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di Olga Maerna 

Penna di Rizzoli dal 1990, editorialista del Corriere della Sera dal 1995, opinionista e corrispondente per New York Times e The Economist: che curriculum! Il suo blog “Italians” è attivo dal 1998, oggi conduce anche una videorubrica e un podcast, oltre a partecipare a “Otto e mezzo” (La7). Beppe Severgnini, una delle voci più note del giornalismo italiano (anche all’estero), è senza dubbio un interlocutore privilegiato per una chiacchierata sul giornalismo di ieri e di oggi, sui cambiamenti che lo hanno interessato e che lo interesseranno, per forza di cose, prossimamente.

Beppe Severgnini (foto Udine Today)

Come è cambiato, in generale, il fare giornalismo dall’inizio della sua carriera a oggi?

È cambiato quasi tutto. Pensa che ho iniziato con la macchina da scrivere, nel 1979; il Mac è arrivato nel 1987, stavo già a Londra come corrispondente. Da Mosca nel 1991 mandavo ancora i pezzi col telex (!). A quel tempo c’erano più mezzi, meno fretta, meno strumenti, meno concorrenti. Fare il giornalista nell’era dello smartphone è impegnativo.

In quale aspetto (se ce n’è uno in particolare) nota i maggiori cambiamenti?

La concorrenza, forse. Internet ha reso disponibile gratuitamente una galassia di materiale: non tutto è buono, ma parecchio sì. Perché il proprio lavoro possa essere retribuito – vale per le testate, vale per i giornalisti, bisogna essere molto bravi. Anche i social hanno cambiato molte cose: lettori, spettatori e ascoltatori possono farsi sentire, e questo è bene. Peccato che alcuni rovinino tutto.

Cosa le piace di più del giornalismo più recente (ultimi 4-5 anni circa), e cosa meno?

Mi piace la varietà degli strumenti: se ho qualcosa da dire, posso dirlo in molti modi e in molti posti. Prendi il mio caso: scrivo sul Corriere, ho un forum online (Italians, da 25 anni!), una videorubrica (FotoSintesi), un podcast (RadioItalians). Vado in televisione – non a “Ballando sotto le stelle”, programmi giornalistici! Parlo alla radio. Sono spesso su un palco per conferenze e messe in scena – anche musicali – dei miei libri.

Radio Italians, il podcast di Severgnini sul Corriere della Sera

Come vede il giornalismo nell’era di internet e dei social? Ormai sempre meno persone si informano tramite giornali cartacei, l’informazione si è spostata online anche grazie a nuovi formati che vengono proposti dai professionisti del settore (video reel, podcast). Cosa ne pensa?

I giornali di carta hanno il destino segnato: rimaranno una nicchia, un piacere per pochi. Ma un giornale non è la carta su cui è – era – pubblicato, ma tutto quello che appare sotto la testata. Di questo sono convinto dalla metà degli anni Novanta, quando vivevo negli Usa. Tornando in Italia ho cercato di spiegarlo ai colleghi, non sempre con successo.

Quali sono le sfide che a questo punto si pongono alla nuova generazione di giornalisti?

Diventare molto bravi e lavorare subito sul modello di business: da dove arriveranno i ricavi? Perché uno dovrebbe pagare per ciò che faccio? Credo che poche testate, fra cinque anni, garantiranno redditi sufficienti a un giornalista professionista.

Uno dei numeri di 7-Corriere del 2018

Quali sono le voci giovani che ritiene più interessanti?

Citerò le mie allieve, che hanno costruito il nostro “7-Corriere” sperimentale tra il 2016 e il 2019: Stefania Chiale, Chiara Severgnini, Irene Soave, Micol Sarfatti (ora sono tutte al Corriere della Sera). Beniamino Pagliaro, di Repubblica. Salvatore Merlo e Cecilia Sala del Foglio. Luigi Santarelli ed Enrico Galletti di RTL 102.5. Tutti nati negli anni Ottanta. Potrei continuare nell’elenco: i giornalisti talentuosi e preparati non mancano.

Un collega con cui ha lavorato o le sarebbe piaciuto lavorare?

Ho lavoro per The Economist (1996-2003), per cui ho scritto anche in seguito. E come opinion writer per The New York Times (2013-2021). Due colleghi bravissimi? Daniel Franklin (The Economist) e Anna Applebaum (The Atlantic).

C’è un tema su cui non ha mai scritto ma su cui le sarebbe piaciuto lavorare? 

Avrei voluto/dovuto raccontare di più l’Africa: per noi sarà decisiva. Ma sono stato in oltre novanta Paesi del mondo, in quarant’anni di mestiere. Tutto non si può fare. 

Foto banner: Teatro Carcano 

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