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di Letizia Dimartino

Quando dal mare di Messina tornavamo a Ragusa si giungeva a Ibla in un pomeriggio che prometteva pioggia. Avevamo attraversato i monti, li avevamo visti scurirsi, il mare ormai lontano. Altri alberi, altro verde. E subito incontravamo il Duomo di San Giorgio, roteato nella piazza in salita e solo, solissimo. Nessuna persona nei vicoli. La nostra Giulietta stanca di viaggiare.

A casa, dopo più di un mese, ci attendeva la buca della posta traboccante cartoline degli amici: saluti da Roma, con Colosseo e piazze. La vicina di casa raccontava di temporali all’ora di pranzo, di nuvole squarciate dai lampi rosa, di tuoni nelle vallate. Dormivamo con il lenzuolo e mettevamo una giacchetta sulle spalle. Andavamo nelle masserie prima del tramonto, mangiando un biscotto di mandorle. Avrei voluto un amoretto, un timido pensiero, il sogno dell’età. Mettevo un cerchietto nei capelli neri, compravo libri di scuola, traducevo versioni di latino mentre la città si illuminava piano e il tempo si fermava, lento.

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