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di Vito Castagna

«Il benedettino passò un mazzetto di penne variopinte sul taglio del libro, dal faccione tondo soffiò come il dio dei venti delle carte nautiche a disperdere la nera polvere … Per la luce che cadeva obliqua dalla finestra, sul foglio color sabbia i caratteri presero rilievo: un grottesco drappello di formiche nere spiaccicato, secco. Sua eccellenza Abdallah Mohamed ben Olman si chinò su quei segni, il suo occhio abitualmente languido, stracco, annoiato era diventato vivo ed acuto … tirò fuori una lente montata, oro e pietre verdi, a fingerla fiore o frutto su esile tralcio.
– Ruscello congelato – disse mostrandola. Sorrideva: ché aveva citato Ibn Hamdis, poeta siciliano, per omaggio agli ospiti. Ma, tranne don Giuseppe Vella, nessuno sapeva di arabo: e don Giuseppe non era in grado di cogliere il gentile significato … né di capire che si trattava di una citazione. Tradusse perciò invece che le parole, il gesto – La lente, ha bisogno della lente». 

Claude Augustin Duflos le Jeune, I mercanti di schiavi, 1746

Questo è il celebre attacco de Il consiglio d’Egitto (Einaudi, 1963, pp. 183): ed è anticamera della falsificazione di un manoscritto arabo, una comune vita di Maometto, presentata alle stampe col nome di Consiglio di Sicilia, opera ex novo che pretende di narrare la conquista normanna dell’Isola. Il factotum di quest’impresa falsario-erudita è il benedettino Giuseppe Vella che, dopo essere sbarcato a Palermo dalla natale Malta e aver tirato a campare con la lettura di tarocchi, riesce ad inserirsi nei circoli e nei salotti cittadini millantando le sue conoscenze di arabo. 

Leonardo Sciascia, da fine studioso, sfrutta l’epopea del Vella per interrogarsi sul rapporto sottilissimo tra realtà e menzogna, come a chiedersi “Si può davvero accedere alla verità storica?” e se sì, “Chi può stabilirla in mancanza di prove affidabili?”. Potrebbero apparire domande da addetti ai lavori, ma non lo sono affatto. Vi sono società, e tra queste non escluderei anche la nostra, che hanno basato i propri rapporti di potere sul falso e sulla menzogna. Smascherare le falsificazioni è difficile. Servono conoscenze organizzate, quindi una scienza. Ma al tempo del Vella, il 1783, questa non esiste: sta germogliando dall’erudizione. 

Giuseppe Vella, in un ritratto del 1767 e il suo Consiglio d’Egitto

Mentre il Vella traduce il suo Consiglio di Sicilia, Palermo è rischiarata dai Lumi dell’Illuminismo francese. Il vicerè Caracciolo, che in passato era venuto a contatto con Voltaire, avvia una stagione di riforme. La Chiesa e i nobili siciliani sono i più colpiti perché le “caracciolate” promettono di non risparmiare alcun diritto o prerogativa d’Antico Regime.

Minacciano addirittura la festa di Santa Rosalia, ma senza successo. Mentre il popolino festeggia e muore docilmente di fame sotto i colpi della carestia, la nobiltà palermitana è tutta intenta a corteggiare il Vella: ognuno spera che il benedettino trovi tra le pagine del manoscritto riferimenti al proprio casato, ovvero, cariche e privilegi inalienabili concessi dal normanno re Ruggero. Roba su cui nemmeno il Caracciolo e la Corona avrebbero potuto aprir bocca.

In pochi sospettano del falso, ma ognuno vuole influenzare la presunta verità storica a proprio vantaggio. Il Vella fa fioccare titoli a destra e a manca e da ambo i lati riceve favori e lusinghe. 

Palermo, Porta Felice durante la festa di Santa Rosalia, 1700 circa

In fondo, ammette candidamente il Vella «il lavoro dello storico è tutto un imbroglio, un’impostura: e che c’è merito ad inventarla, la storia, che a trascriverla da vecchie carte». E se l’inganno è stato così redditizio, perché non riprovarci… Il bendettino promette al mondo culturale palermitano la traduzione di un nuovo manoscritto, Il consiglio d’Egitto, ma stavolta la nobiltà ne teme la stampa. La Corona è infatti intenzionata a eroderne una volta per tutte i privilegi e la fonte araba potrebbe diventare un’arma che il Vella, che riceve lettere dolcissime dalla Corte napoletana, è pronto a consegnarle per il suo tornaconto. 

In questo contesto, si apre un capitolo del tutto inatteso della storia del Vella, che va a fondersi con le vicende rivoluzionarie della massoneria liberale siciliana, guidata dal giovane avvocato Di Blasi. Proprio da quel Di Blasi, già sostenitore delle riforme del Viceré Caracciolo, già additato dalla nobiltà come “paglietta” e giansenista di ispirazione francese. È in lui che Sciascia mostra un’altra faccia del mancato periodo illuministico siciliano, fatto di Vella e di Di Blasi, di impostori, approfittatori, reazionari, ruffiani e di rivoluzionari. Tutta una teoria di uomini che è Storia e contemporaneamente finzione.

Un gruppo di nobili siciliani nel film “Il Consiglio d’Egitto”, di Emidio Greco, 2002

Ed è in questa linea sottile che Sciascia si muove, fondendo con efficacia la predisposizione storica, attenta ed erudita, alla vocazione romanzesca, ironica, beffarda e avvincente. Come se Sciascia avesse voluto dare spazio alla sua libertà di prosatore inventando storia dalla Storia stessa. Come se il suo Giuseppe Vella fosse una parte indivisibile del suo stesso essere uomo, e quindi scrittore. 

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