4.5
(15)

di Leonardo Brullo

No, non è affatto come ve lo immaginate: non ci sono stati hotel di lusso, non abbiamo trascorso le giornate in spiagge paradisiache tra i cocktail. Non c’erano ragazze bellissime che ci accoglievano nei resort. È andata molto diversamente.

2016. Durante il mio periodo milanese, quando lavoravo in un’agenzia immobiliare, il mio caro collega Francesco annuncia le sue nozze con la sua compagna dominicana. Ha deciso di festeggiare il matrimonio a Santo Domingo e a Milano. Non ho avuto dubbi, voglio partecipare ad entrambi!

Da Milano, oltre a me e Francesco, è partito Boctor, un altro mio collega di origini egiziane.
27 gennaio 2017. Il giorno della partenza. Francesco è già partito qualche giorno prima e ci avrebbe aspettati ai Caraibi. Partiamo quindi io e Boctor.
Abbiamo scelto ovviamente la tratta più economica con la Delta Airlines, una sorta di Ryanair intercontinentale. La tratta è Milano Malpensa – scalo a New York – Santo Domingo. Durante il viaggio di ritorno, faremo nuovamente scalo a NY per visitarla velocemente.Mi sveglio di buon’ora. Dormo pochissimo e il mio sonno è piuttosto agitato a causa del mio primo volo oltreoceano. Mi annoiavo terribilmente nei voli Catania – Milano, stretto in quei piccoli posti. Come sarei riuscito a sopportare 8h + 4h?!
Mi sono reso conto che questi voli sono fortunatamente diversi da quelli nazionali: spazi ampi; sedili reclinabili; schermi ad ogni posto dotati di film, musica e giochi. Passa continuamente una hostess alla quale poter chiedere cibo e beveraggi ogni qual volta lo si desidera. Tutto compreso nel prezzo del volo. Inoltre, ci forniscono di coperte, tappi per le orecchie e maschere da notte. Il volo ‘vola via’.A causa degli attacchi terroristici dell’Isis si avverte tensione negli scali. Boctor diventa oggetto di controlli speciali a Malpensa. E fortunatamente, lo scherzoso messaggio inviato da un nostro amico sul suo telefono «Vai fratello Boctor uccidili tutti! Hallah Akbar» non ha convinto la polizia ad arrestarlo.

Dopo otto ore, vedo dal finestrino lo skyline newyorkese mentre ascolto dell’ottima musica, ma non posso visitare la città per non perdere la coincidenza con l’aereo per Santo Domingo.
Per entrare nella Repubblica Dominicana sono stato obbligato a indicare due nomi e due cognomi. Da quel momento divento Leonardo Edoardo Brullo Amato.

Dopo quasi tre ore, arriviamo a Santo Domingo. Ci hanno accolto Francesco e un suo amico che, precedentemente, avevano noleggiato un’auto. Partiamo verso il nord dello stato, pronti ad affrontare altre tre ore di viaggio.

Quindi ricapitoliamo:
– Un’ora per Milano – Malpensa;
– Otto ore di volo per raggiungere New York;
– Quattro ore da New York a Santo Domingo;
– Quattro ore trascorse in auto da Santo Domingo a Cabrera (Nord Rep. Dominicana).

Dopo quel lungo viaggio, arriviamo finalmente a Cabrera. Quel giorno si era verificato un evento straordinario, paragonabile alla vittoria ai mondiali di calcio dell’Italia, nel 2006. Tutti letteralmente impazziti per la vittoria della nazionale di baseball della Repubblica Dominicana. Dopo 17 ore, rintronato dal mio primo jet lag, sono sceso dalla macchina e mi ritrovo circondato da migliaia di persone di colore colme di euforia e nel pieno della baldoria. Sono l’unico bianco. Tantissime moto stile scrumbler anni ’80 (più comuni delle auto) percorrono le strade trascinando pentole e altro per fare quanto più baccano possibile. L’alcol scorre a fiumi.Sono letteralmente sconvolto. Invece, Boctor e Francesco si lasciano andare. E’ ormai notte, l’una circa. Cerco di resistere per un po’ ma sono distrutto. Prego Francesco: «Fra, va bene tutto, ma sono stanco, ho sonno, sono confuso e ho mal di testa. Portami in hotel per favore». E lui mi risponde: «Ah, hotel… non credo ce ne siano qui… aspetta un attimo». Doveva organizzare il viaggio e non ha programmato proprio niente!Dopo un quarto d’ora mi indica un’auto e mi dice «Vai pure con loro, ci vediamo domani».
In quell’auto di sconosciuti, trovo una famiglia dominicana: una donna accompagnata dai suoi figli, un ragazzo e da una ragazza, più o meno miei coetanei. Non parlano né inglese né italiano e io, invece, non conosco lo spagnolo. E’ tutto molto imbarazzante. Dopo una ventina di minuti di terribile silenzio, arriviamo a casa loro. Temevo che questa fosse un tugurio. Invece no. Con mi grande sorpresa è una bella villa perché quella famiglia è particolarmente agiata.

