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di Vito Marletta.  

La pelle calda, infuocata. Dai (pochi) capelli piccole gocce come pioggia, le orecchie che ronzano, una vertigine che ancora fa fremere tutto il corpo. E’ mezzanotte e dopo due ore e mezza filate è appena finito il concerto più bello della mia vita.

Una folla impressionante, tutta stretta in un teatro i cui muri sembravano muoversi insieme alla musica, insieme a tutti i corpi. Ogni colpo di cassa e di rullante sembrava cercare la porta per portare la musica anche fuori a svegliare chi, placidamente, già dormiva nel proprio letto.

La band ha dato l’anima e lo posso giurare io che ero in prima fila a ridosso del palco. Io quell’anima l’ho respirata insieme alla musica. Io, come i cinque musicisti,  finalmente liberi dopo essere stati tenuti alla corda per mesi. Come cani che fuggono nella pianura dopo essere stati tenuti in catene da un padrone troppo severo, da una sorte cattiva.

Adesso che i fonici già smontano tutto, sento salire un’arsura come da deserto. Mentre guadagno l’uscita mi accorgo di avere fame oltre che sete. So già cosa voglio e dove trovarlo. Me lo chiede la lingua e lo stomaco ma anche i miei ricordi.

Mi affretto perché so che il ristorante è piccolo, i posti pochi e stretti e gli affamati tanti.

Rinunciando a tutte le buone maniere nel breve percorso dal teatro al ristorante mi ritrovo seduto ad un micro tavolino, la faccia rivolta ad un muro del locale e circondato da pessimi deodoranti e ancora peggiori effluvi. 

Resisto un tempo che a me pare infinito ma finalmente arriva il cameriere, una faccia sudata e stravolta di pugile al quindicesimo round. Ma mi posa sul tavolo una pinta di birra ghiacciata e una frittura di paranza che mi arriva al mento.

Mentre sto portando alle labbra il bicchiere anch’esso ghiacciato della birra, sento una voce di lato. Non capisco bene cosa dica ma poi lo capisco. Mi dice: “Papà, papà perché ti sei addormentato sul divano con Nefflix acceso?”.


Dedicato a tutti coloro che di musica, di arte in genere vivono: dai musicisti e gli artisti fino alle maestranze. Anche per loro (che rendono le nostre vite migliori) come per noi gente comune il coronavirus ha portato via lavoro e serenità. Ognuno faccia il suo e torneremo di nuovo tranquilli a teatro, al cinema, alle mostre, allo stadio. In giro per il mondo
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