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di Giuseppe Cultrera

Dei racconti dell’infanzia – narrati da una persona anziana o da un familiare – restano oltre al “cunto” il calore ed il sapore, persino le emozioni che suscitarono allora in noi e che, nel tempo, quali déjà-vu riaffiorano in superficie. Molti avevano come componente primaria lo stupore, persino la paura, che attraversava l’uditorio coinvolgendolo.

Provo a raccontarne uno, come lo ricordo.
A meno di un chilometro da Chiaramonte, nell’erta salita che dalla valle porta in paese, sorge un tempietto neoclassico con, nelle quattro facce incavate, altrettante cappelle dedicate ai principali referenti sacri: la Madonna di Gulfi e il Salvatore, il patrono San Vito, San Giuseppe e San Giovanni Battista. Il popolo li ha sempre chiamate i “quattru cappelli”. Sono loro il teatro di una di queste antiche e misteriose narrazioni, quella del bimbo in fasce che appare e scompare.

Massaro Vanni aveva preso “al terzo” le olive del canonico Ventura ed era intento, con la famiglia, alla raccolta nella campagna di Canetto. Una sera dopo aver molìto: “Saro – fece rivolto al figlio – carica sul mulo l’olio e stanotte lo porti in paese”. Appena poche ore di sonno e il giovane figlio preso il mulo per la cavezza si avviò verso il paese. Partì che era notte fonda: perché doveva andare e venire in tempo per essere all’antu di prima mattina.

Giunto alla angusta curva delle Quattro Cappelle il mulo si fermò di botto e non volle saperne di proseguire, anzi dava segni di voler tornare indietro. Il giovane Saro, trattenendolo saldo per la cavezza, guardava a destra e manca per capire cosa lo avesse inquietato, ma non scorgeva nulla. Il mulo però continuava ad imbizzarrirsi ed indietreggiare.

Allora decise di affacciarsi dal muretto e guardare sotto lo stradale e lì scorse un bimbo in fasce addormentato: “Ma quale madre scellerata lo ha abbandonato qui” disse fra sé il giovane contadino. “Ora lo raccolgo e lo porto in paese no’ tùmminu (la ruota dei trovatelli) e poi, vado a scaricare l’olio”.

Detto fatto. Prende il neonato, lo copre con il giubbotto, sale in groppa (adesso il mulo era docile e sereno) e si avvia verso il paese. Aveva fatto alcuni metri e, a lato, dalla cava di S. Vito sente levarsi un voce agghiacciante: “Figlio, figlio mio dove sei ?” “Sono qui madre, non piangete” gli risponde il piccolo con voce cavernosa e forte come fosse un toro. Il giovane Saro nel panico e tremante si avvide che il bimbo si era già dileguato; e che, pure a lui, era capitato d’incontrare il bimbo fatato delle Quattro Cappelle.

Molti anni dopo il vecchio Saro, novantenne, in piazza tornava a raccontare quella terribile apparizione e sparizione: tra gli ascoltatori aveva l’anziano sacerdote Failla, che passava per dotto e accorto, e il professore Serafino Amabile Guastella. Il sacerdote continuava a canzonare il vecchio massaro che vaneggiava di magie e misteri ma il Guastella, con arguzia, annotava il racconto per le sue ricerche folkloriche …

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