppur precario, presso il municipio di Chiaramonte e fu costretto a trasferirsi a Ragusa, dove si dedicò principalmente alla poesia, facendone una fonte di sostentamento. I suoi pometti satirici, spesso “suggeriti”, a favore o contro un candidato politico locale o piovuto nel collegio da fuori, ebbero notevole risonanza e successo. Li pubblicava in fogli volanti o libretti piccoli che la gente acquistava volentieri per leggere le sferzanti rime che esplicitavano ciò che molti pensavano e avrebbero voluto dire sul governo, le tasse, la burocrazia e il potentato economico; sulle sciarre dei poveri diavoli e sugli avvocati, medici, preti e monaci, che ci campavano sopra. E a coloro che non potevano o sapevano leggerli – la maggior parte, dal momento che l’analfabetismo era imperante – il poeta popolare le recitava lui: perché come tutti gli aedi popolari Giuseppe Bonafede era cantastorie e cuntastorie. Lo testimoniava il figlio Nazareno (il più piccolo dei suoi undici figli) che nel 1985 incontrai nella sua modesta abitazione di Ibla.

Ci andammo con Umberto Migliorisi. Nazareno Bonafede aveva 83 anni, ci accolse con affabile amicizia e si sottopose a una lunga intervista sulla vita e l’opera del padre (parte fu trascritta e riportata nel volume Giuseppe Bonafede: La mia storia, a cura di Umberto Migliorisi, Utopia, 1991) accalorandosi per le ingiustizie e persecuzioni che il padre aveva sofferto, proclamando la totale innocenza e la sua estraneità ai presunti reati attribuitigli. Ricordo di quest’uomo l’aspetto aristocratico evidenziato dalla magrezza e biancore della pelle, dai tratti dolci del volto, dalla voce armoniosa che di colpo si faceva stentorea quando riaffioravano le angustie e vicende familiari. Somigliava molto al ritratto fotografico del padre.

Alla domanda: «È vero che le poesie di suo padre sono state recitate anzi cantate dai cantastorie?», Nazareno rispose prontamente: «Sì, è vero. Ci fu un cantastorie modicano ca rissi a mio padre: -Professore, mi dà qualche poesia, che io la canto e nel frattempo ve la diffondo?»

E continuava parlando di tanti altri che avevano recitato in pubblico le composizioni paterne. Compresi alcuni dei figli, i suoi fratelli Amleto e Folchetto per esempio.

Folchetto lo conobbi, qualche anno dopo, a una presentazione o manifestazione dedicata al padre Giuseppe. Era di Ribera e gestiva una trattoria: dove a volte, a richiesta dei clienti, imbracciava la chitarra e improvvisava una stornellata o musicava versi del padre. «La poesia e la musica l’abbiamo nel sangue noi Bonafede!», concludeva con un sorriso largo.

In effetti l’incontro e la scoperta del poeta popolare Giuseppe Bonafede, ne aveva suscitato altri.

Giuseppe Bonafede: incontri, percorsi, coincidenze
Il poeta Giuseppe Bonafede. Il letterato Serafino A. Guastella. Il deputato Evangelista Rizza

La figura e l’opera di Giuseppe Bonafede (Chiaramonte 1857 – Ragusa 1940) nell’ultimo quarto del Novecento suscitò la curiosità e l’attenzione di ricercatori e studiosi. Oltre alle citate due monografie di Umberto Migliorisi (U ditturi Pruvulazzu e La mia storia) parecchi articoli, brevi saggi, relazioni in convegni di studi, ebbero per tema il poeta ibleo. Lo stesso Leonardo Sciascia, parlando del Guastella, gli dedicava un’arguta nota. «Che era il Bonafede, si può aggiungere, uomo di poverissima condizione, certamente illegittimo, che aveva nativo e fertile il dono di foggiare endecasillabi e ottave, inesauribilmente e non di rado attingendo alla poesia. […]

In quanto al Bonafede, mi par bello che il vecchio e colto barone se lo sia tenuto vicino: vera o malignamente presunta che ne fosse la paternità. Illegittima la nascita, ma legittimo il fatto che il poeta popolare restituisse al ritmo e al senso delle ottave e dei versi non si sa quanto antichi e la cui sorte è stata sempre quella delle variazioni, dei rifacimenti, degli adattamenti ai luoghi, alle circostanze, agli stati d’animo dei singoli e delle collettività che li ricevono, li ripetono, li trasmettono. Forse per il Guastella l’aver accanto il Bonafede era un’esigenza di verificare, di vagliare: un’esigenza che approssimativamente si potrebbe dir critica.»

Sulla stessa onda il Vann’Antò, poeta e docente: «Dal padre il Bonafede ereditò, diciamo, il genio poetico, l’inclinazione cioè alla poesia, e a quella popolare in ispecie, che amò e coltivò per tutta la vita, non già da studioso bensì, ma a essa attingendo e come poeta quasi unicamente ispirandosi, riprendendone i temi popolari più famosi, a servizio ancora dello stesso popolo, della pupulazioni, a cui si rivolgeva infatti, chiedendogli anche il pane per vivere!»

Affascinò, oltre al citato Umberto Migliorisi, Carmelo Assenza, Emanuele Schembari e Carmelo Conti – che furono tra le più attente e originali voci poetiche del secondo Novecento – gli studiosi Giorgio Piccitto e Dino Barone, il colto regista teatrale Gianni Battaglia che nutrì dei suoi vivaci versi un coinvolgente spettacolo teatrale. Altri incontri, percorsi, coincidenze.

Giuseppe Bonafede: incontri, percorsi, coincidenze
Copertina del volume che si presenta dopodomani all’interno della manifestazione Liberi a Ragusa, nello spazio “Omaggio a Giuseppe Bonafede”. Le foto riprodotte nel testo sono tratte dalla sezione Immagini

Banner: foto di Giulio Lettica

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