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di Giuseppe Cultrera

Chiaramonte Gulfi. Una mappa topografica di inizio ottocento (figura sotto) ci restituisce l’immagine dell’antico campanile della chiesa di San Giovanni Battista, scomparso sul finire dello stesso secolo, quando venne ristrutturata la chiesa ed elevato l’attuale prospetto (su disegno del sacerdote Gaetano Distefano) nel cui ultimo ordine fu collocata la cella campanaria.Una prova tangibile e visiva dell’esistenza di questo maestoso campanile potrete rintracciarla sul lato sinistro della chiesa dove alcuni spuntoni di pietra fuoriescono dalla fabbrica: sono i residui degli ‘ammorsamenti’ che saldavano il campanile alla muratura esterna.Un’altra immagine coeva si trova in una stampa devota di Salvatore Puccio (1812/1902) raffigurante San Giovanni Battista: nel paesaggio retrostante al Santo, sulla sinistra, si staglia l’antica chiesa con la torre campanaria (figura a fine nota). Che contendeva il primato della massima altezza alla vicina torre dei Chiaramonte edificata al margine meridionale delle mura, nel XIV secolo, ma poi crollata col terremoto del 1693.

Parte di una stampa ottocentesca di Giuseppe Puccia (a fondo pagina la figura completa)

A questo misterioso campanile si legano due tragici avvenimenti che oggi definiremmo, di cronaca nera. Il primo lo racconta Mastro Natale Lo Gatto, poeta popolare chiaramontano del XVII secolo, famoso per uno strambotto carnascialesco recitato nel 1611 (che il Guastella riporta nell’Antico Carnevale). Thomaso Marini, sorprende in fragrante moglie ed amante e saltatagli la mosca al naso, ammazza prima l’uno e poi l’altra, quindi in preda a rabbia e panico fugge verso il piano di S. Giovanni sale sul campanile e si getta nel vuoto. Un fatto che creò grande scalpore e curiosità nella piccola comunità chiaramontana, tanto da divenire soggetto di una delle ‘storie’ in versi del poeta Lo Gatto.

Il vecchio campanile della chiesa di S. Giovanni. Particolare di una stampa devota di Salvatore Puccio (a fondo pagina la figura completa)

Del secondo fu protagonista un ricco massaro, confrate dell’antica congregazione laicale della Misericordia all’interno della chiesa di S. Giovanni Battista, tale Luca Cugnata inteso Cazzarino, che in quanto a tollerare mosche sul naso non era secondo ad alcuno. Come esponente di spicco della confraternita era venuto spesso in contrasto con Francesco Intoraia capo della confraternita del Salvatore: motivi di prestigio, di precedenze nelle processioni, ‘questioni di campanile’ insomma, come venivano definite queste turbolenze che animarono quell’epoca in molti comuni della Sicilia. Che sfociò, durante la festa del patrono S. Vito, in scontro fisico.

Il vecchio prospetto, non più esistente, della Chiesa di San Giovanni

Il Cugnata estratto un pugnale che teneva celato nella torcia, colpì a morte l’avversario. Dalla via S. Paolo, dove era giunta la processione, l’omicida scappò attraverso il carruggio di San Giovanni e si rifugiò nella sua chiesa, anzi nel campanile. Dal quale – come il barone rampante di calviniana memoria – non ridiscese più e dove, protetto dalla giurisdizione ecclesiale, terminò i suoi giorni. Essendo scapolo lasciò tutti i beni alla chiesa, istituì nel 1611 un legato a favore delle orfane povere e donò alla sua confraternita una argentea croce astìle (purtroppo, negli anni 70 del secolo scorso, ‘scomparsa’).

Il campanile sopravvisse a queste vicende nere per altri due secoli. Sul finire dell’ottocento la sua massiccia mole, che si era incrinata e rischiava di collassare, fu demolita e le campane furono trasferite sul coronamento della nuova facciata.

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2 Comments

  1. Sarebbe bello poter leggere, magari in un prossimo articolo i versi di Mastro Natale Lo Gatto citati in questo articolo

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