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di Filippo Senatore 

Immaginiamo di vedere questo percorso comune che si sta avvicinando alla meta dei 150 anni, il 5 marzo 2026. Immaginiamo una grande foresta di saperi e un lungo viaggio sentimentale con momenti esaltanti di felicità e momenti drammatici. Tutto tenuto insieme dalle radici che legano la storia travagliata dell’informazione nel nostro Paese piena di speranze, di successi e, a volte, di sconfitte.

Dobbiamo a un garibaldino napoletano di madre francese, Eugenio Torelli Viollier la nascita del nostro Corriere della Sera la prima domenica dopo il Carnevale ambrosiano. Siamo grati a Luigi Albertini che lo ha portato a livello internazionale con record di vendite tra il 1912 e il 1918. C’erano a quel tempo, senza nulla togliere ai contemporanei, i migliori giornalisti e opinionisti come Silvio Spaventa, Augusto Monti, Gaetano Mosca, Giuseppe Antonio Borgese e Luigi Einaudi. Poi arrivò l’infamia del fascismo e le libertà negate. 

La prima copia del Corriere della Sera

Dal 7 giugno del 1924 al novembre del ’25 il giornale subì 12 sequestri a opera della Prefettura di Milano. La cacciata di Albertini nel novembre del 1925 da Via Solferino aveva una motivazione ben precisa. Lui si era opposto alla marcia su Roma dell’ottobre 1922 e dopo il 10 giugno 1924 aveva denunciato Mussolini come mandante dell’omicidio del deputato Giacomo Matteotti.

La redazione di via Solferino nel ‘25 fu decimata: alcuni si dimisero come Alberto Tarchiani altri cambiarono mestiere come Ettore Janni o cambiarono giornale come Mario Borsa o caddero in miseria come Ferruccio Parri e Casimiro Wronowski, capo del Centro Documentazione da lui fondato nel 1910. Casimiro era stato discriminato più degli altri essendo il cognato di Giacomo Matteotti e perciò vessato dalla polizia fascista.

Illustri e oscuri collaboratori persero la firma dal corrispondente di Pavia avvocato Ludovico de Silvestri allo stesso Luigi Einaudi. L’allontanamento nel 1933 di Eugenio Balzan, direttore amministrativo del Corriere, preceduto da una vile aggressione squadrista, completò l’epurazione in Via Solferino.  Dopo il 25 luglio del 1943 per un mese e mezzo tornò il profumo di libertà.

Alberto (a sx) e Luigi Albertini (a dx)

Luigi Albertini era morto nel 1941. Toccò al suo amico Ettore Janni salire alla direzione, designato dai Crespi. Pensiamo al nostro Paese in piena guerra con l’Italia occupata dai nazisti sotto il giogo della Repubblica di Salò. Dopo l’8 settembre 1943 i giornalisti del Corriere che si erano esposti contro il fascismo si diedero alla macchia o si rifugiarono in Svizzera.

Alcuni nomi: Gaetano Afeltra, Ferruccio Lanfranchi, Indro Montanelli e Filippo Sacchi oltre al citato direttore. Altri rimasero in via Solferino nell’ombra con importanti azioni clandestine con i capi della Resistenza del Nord Italia Ferruccio Parri del Partito d’Azione e Alfredo Pizzoni liberale. Il CNL avendo lo scopo comune della liberazione non aveva escluso nessun antifascista, dai monarchici a repubblicani mazziniani, dai socialisti a comunisti. Gli scioperi di marzo 1944 nelle grandi fabbriche del Nord    infiammarono la lotta partigiana. Parte degli scioperanti furono deportati nei campi di sterminio e gran parte di loro non tornarono vivi.

Ferruccio Parri (foto: Collettiva)

Anche il nostro Corriere era al centro della lotta con attività clandestina di appoggio ai partigiani anche se diretto dal fascista Ermanno Amicucci era la voce dei repubblichini di Salò. Dopo gli scioperi del marzo ’44 un gruppo di lavoratori del  Corriere della Sera furono arrestati e deportati nei campi di sterminio. I loro nomi: Mario Miniaci, Torquato Spadi, Luigi Tacchini, Otello Ghirardelli, Dionigi Parietti, Ferdinando De Capitani.

