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di Antonio Incardona

In mezzo alla tempesta di questi giorni non è ancora chiaro se alla fine il colosso immobiliare Evergrande avrà perlomeno un salvagente su cui poter contare per stare a galla o sarà lasciata affondare. Pechino, che lo scorso autunno aveva invece lasciato fallire diverse SoE (aziende controllate dallo Stato) è ancora di fronte al dilemma: Evergrande è un’azienda “too big to fail” o un suo eventuale salvataggio creerebbe un precedente ingombrante?

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, il governo comunista ritiene più rilevante il conseguente del Moral Hazard. Tanto che avrebbe avvertito i suoi governi federali a “prepararsi a una possibile tempesta”. Se così sarà, secondo alcuni, Evergrande potrebbe essere la Lehman Brothers della Cina. Secondo altri il paragone è azzardato ma comunque le ferite per i mercati dei capitali cinese non si ricuciranno in fretta.

Il titolo Evergrande – da inizio anno è crollato di più del 80% – ha chiuso giovedì in rialzo del 18%, dopo che il giorno prima lo sviluppatore immobiliare aveva annunciato di aver trovato attraverso “negoziati off-exchange” il modo di far fronte a interessi pari 35,9 milioni di dollari su obbligazioni onshore. Tuttavia, Evergrande non ha chiarito quando o quanto di tale importo sarà pagato.

In caso di insolvenza saranno concessi al gruppo 30 giorni di tempo, al decorrere dei quali, se non si sarà provveduto al pagamento, sarà dichiarato il default. Il termine interessa anche un altro bond da 83,5 milioni di dollari, sempre in scadenza giovedì ma in questo caso offshore. Intanto la Banca centrale di Pechino mercoledì è intervenuta immettendo liquidità per 120 miliardi di yuan (circa 18 miliardi di dollari). È la quarta seduta di seguito che la People’s Bank of China pompa miliardi per alleviare le ansie degli investitori.

(fonte tgcom24)

Intanto, i primi effetti sui mercati dei capitali iniziano a farsi sentire. Le crescenti preoccupazioni su Evergrande hanno innescato vendite nel mercato del debito asiatico per 428 miliardi di dollari. I rendimenti delle obbligazioni denominate in dollari americani emesse dai mutuatari asiatici più rischiosi sono saliti a quasi il 12% questa settimana, il livello più alto dalle prime fasi della pandemia del coronavirus. Secondo i dati di JP Morgan, il mercato corporate high-yield asiatico è più che raddoppiato rispetto ai soli 169 miliardi di dollari del 2014.

Mentre la maggior parte degli investimenti proviene dall’Asia, anche importanti fondi internazionali sono presenti sul mercato che quest’anno, alla luce della desolazione di rendimenti da reddito fisso hanno preso una maggiore esposizione sul mercato asiatico e in particolar modo su quello cinese. Tra questi, secondo il quotidiano britannico, non mancano nomi illustri.

La folla che ha preso d’assalto la sede di Evergrande

Tuttavia, secondo gli analisti i rischi per i mercati internazionali sono limitati e il caso Evergrande non danneggerà le banche e gli investitori globali come invece è successo con il fallimento di Lehman Brothers nella crisi finanziaria del 2008. Il motivo? Il carico di debito internazionale dello sviluppatore immobiliare è di soli 20 miliardi di dollari, cifra che non desta preoccupazione per la stabilità dei mercati. Le ripercussioni maggiori invece si osserveranno in Cina. Ne è certo Alexander Norton, gestore dell’hedge fund Morgan Stanley US Growth, e famoso per aver previsto in anticipo l’avvento del Covid.

Intervistato dal Financial Times, ha affermato che per la Cina il caso Evergrande sarà peggio di quello che è stato Lehman Brothers per gli Stati Uniti. Ma non è una situazione tipo quella di Lehman dove il contagio all’interno e tra le banche comporta che tutti smettono di prestarsi soldi.

Hui Ka Yan, il ricchissimo grande capo di Evergrande

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