Giunti all’interno, mi indicano il letto e senza dire una parola vado a dormire.
L’indomani mi sento rinato. Scopro che possiamo comprenderci anche solo parlando le nostre lingue. Mi accolgono come uno di famiglia e scambiamo due chiacchiere. Scopro che, per un breve periodo, la padrona di casa era vissuta in Italia, a Bologna, perché aveva sposato un ingegnere italiano. Poco dopo, decisero di trasferirsi a Santo Domingo e qui nacquero i loro due figli: Giuseppe e Francesca.

Nel frattempo, Francesco e Boctor si sono svegliati, erano arrivati più tardi di me quella notte, e pranziamo insieme con il cibo tipico del luogo, fatto a base di platani, una varierà di banane.
Grazie alla guida di Giuseppe e Francesco, iniziamo ad esplorare quel nuovo mondo, non con gli occhi del turista, ma con quelli dell’autoctono.Durante quel viaggio mi accorgo di quanto siamo fortunati di vivere nell’area più agiata del pianeta. In Italia si considera la Repubblica Dominicana come una nazione povera, ma non è così: se si pensasse alla condizione economica di ogni nazione del mondo, la Rep. Dominicana sarebbe, purtroppo, nella media. Qui non si vive per l’autorealizzazione ma per la sopravvivenza. Mentre noi cerchiamo di trascorrere una vita piena di comfort, loro cercano soltanto di sopravvivere.

Nella Rep. Dominicana, la corruzione è alla base di tutto. Con pochi spiccioli puoi corrompere chiunque. Se la polizia ti dovesse fare una multa per eccesso di velocità basterebbe qualche euro per risolvere la questione. Se volessi prenderti la patente di guida, ma non riuscissi a superare l’esame, basterebbe aggiungere qualche soldo in più per comprarla direttamente dalla motorizzazione.La polizia non gode della stessa autorità di quella italiana. L’ho capito quando ci hanno fermato mentre eravamo in auto. Avevo paura di aver infranto qualche legge ma, invece, volevano solo scambiare due chiacchiere. Francesco gli disse: «Oye loco! Dame un baile!» (Ehi, matto! Fammi un balletto!). Il poliziotto fece davvero un balletto e poi lo salutò amichevolmente. Roba da matti!

Trascorriamo le giornate esplorando le cittadine e la natura del luogo, nuotando nel mare limpido e trasparente, bevendo aperitivi sulla spiaggia con tramonti multicolor e facendo amicizie con persone del luogo. Restiamo comunque lontani dai circuiti turistici.

Le meraviglie naturalistiche rispecchiano l’essenza tropicale dell’isola. È il caso della Laguna El Dudu, un lago di un blu intenso nel quale i dominicani si tuffano da un precipizio alto circa 15 metri. Non ci tiriamo indietro e li abbiamo seguiti. Inoltre, abbiamo esplorato la zona con dei quad, in stile Far Cry 3, un videogioco molto famoso.

Francesco ha la fissazione per i barbieri. È entusiasta di andare dal barbiere e pagare meno di un euro. Ci va quasi ogni giorno e, una volta, mi convince a seguirlo. Mi dice: «Ti porto da un mio amico, si chiama Gnogno». Arrivati in questo posto, troviamo buio pesto. Più che un salone da barbiere sembra una piccola rientranza in una struttura rustica abbandonata, illuminata da una lampadina dai fili scoperti. Tutto è sporco e sudicio. Gnogno non c’è. Dopo averlo chiamato, lo troviamo che vomita a causa di una sbronza, dietro ad un cespuglio.

