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di Giuseppe Cultrera

C’era un trappeto nella grotta di Micilotta. Antico quanto quell’ipogeo. Retaggio della comunità arcaica che aveva abitato quel fertile lembo del territorio chiaramontano. Abbandonato quando erano sorti quelli in muratura, più moderni e pratici; uno ad esempio c’è ancora a qualche centinaio di metri in contrada Santa Margherita, con un paio di mole divelte e la volta in blocchi arenari parzialmente crollata.

Il fantasma di Micilotta
Chiaramonte, contrada Santa Margherita: antico frantoio. (Ph. Franco Noto)

La grotta-trappeto del fondo Micilotta era, poi, diventata deposito di attrezzi e frasche e ricovero per contadini e pastori.

Ma (c’è sempre un ma in queste storie di mistero e magia!) era un’angustia seria per i lavoratori del fondo e gli abitanti circostanti, la periodica apparizione di un fantasma. Del quale tutti parlavano. Pur non avendolo visto nessuno. Che quando si faceva buio era meglio non entrare in quella grotta o transitare nei paraggi. Un frastuono di catene sbattute e un lugubre lamento sembravano venire da sottoterra; specialmente nel periodo della raccolta delle olive.

Il fantasma di Micilotta
Disegni di Rocco Cafiso

Don Carmelo era persona avvezza a farsi i cavoli propri; non tollerava, però, mosche sul naso. Guardò il gruppo di jurnatari impauriti e con affabile sicumera sentenziò: «Ci penso io».

La sera appresso prese lo schioppo, lo appese alla spalla e si pose di fronte all’imbocco della grotta.

A mezzanotte in punto il solito fragore di catene e lugubre lamento, annunciò il sopravanzare del fantasma. E quando il rumore si fece più intenso e una fioca luce traballante lambì l’ingresso della grotta, don Carmelo si alzò con calma, imbracciò il fucile e si mise in posizione di tiro. Urlando perentorio: «Fermati. Se sei uomo fatti conoscere se sei fantasma continua pure, che io sto per sparare».

Ci fu un attimo di silenzio raggelante –  anche il fantasma si era fermato esitante –  poi una voce sincopata: «Omu, omu sugnu, non sparate che vengo fuori con le mani alzate».

Il fantasma di Micilotta
Disegno e dipinto di Rocco Cafiso

Il fantasma buontempone non uscì di casa per più giorni, poi sparì; andò a cercar lavoro dalle parti della Ramacca, si disse.

Don Carmelo divenne l’eroe della contrada e la grotta di Micilotta tornò ad essere deposito di frasche, ricovero per pastori, riparo estivo per i braccianti del fondo.

Un enorme albero di fico occupava l’imbocco, quando io ero ragazzo e mio nonno mi raccontava del fantasma e di don Carmelo che era stato – forse – suo bisnonno da parte della madre ed abitava a Pipituna in una casa arroccata su uno sperone di roccia che sembrava un fortilizio. E forse, in parte, luogo misterioso era; come le storie di briganti gentiluomini e donne che erano state loro compagne. Qualcuna ne aveva domato uno ed ereditato casa e tesori (ma qui non so quanto mio nonno blandisse la memoria estraendone suggestioni per me): «Era la tua bis bis nonna, che donna!».

Il fantasma di Micilotta

Adesso l’antico fabbricato arroccato sullo sperone roccioso si sta sfaldando coprendosi di rovi; la grotta di Micilotta è stata stritolata dall’enorme albero di fico e l’ingresso interrato per i ripetuti crolli. Io inseguo, evocando quelle narrazioni intrise della polvere del tempo, altri fantasmi.

Le illustrazioni sono tratte da: Ragusa di Rocco Cafiso, Ragusa 1998; la foto del banner è di Giulio Lettica.

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