Il settimo Angelo Aglieri impiegato nella segreteria di redazione, diretta dal fascistissimo Andrea Marchiori. Nei giorni cruciali del 1943 Angelo scelse l’opposizione antifascista aderendo al gruppo clandestino San Giusto guidato dall’avvocato Giuseppe Pugliesi. Angelo Aglieri finì in un forno crematorio di Flossenburg la vigilia di Natale del 1944. Gli altri sei, partiti nei vagoni piombati dal famigerato binario 21,  finirono al campo di Mauthausen. Vi rimasero  40 giorni. Infine, vennero spostati nel sottocampo di Ebensee, uno dei peggiori in assoluto per la durezza delle condizioni di lavoro e per numero di morti.

Le baracche del campo di concentramento di Flossenburg (foto: Holocaust Encyclopedia)

Ritornarono vivi solo Spadi e Miniaci. «Fame, freddo, percosse, umiliazioni, fatiche da stremare. Cose che si sanno, se non si vuole ignorarle». Così raccontava Mario Miniaci al collega Gaetano Afeltra. Ricordate il  personaggio di Edoardo De Filippo nella commedia Napoli Milionaria? Reduce della guerra Gennaro Jovine trova indifferenza tra i suoi parenti. La risposta sempre uguale: «Gennaro non pensarci. Acqua passata». Una rimozione collettiva  dei nostri padri o un silenzio dettato dal pudore come ne ha magistralmente scritto Paolo Fallai nel racconto Un inverno lungo un anno, per allontanare il ricordo degli orrori della guerra?

Non bisogna dimenticare i resistenti delle fabbriche del Nord: Boveri, Fraschini, Borletti, Innocenti, Fiat, Breda, Falk, Pirelli ecc… che lottarono rischiando la vita. Al Corriere c’erano tra gli altri i resistenti Bruno Fallaci, zio di Oriana, Benso Fini e Giulio Alonzi il quale ultimo subì torture indicibili da nazifascisti. Senza la loro lotta  il futuro di via Solferino sarebbe stato diverso.

Gaetano Afeltra e Bruno Fallaci

L’11 aprile 1945 alla vigilia della liberazione un gruppo di partigiani fece una azione dimostrativa nella mensa aziendale del Corriere. Salita su una seggiola la partigiana Amalia Malmesi alla fine di un toccante discorso sulla libertà prossima da venire suscitò l’applauso liberatorio dei lavoratori. Dopo il 25 aprile 1945, Mario Borsa designato da Ferruccio Parri primo direttore della Liberazione ha lasciato un segno con le voci di autorevoli personalità. Oltre al citato Giulio Alonzi, Riccardo Bauer, Ernesto Rossi e Leo Valiani che parteciparono alla battaglia del referendum a favore della Repubblica contro una monarchia compromessa col regime del ventennio.

I nostri maestri ci educarono al senso hegeliano del giornale quotidiano, preghiera laica e anelito al libero pensiero. Uno dei maggiori storici del ‘900, il francese Marc Bloch analizzava la guerra e le false notizie nel conflitto del 1914-18, scaturite dalle trincee o divulgate dagli Stati maggiori per influenzare la libera stampa a discapito dei lettori. 

Milano liberata (foto: ©Publifoto/Lapresse)

Il giovanissimo redattore Luigi Albertini, durante l’assedio di Milano del 1898 dell’esercito regio contro il popolo affamato, creò una rete di informazioni partite dai cittadini milanesi, per aggirare la censura militare e rendere il nostro giornale più credibile ai lettori. Essere dunque credibili al servizio dei cittadini è questa la sfida  che si rinnova negli anni a venire. Al servizio dei lettori per ricercare la verità dei fatti non sempre a portata di mano.

Filippo Senatore è giornalista pubblicista dal 2004. Ha scritto per le edizioni locali del Corriere della Sera e, sempre per la testata milanese, è correttore di bozze ed assistente editoriale. Insegna Storia della Musica presso la Società Umanitaria di Milano ed è cultore di Storia della Resistenza. Per 21 anni è stato magistrato onorario al tribunale di Milano e Pavia. 

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