Dopo essersi scusato, ci dice che sta bene ed è pronto a tagliarmi la barba. Mi accomodo in una sedia da cucina sudicia. Poi si avvicina Gnogno, puzzolente di alcol e vomito, prende una lama e, avvicinandomela al collo, comincia a radermi con la mano un po’ tremolante. Durante il taglio, sorseggia una birra. Beh, in fin dei conti mi è andata bene. Non mi ha tagliato la gola!

Dopo circa una settimana, ci trasferiamo a Santo Domingo, la capitale. Francesco ci offre una stanza in un motel da quattro dollari a notte dallo squallore inimmaginabile. Dormo in camera con Boctor. La stanza ha un letto da una piazza e mezza che devo condividere con lui. Ci danno un solo asciugamano, un singolo telo doccia, una saponetta, che più che pulire sporca, e un preservativo. Nel bagno non funzionano le luci quindi devo usare la torcia del telefono. Probabilmente, i sanitari non sono stati mai lavati dalla loro istallazione e il wc è intasato. Sul muro trovo un ragno grande quanto la mia mano (senza esagerare). Scopro che dietro ad un mobile c’è un buco con dozzine di ragni simili.Dopo aver trascorso la notte in quel meraviglioso tugurio, l’indomani riesco a convincerli a cambiare motel.
Visitiamo un po’ Santo Domingo, il più antico insediamento abitato in America e prima colonia spagnola nel Nuovo Mondo. Non a caso, vi si trovano un museo e numerose statue dedicate a Cristoforo Colombo.

Durante quelle sere, mi sono reso conto di quanto valga poco la vita in quelle zone e di come certe realtà non appartengono alla finzione dei videogiochi o dei film romanzati. Mi accorgo di quanto fosse realistico il gioco GTA San Andreas, dato che gruppi di ragazzi indossavano fasce ed elementi d’abbigliamento che richiamano alla propria gang. Mitragliette e pistole sono portate in bella vista. Tutto ciò avviene in strade trafficate, davanti gli occhi di tutti con l’intento di intimidire.Passate le giornate tra spiagge paradisiache e natura sconfinata, arriva il giorno del matrimonio. E’ simile a quello italiano, dato che il rito è cattolico, soltanto meno sfarzoso. Le chiese sono molto più piccole e semplici delle nostre.
Dopo andiamo a cena. I tavoli sono posti all’aperto, a bordo di una piscina. La serata è piacevole. Gli ospiti dominicani mostrano le loro doti di ballerini. Si destreggiano con mosse da capogiro. Io, al loro confronto, sembro avere dei problemi motori ma, nonostante la mia totale inadeguatezza al ballo, seguo volentieri le loro danze latino-americane dopo le ‘istruzioni per l’uso’.

Fra gli invitati c’è una ragazza che mi ha colpito, si chiama Estrella. È un po’ timida e dallo sguardo misterioso. Provo a scambiare due chiacchiere con lei ma la difficoltà linguistica rende queste conversazioni brevi e noiose. Riuscire a fare colpo è difficile e la sua riservatezza non mi permette di capire le sue intenzioni.
A fine serata, mentre siamo io e lei in un angolo solitario della piscina, improvvisamente inizia a piovere molto forte. Gli invitati raccolgono velocemente le proprie cose e corrono in macchina. Anche io ed Estrella cerchiamo un riparo. Lì vicino c’è una tettoia e la raggiungiamo. Non c’è più nessuno, piove ancora e c’è poca luce. Inoltre, abbiamo i vestiti da cerimonia fradici e siamo infreddoliti.

Ci guardiamo per qualche secondo e poi ci baciamo. In quel bacio ero riuscito a sentire molto più di quello che avremmo potuto dirci. Continuiamo appassionatamente per qualche minuto, poi arriva Francesco perché tutti ci stanno aspettando alle auto.
Non la rividi più.

