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di Vito Castagna

Il catanese Alberto Anile è una delle voci più autorevoli della critica cinematografica italiana. Storico di cinema, giornalista e saggista collabora con riviste specializzate di spessore nazionale ed internazionale, tra cui Repubblica e l’americana Film History. Tra il 2016 e il 2018 è stato membro della commissione della Settima Internazionale della Critica alla Mostra Cinematografica di Venezia. Nel 2021 è stato eletto Conservatore della Cineteca Nazionale di Roma e ha ricoperto l’incarico fino al 2023. Ha scritto numerosi saggi sul cinema, tra cui “Il cinema di Totò (1930-1945). L’estro funambolo e l’ameno spettro” (Le Mani, 1997), “Operazione Gattopardo. Come Visconti trasformò un romanzo di “destra” in un successo di “sinistra” (Le Mani, 2013/Feltrinelli 2014), “Alberto Sordi” (Edizioni Sabinae, 2020) e “Orson Welles in Italia – nuova edizione ampliata” (riedito da La nave di Teseo) 2023.

Alberto Anile (foto Centro Sperimentale di Cinematografia)

Qual è lo stato di salute del cinema?

“È veramente difficile rispondere. Il cinema, in questo momento, è influenzato da diverse condizioni esterne. Partendo da lontano, la trasformazione di tutti i cinema da sistemi di proiezione in pellicola a proiezione in digitale ha cancellato moltissime sale. La pandemia, poi, ha dato un colpo quasi mortale al sistema, cambiando le abitudini di moltissimi utenti e spostandoli sulle piattaforme. Nonostante questo, in Italia le case produttrici sono particolarmente attive. Abitando in una città come Roma, non ho mai visto come negli ultimi due anni una quantità così alta di produzioni. Ma di questi film in lavorazione quanti ne vedremo alla fine, quanti saranno gli spettatori dal vivo e quanti quelli su piattaforma? Potrebbero essere molti come sta succedendo, per esempio, per il film della Cortellesi; potrebbero essere pochissimi e alcuni titoli si perderanno nella memoria o nelle statistiche. Per invertire la rotta bisognerebbe rieducare lo spettatore alla qualità alla bellezza del cinema. Ma questo è un discorso lontano da quelle che saranno le vere conseguenze di questa crisi. Si dovrà aspettare molto prima che la situazione attuale possa cambiare”.

(foto Il Bo Live-Unipd)

Quali sono le vostre strategie per promuovere la bellezza del grande schermo?

“La nostra promozione avviene concretamente sul cinema già fatto. Alla Cineteca Nazionale ogni produttore deve consegnare una copia del proprio film per legge, quindi, conserviamo tutto quello che è stato fatto, ma non ne possediamo i diritti. Possiamo farlo vedere per scopi didattici e culturali, senza trarne lucro. Il nostro è soprattutto un obiettivo di preservazione e di conservazione. La nostra preoccupazione è come contenere questo enorme quantitativo di film, che sono in digitale e in pellicola, come conservarlo, come far sì che il tempo non lo aggredisca o che lo aggredisca con la lentezza maggiore possibile”.

Quali sbocchi ha un film uscito dal vostro laboratorio di restauro?

“Noi non abbiamo una sala di proiezione, per cui l’opera diciamo di “apostolato” che possiamo fare, una volta restaurati i singoli film, è di proporli ai festival. Ad esempio, in questo momento sono a Torino perché domani sera presenteremo il restauro dai negativi originali di “Casotto” di Sergio Citti del 77 in 4K. Ma queste sono gocce nell’oceano. Quello dei festival è un pubblico selezionato, molto esigente. Gli stessi film restaurati non sempre vengono messi su DVD. Purtroppo, tutto finisce nella diffusione ridotta di rassegne e proiezioni occasionali. Noi conserviamo per i posteri. Se un domani ci fosse la possibilità di proiettare questi film in modo più ampio, più intensivo, con una sala nostra o appoggiandoci a sale d’altri potremmo mettere a disposizione di tutti delle opere di alta qualità culturale”.

Gigi Proietti, Jodie Foster e Paolo Stoppa in “Casotto” di Sergio Citti (1977)

Sembra però che in questi anni i festival stiano avendo una maggiore affluenza di pubblico. Per citare solo due esempi, “Sotto le stelle del cinema” della Cineteca di Bologna o la “Festa del cinema di Roma”. Crede che si stia formando un nuovo desiderio di cinema di qualità?

