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di Giuseppe Cultrera

Alcuni Calvari sono ancora presenti nelle città di Sicilia. Quasi sempre ai margini e su un rialzo del terreno. Scenografie e costruzioni architettoniche, insieme.

Sono spesso in stato precario, per la fine della loro funzione e per la conseguente mancanza di manutenzione. È il caso di quello presente a Chiaramonte, a metà della via Gulfi, un tempo accesso da occidente alla città.

Quando e perché sorse?

Nel 1834 giunse nel piccolo paese ibleo (ma avveniva, o era avvenuto, anche in quelli limitrofi) una “missione” dei PP. Gesuiti: era un intenso momento di ritorno alle pratiche religiose con predicazioni, penitenza e ritorno, o ulteriore avvicinamento, ai Sacramenti. Il segno visibile della missione era l’erezione di un Calvario, la rievocazione della passione e morte del Cristo. «Alla fine fu anche quivi innalzato e benedetto un sontuoso Calvario, che sorge a mezzo il nuovo stradone in una eminenza che ha sotto di sé una sterminata pianura», testimoniava lo storico della Compagnia di Gesù, Alessio Narbone.

il calvario di un restauro
Chiaramonte Gulfi, Il Calvario. (Foto Vincenzo Cupperi)

Oggi la sua posizione risulta inglobata nella espansione urbana di fine Ottocento inizi del Novecento e, infine, sopraffatta dalla disordinata edilizia del boom economico a partire dal secondo Dopoguerra. Ma resta, in ogni caso, un elemento significativo della comunità e città di Chiaramonte, per le valenze sociali e storiche. Da preservare e possibilmente ripristinare.

 

Per quanto riguarda la storia sociale, rimanda a una stagione di religiosità popolare che affonda le radici nel 1644 quando giunse nell’area iblea la figura carismatica di P. Luigi La Nuza (Licata 1591 – Palermo 1656) promotore e artefice di una religiosità tanto intensa quanto di grande afflato popolare: con le processioni penitenziali, le rappresentazioni sacre, l’erezione dei Calvari, nei quali replicare di anno in anno tali rituali. Per esempio, la processione e sacra rappresentazione nel Calvario di Vittoria ha struttura e ascendenza nella citata missione del La Nuza, che interessò la Sicilia sud orientale nel 1644. Anche quella di Acate. Entrambi sono ancora vive, anche se il rito tende a stereotiparsi nel folklore turistico. A Chiaramonte invece non esiste più la rappresentazione popolare della quale la struttura architettonica era scenario e segno. L’ultima, testimoniata da antiche foto, risale agli inizi del Novecento.

il calvario di un restauro
Ritratto del P. Luigi La Nuza, incisione; (al centro e a destra): Frontespizio della “Vita” e una pagina del libro

Bisogna però precisare che il Calvario eretto a seguito della “missione” del P. La Nuza era nella collina dirimpetto, sopra la fonte del Ferriero, accanto al lazzaretto di Santa Maria degli Ammalati, corrotto nella accezione popolare in Santi Valati. In esso si concludeva il percorso della via Crucis, con le 14 stazioni raffigurate in rustiche edicole, che aveva inizio dallo stradale per Ragusa, nei pressi del Borgo Cuba e del convento dei Francescani Riformati. Andò in rovina, probabilmente, col terremoto del 1693 e le ultime tracce scomparvero agli inizi del secolo XIX, come ricordano i memorialisti locali. Motivo per cui nel 1834, quando la nuova missione dei PP. Gulotta, Blandano, Siciliano e Rabiolo – gesuiti come il La Nuza – ne riproponeva la rappresentazione rituale, bisognò cercare un sito più idoneo. Come il precedente, era ai margini dell’abitato.

il calvario di un restauro
Altre due immagini del Calvario

Fu scavato nel fianco della collina come una cavea e costruito, la parte architettonica, con pietra tenera locale. È un esempio di riutilizzo di materiali più antichi (usuale per strutture realizzate in economia): la pietra intagliata e alcuni ornati, difatti, provengono da edifici preesistenti.

Per esempio, i grandi vasi (crastoni) a coronamento degli accessi laterali e l’elegante balaustra in pietra tenera, derivano dal settecentesco palazzo Ventura ubicato a fine Corso (vicino al Convento dei Cappuccini), oggi non più esistente, ma già ai primi dell’Ottocento in rovina. Mentre per le due statue, opera dello scalpellino locale Vito D’Angelo, furono utilizzati due grandi blocchi del castello, anche questo in abbandono essendo crollato col terremoto del 1693. Purtroppo, oggi, resta solo quella di San Giovanni Battista essendo stata, quella di S. Vito, trafugata sul finire del secolo scorso.

Come si desume dalla cronaca del Narbone (Annali siculi della Compagnia di Gesù, Palermo, 1906) e da una assonometria all’interno della Pianta giometrica della comune di Chiaramonte (G. Cutello, 1840 c.) demarcava l’accesso da occidente al paese e la confluenza delle due strade da e per la vallata.

il calvario di un restauro
Chiaramonte Gulfi, Il Calvario. Particolare di due elementi erratici: vasi ornamentali detti in siciliano crastoni

L’ultimo restauro risale a oltre trent’anni fa. Adesso ne richiede un altro di messa in sicurezza e recupero. Le pietre corrose dal tempo, i frammenti erratici, la scenografia evocativa sono memoria e storia di una comunità, la nostra.

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