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di Nunzio Spina

Ogni tanto l’architetto comisano Antonio Migliorisi dirotta verso altre destinazioni la sua attitudine a progettare e costruire. Una di queste ha come punta di arrivo la stesura di un romanzo giallo; lo escogita, comincia a disegnarlo sulla sua lavagna virtuale, ne definisce man mano contenuti, rapporti e misure. Il prodotto finito sfugge quasi alle sue disincantate intenzioni, perché se bussa a una casa editrice lo fanno volentieri accomodare; e se prova a partecipare a un concorso letterario – così, per gioco – finisce per ritrovarsi un premio tra le mani.

Antonio Migliorisi

Questa felice avventura ha avuto finora un inizio e un seguito. Il debutto nel 2019 con “La sabbia nella mente”, thriller avvincente e per certi versi inquietante, in cui il tentativo di scoprire la causa di una rara disfunzione cerebrale – di cui rimangono all’improvviso vittime alcune personalità illustri – si incrocia con un omicidio avvolto dal mistero, per il quale verrà svelata alla fine una perfida macchinazione. Con i colpi di pennello della sua suggestiva copertina, il libro irrompe sul web, ed è subito un successo. Così Antonio ci prova gusto e replica. Gli strumenti sono sempre quelli (immaginazione, studio dei particolari, collegamenti), differenti la materia e gli ambienti; l’opera che ne viene fuori si intitola “La linea simiana”, e stavolta è il Salone del libro di Torino ad aprirgli le porte, e a gratificarlo con un terzo posto nel concorso intitolato “Intrigo”.

Il romanzo d’esordio di Antonio Migliorisi, “La sabbia nella mente”, 2018, pp. 384

C’è ancora una condizione patologica a fare da elemento caratterizzante, perché la linea simiana è una anomalia che si può riscontrare in alcuni individui (rara nei sani, frequente in talune malattie genetiche, quale la sindrome di Down), in cui i due solchi cutanei orizzontali e paralleli sul palmo della mano si fondono in uno solo, così come naturalmente presente in certe scimmie (da qui il nome). La fantasia dell’autore trasferisce questa particolare affezione su un gruppo di bambini ospitati in un istituto religioso – siamo agli inizi degli anni Sessanta – sui quali vengono ancora praticati efferati esperimenti di stampo nazista, a insaputa o a imposta complicità di rappresentanti della curia. Materia scottante, che tuttavia emerge da un fondamento di storia vera, abilmente utilizzato per rendere la trama quanto più aderente alla realtà.

Il testo parte dalla scena di due bambini che corrono disorientati nella notte mentre infuria un violento temporale, per poi svanire nel buio di un bosco. A scorgerli è solo un anziano professore, il cui tentativo di inseguirli per proteggerli verrà interrotto da un ben assestato colpo di randello che gli fracasserà il cranio. L’ispettore chiamato a indagare su questo primo omicidio si imbatterà – a pochi giorni e a pochi metri di distanza – in quello di uno dei due bambini, trovato semisepolto sotto un velo di terriccio, con segni di percosse e strangolamento. E con un segno distintivo sul palmo delle mani, al quale però nessuno, inizialmente, sembra dare importanza: la linea simiana!

Il riconoscimento del Salone del Libro di Torino

Emergono pochi indizi e nessuna correlazione tra i due crimini. Le indagini non trovano alcuno sbocco, e la polizia è costretta a chiudere l’inchiesta. Sennonché, a distanza di sei mesi, la caparbietà di un arrembante direttore di giornale alla ricerca di uno scoop e l’intuito di una zingara esperta in pratiche di chiromanzia (e quindi di lettura della mano) riporteranno il caso all’attenzione generale. Il racconto è ancora all’inizio, ma svolta in maniera decisa. La trama prende direzioni che ne allargano i confini, di spazio e di tempo; e da quel momento è la stessa zingara a guidare il lettore, assumendo il ruolo di narratore interno e, ben presto, anche quello di protagonista.

L’entrata in scena di vari altri personaggi (compreso il ritorno di quell’ispettore apparentemente remissivo) riporterà a galla un tormentato passato, nel quale tutti si rivedranno coinvolti a vario titolo, carnefici o vittime, complici o spettatori impotenti. Un appassionante flashback, col quale l’autore convoglierà la vicenda di cronaca nera locale, da lui inventata, nel contesto più ampio di un avvenimento storico risalente alla fine della Seconda guerra mondiale. L’intreccio si trasforma in un vero e proprio intrigo (tanto per avvalorare l’intestazione del premio vinto); e gli sviluppi successivi – tra equivoci, disinganni e ulteriori delitti – saranno un susseguirsi di ripetuti colpi di scena, fino alla sconcertante verità finale.

Antonio Migliorisi, “La linea simiana”, Albatros, 2024, pp. 274

Se l’architetto Migliorisi voleva mettere alla prova le sue inconfessate qualità di scrittore, la convalida è arrivata. A parte lo stile narrativo – sempre chiaro, misurato nella scelta delle parole adatte, efficace nel raffigurare personaggi e ambienti –, colpisce la sua capacità di arricchire la narrazione con dettagli e sfumature che possono scaturire solo da un ampio spettro di conoscenze, o dal bisogno di approfondirle di volta in volta. Così affiorano i precisi riferimenti storici, le citazioni filosofiche, il richiamo a un famoso dipinto, il sottofondo musicale di un brano più o meno noto (lui bravo, tra l’altro, a cimentarsi con batteria e pianoforte), per non parlare della descrizione, con dovizia di particolari, di una qualsivoglia patologia del corpo umano, meglio se rara o ancora inesplorata (forse per accontentare, chissà, anche un recondito desiderio di diventare medico).

Sogni, interessi e talenti che hanno avuto i loro natali a Comiso, e là coltivati fino al raggiungimento della maturità classica. Poi la laurea in architettura a Firenze e l’affermazione professionale a Macerata, dove Antonio (69 anni) vive attualmente con la famiglia. E dove non ha mai smesso di coltivare l’orto delle sue passioni!

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1 Comment

  1. È mio fratello, ero sicura che si sarebbe fatto conoscere. Ho divorato i suoi romanzi, per amore fraterno? No, perché ti coinvolgono dalla prima all’ultima pagina. BRAVO FRATELLO ❤️

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