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di Marco Trainito

“Anatomia di Dio” di Francesca Stavrakopoulou è uscito in Inghilterra l’anno scorso e a maggio di quest’anno è stato pubblicato in italiano da Bollati Boringhieri. L’autrice (classe 1975) è una storica e biblista inglese di padre greco dichiaratamente atea. Quest’ultimo dettaglio è così rilevante che lei stessa lo ribadisce sia nel Prologo (p. 25) che nei Ringraziamenti (p. 513), perché investe questioni di metodo fondamentali.
L’idea di base è che i lettori meno affidabili dei testi sacri, contrariamente a un senso comune creato ad arte per proteggere l’“incantesimo” (nel senso di Dennett) delle religioni istituzionalizzate, siano proprio i devoti, perché costoro a tutto sono interessati fuorché alla conoscenza oggettiva e alla verità storica.

Francesca Stavrakopoulou (foto Conway Hall da Wikipedia)

Ecco le parole della stessa Stavrakopoulou (Prologo, p. 25 e p. 28):
“Non ho mai creduto in Dio, ma la religione mi ha sempre incuriosito (…). Questo è il libro che avrei voluto leggere quando frequentavo l’università. Un libro che narra la storia del Dio reale della Bibbia in tutta la sua fisicità scandalosa e senza alcuna censura. Quello che cerco di fare in questo libro è di grattare via la patina teologica accumulatasi sui testi biblici nel corso di secoli e secoli di devozione ebraica e cristiana. Il risultato di questa operazione di restauro ci rivela un Dio che non assomiglia per niente al Dio venerato oggi da ebrei e cristiani, ma che finalmente ci appare come doveva essere immaginato dai suoi antichi devoti: un dio enorme, muscoloso, dai poteri sovrumani, dalle passioni terrene e con un’inclinazione per il fantastico e il mostruoso”.

Impronte “divine” nel tempio ittita di Ain Dara, in Siria (foto vinonuovo.it)

Il libro è scandito in cinque parti e i titoli di queste sono molto indicativi: Gambe e piedi; Genitali; Torace; Braccia e mani; Testa.
L’Epilogo, a chiudere, ha la forma di un’“autopsia” e in esso troviamo la sintesi più efficace della tesi centrale del libro: “il Dio dell’Occidente e il Dio della Bibbia sono due esseri completamente distinti” (p. 429). Perché?
Perché negli ultimi 2000 anni circa (ma l’operazione era iniziata già nell’ebraismo di età ellenistica) il Dio biblico, come lo Stregatto di Alice, ha gradualmente perso tutta la ricchezza della propria originaria fisicità, per via soprattutto dell’influenza del dualismo metafisico platonico.

Platone (particolare del dipinto “La scuola di Atene” di Raffaello)

In tal modo, un semplice corpo umano, troppo umano (l’allusione nietzscheana, in relazione al Cristo morto di Holbein che tanto ossessionava Dostoevskij, è della stessa autrice: cfr. p. 436), è toccato alla fine a Gesù, mentre Dio, ormai un’entità incorporea e astratta forgiata dai teologi con materiale lessicale di scarto proveniente soprattutto dalla filosofia greca più influente, è stato relegato in un altrove ultramondano, invisibile e solamente intelligibile.

Cristo morto nel sepolcro (Hans Holbein il Giovane, 1521)

Il saggio della Stavrakopoulou, scritto con mirabile piglio divulgativo, si presenta allora come una rigorosa indagine storico-filologica, supportata da un’ampia documentazione iconografica e archeologica, su ogni minimo dettaglio del corpo del dio biblico: piedi, gambe, genitali, ventre, cuore, torace, braccia, mani, bocca, naso, occhi, orecchie, barba, basette, baffi, capelli, abiti e copricapi. Vediamo così emergere una creatura del tutto fisica attraverso le somiglianze di famiglia che la legano ai “colleghi” egizi e mesopotamici (in particolare sumeri e assiro-babilonesi). Il risultato è concettualmente spiazzante: chiunque, ateo o credente, oggi discuta delle varie forme del dio occidentale – accomunate dalla trascendenza e dall’immaterialità – pensando che esso abbia qualcosa a che vedere con il dio (soprattutto) dell’Antico Testamento, semplicemente non sa di cosa sta parlando.

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