“Assolutamente sì. Premesso l’eccezionale lavoro svolto dalla Cineteca di Bologna, penso che il successo di un festival dipenda molto dalla città che lo ospita. Le dimensioni di Bologna permettono il coinvolgimento di tutta la cittadinanza, mentre Roma è per sua natura molto più dispersiva. Ma tornando al nocciolo della questione, quando negli anni passati sono state fatte delle rassegne di film che venivano dalla Cineteca Nazionale o che la Cineteca prendeva da altri abbiamo visto che la gente affollava le sale. I migliori risultati li abbiamo riscontrati nella proiezione dei film “vecchi” rispetto a quelli di prima visione. Come se il pubblico, che in quelle sale non è proprio di massa, però nemmeno d’élites, preferisca scegliere un film degli anni 70, anziché uno nuovissimo. Questo dato dovrebbe farci riflettere”.

Grande affluenza di pubblico per il Festival del Cinema di Roma 2023 (foto ADC Group)

Perché il pubblico preferisce i film del passato?

“Dico una cosa che possono dire in tanti: i film di oggi sono molto omologati e si assomigliano in modo estremo. Naturalmente quelli di mero consumo, quelli scopiazzati da altri modelli sono esistiti in tutte le epoche del cinema, dal muto ad oggi. Ci sono state delle epoche d’oro, penso agli Stati Uniti negli anni 30, 40 o 70, in cui c’erano tantissimi film molto belli, che si sono poi rivelati dei capolavori, che erano certamente minori rispetto alla grande produzione di massa. Oggi quanti capolavori riusciamo a vedere? È un discorso difficile perché il valore di certe opere si riconosce solo col tempo. Ma di film memorabili negli ultimi anni se ne contano davvero pochi e spesso sono appannaggio di quei registi che sono già grandi, come Scorsese o Coppola”. 

Operazione Gattopardo. Come Visconti trasformò un romanzo di “destra” in un successo di “sinistra” (Le Mani, 2013/Feltrinelli 2014) e “Orson Welles in Italia – nuova edizione ampliata (riedito da La nave di Teseo) 2023.

Ultimamente in Italia sembra che stia nascendo un modo diverso di fare cinema, che prende tanto dalla tradizione passata e dal documentario. Nomi come quelli di Alice Rohrwacher o di Pietro Marcello si stanno affermando con originalità. Consa ne pensa? È il sintomo di un rinnovamento?

“Il loro cinema è indubbiamente interessante, ma per essere sicuri che lascerà il segno bisognerà aspettare ancora molto tempo. La Rohrwacher utilizza una sorta di realismo magico, Marcello ama mescolare i documenti d’epoca con la finzione, eppure non so quanto questo sia realmente nuovo. Sicuramente se ne parla tanto, ed è giusto che sia così, perché si discostano dalla medietà e da un modo di fare cinema poco appassionato. Però vorrei capire quanti di questi film incidono veramente sul cinema e quanti, invece, rimangono appannaggio di un pubblico festivaliero italiano e internazionale. La forza del Cinema con la C maiuscola è stata anche la forza delle masse, quando lo spettacolo in pellicola veniva proiettato a platee sterminate, dove il film diventava fenomeno culturale e sociale. E non so quanto questi registi riusciranno a superare la cerchia ristretta degli appassionati, entrando nell’immaginario collettivo”.

Josh O’Connor e Alice Rohrwacher durante le riprese de “La Chimera” (2023)

Abbiamo parlato di cinema e registi in tempo di crisi. Ma i critici come se la passano?

“Il critico credo che non esista più. I più riconosciuti e popolari continueranno a farlo finché possono, perché hanno comunque un nome, una testata importante su cui scrivere e un pubblico fedele che continua a leggerli. Nella maggior parte dei casi la critica si è annullata perché tutti sono diventati critici. Chiunque ha la possibilità di scrivere su un blog o su un social e di dare giudizi su un film. Ma si diventa critici non solo quando si è visto molto, ma quando si ha studiato molto, letto, girato diversi festival, educato il proprio gusto. Bisognerebbe chiedersi se è davvero il caso di parlare di ciò che non si conosce. Mi torna alla mente quella celebre battuta di Moretti in “Sogni d’oro”: “Parlo mai di astrofisica, io? Parlo mai di biologia?…”.

(foto Marsili Notizie)

Foto banner: Marsili Notizie

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