Ci dirigiamo in un altro hotel, un altro bellissimo tugurio per tossici e assassini, offerto gentilmente da Francesco. Ci svegliamo dopo poche ore di ‘sonno’, perché dobbiamo andare a prendere l’aereo per New York. A causa del sonno pesante di Boctor, usciamo da lì con la paura di perdere il volo. Francesco viene a prenderci per accompagnarci in aeroporto, tre ore di strada. All’uscita del motel ci sono delle strisce chiodate, quelle che vengono usate dalla polizia per bloccare le auto in fuga. Le avrebbe abbassate il funzionario addetto solo dopo il pagamento del nostro soggiorno. Francesco non le ha notate e così abbiamo forato due gomme. Purtroppo, ha una sola ruota di scorta e non possiamo ripararle entrambe. Inoltre, essendo domenica, le officine sono chiuse e, trovandoci in una zona poco abitata, non possiamo chiamare nessun taxi.

Francesco fa qualche chiamata per risolvere il problema ma niente. Grazie ad amici di amici troviamo una persona disposta a portarci in aeroporto. Arriva dopo un’oretta. Sembra un tizio poco raccomandabile e guida un vecchio rottame col vetro crepato. In fondo, non abbiamo molte alternative.

Dopo un po’ di strada, passata a guardare l’ora e a domandarci se fossimo riusciti a prendere l’aereo, sentiamo un botto e l’auto comincia a vibrare rumoreggiando. Abbiamo forato anche con lui ma, nonostante ciò, continuava a guidare come nulla fosse. Gli faccio notare che abbiamo bucato, sta rovinando il cerchione dell’auto. Mi risponde che non ha con sé una ruota di scorta e per questo siamo costretti a continuare in quel modo per raggiungere il centro abitato più vicino.

Percorriamo diversi chilometri. Dalla ruota fuoriesce del fumo che entra nell’abitacolo ammorbandoci. Arrivati finalmente in un centro abitato, con l’auto fumante e i cerchioni deformati, l’autista chiama qualcuno per aiutarci. Io e Boctor stiamo già guardando quanto ci sarebbe costato un biglietto last minute per l’Italia. Fortunatamente l’autista riesce a trovare un amico disposto ad aiutarci.

Sistemiamo l’auto e ripartiamo. Gli faccio notare l’ora e lui mi risponde di attaccare la cintura. Tocca il crocifisso, fa un segno della croce e parte a tutta velocità. Con la cintura allacciata e la mano destra che afferra la maniglia della portiera, guardo con occhi spalancati la strada, sono pronto a qualsiasi cosa. Nonostante tutto e tutti, riusciamo a prendere l’aereo.

Dopo quattro ore di volo, ancora sconvolti, arriviamo a New York. Essendo febbraio passiamo dai 35 gradi dei caraibi agli 0 gradi di New York ed io, preso dalla fretta, avevo dimenticato il giubbotto invernale nell’altro continente.
Dopo aver comprato al primo negozio di abbigliamento il giubbotto più economico possibile, ci dirigiamo verso il nostro ostello. Prendiamo il the Air Train, un tratto ferroviario che passa sopra le case in stile Futurama e raggiungiamo il Jazz on The Park Hostel, il nostro ostello posto nel nord di Central Park.

Dopo un panino da McDonald’s, andiamo a letto. L’indomani avremmo avuto un solo giorno per visitare New York prima di tornare in Italia. Ci svegliamo alle 07:00. Giriamo a piedi tutto Central Park, Manhattan e Brooklyn. Percorriamo quasi 30 km, manco fosse il cammino di Santiago.
Visitiamo il 112esimo piano dell’Empire State Building, alto 443m (per fare un paragone il tetto del grattacielo più alto d’Italia, quello della torre Unicredit di Milano, è alto 152m), andiamo a Wall Street e a Times Square. Vediamo la Statua della Libertà e attraversiamo il ponte di Brooklyn a piedi.Tutto sommato non mi è piaciuta. È il centro del mondo, un enorme polo economico all’interno del quale girano soldi, tanti soldi. E poi? Sarà che l’ho visitata in un solo giorno ma ho visto soltanto degli enormi grattacieli, delle auto enormi, delle strade enormi ed anche delle persone enormi! Ho visto il capitalismo ma non ho visto l’arte, la Storia, la cultura che vedo in una Milano o in una Parigi. Però potrei ricredermi.
L’indomani il volo di ritorno e così è terminata la mia prima avventura intercontinentale.

 

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1 Comment

  1. Dopo questo bel racconto di Leonardo non posso più fidarmi di Licia Colo’! Mi hai convinto, non vado più a Santo Domingo ma il prossimo anno andrò a Procida!!!
    Bravo, puntuale e circostanziato, complimenti

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