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di Giuseppe Cultrera

Antica è la sorgente di Buzzolera. Sgorga nella valle pedemontana a settentrione di Chiaramonte già coltivata ed abitata da epoca preistorica: certamente in funzione della fertilità del suolo, dei numerosi corsi d’acqua adiacenti e dell’asse viario che congiungeva l’area ragusana e camarinese a quella di Licodia, Vizzini e Monterosso. Di quest’ultimo comune era presente, ed in parte lo è ancora, una numerosa comunità.

Ma quando l’acqua sia stata captata e canalizzata in una fontana, con grande abbeveratoio, non è facile desumerlo. L’attuale fonte è stata ricondotta al sito originario, da un ventina d’anni. Prima era stata restaurata con una struttura databile alla metà del secolo scorso, nella parte opposta della strada. Tracce della più antica canalizzazione sono visibili nella attuale struttura, come detto restaurata da pochi anni; è visibile un ponticello per l’attraversamento dell’acqua e, in miglior stato, l’abbeveratoio ancora funzionante e tracce di un paio di gebbie sul lato destro della fontana. Qualche vaga presenza di canalizzazione nell’area circostante, attesta l’uso dell’acqua reflua per irrigazione.

Territorio della contrada Buzzolera (Ph. Vincenzo Cupperi)

Poco discosta, verso mezzogiorno, esisteva un’altra sorgente (detta pure della Buzzolera o di San Filippo) la cui acqua veniva attinta dagli abitanti limitrofi, usata per abbeverare gli animali domestici e per l’irrigazione di alcuni fondi. È stata abbandonata e quasi scomparsa nella seconda metà del secolo scorso; mi dicono, però, che da qualche tempo sia ritornata parzialmente attiva.
Anni fa ho trovato in archivio una corposa documentazione relativa all’utilizzo pubblico di queste acque e ad alcune pretese usurpazioni o tentativi di deviazione del corso. Anche se la documentazione risulta lacunosa, è interessante per la conoscenza di consuetudini ed usi agricoli presenti nei secoli XVIII e XIX. Insomma è microstoria di una ristretta comunità.

Pianta della Provincia di Noto (1840) e Sigillo borbonico

Premessa. Furono accolte con entusiasmo, dal popolo, le leggi 19 dicembre 1838 e 11 dicembre 1841 che decretarono l’abolizione dei diritti feudali, esercitati da alcuni notabili “sulla Comune”, tra cui l’uso pubblico delle acque. Il Decurionato di Chiaramonte, sull’onda dell’abolita feudalità, il 17 luglio 1842 dichiarava pubbliche le acque. E sanzionava i renitenti.
Ammoniva, pure, «gli eredi Ventura a desistere dalla usurpazione delle acque della Buzzolera».

Il 4 ottobre 1842 scrive al Sindaco di Chiaramonte la Sottintendenza di Modica chiedendo che accerti – come è stato segnalato da alcuni cittadini – se risulta «usurpazione d’acqua da parte degli eredi Ventura nel bevaio di Buzzolera». Il Sindaco scrive al Primo Eletto (vice sindaco) incaricandolo di verificare. In pratica gli rigira la patata bollente.

Documenti relativi al “pubblico bevajo della Buzzolera” (1842)

Ma il Primo Eletto si chiama Antonino Nicosia, notabile e navigato politico, che si reca alla sorgente e bevaio di Buzzolera con due periti agrimensori, l’architetto Giovanni Cutello e don Luciano Pulichino: indaga, controlla e redige il verbale. Non c’è sottrazione d’acqua da parte del sacerdote don Salvatore Ventura De Santis, possessore dei terreni adiacenti; anche se l’acqua che si accumula nel bevaio poi per un foro “percola” in una vasca costruita nel giardinetto del Ventura. Ma il tutto è a fin di bene, onde evitare “inondazioni”. Se il Sindaco vuole, può ordinare al Sac. Ventura di murare tale foro che immette l’acqua reflua nella sua vasca.

Fonte ed abbeveratoio della Bzzolera (archivio OiM)

Allega ad ogni buon fine doppio verbale firmato dai periti e ricorda al Sig. Sindaco di liquidare al più presto le spettanze di tecnici, commessi e vari, che hanno diligentemente effettuato l’ispezione.
E la patata bollente viene restituita al sig. Sindaco!
Il quale è pure un notabile, anzi il barone don Giuseppe Cultrera Fontanazza; che presa carta e penna risponde alla Sottintendenza di Modica: in data 10 ottobre ha dato disposizione al Primo Eletto di verificare, costui ha eseguito immantinente ed ha redatto il verbale dell’ispezione. Verbale che si allega in originale e dal quale potrà trarre le ovvie conclusioni. Infine ricorda al Signor Sottintendente di dare «le disposizioni che crederà convenienti per il pagamento delle indennità nello stesso verbale specificate». Chiaramonte li 31 ottobre 1842.
Tutto e bene quel che finisce bene.

Contrada Buzzolera, chiesetta campestre di San Lio (Ph. Vincenzo Cupperi)

Secondo atto. Tredici anni dopo.
Altra denuncia di usurpazione di acqua pubblica. Stavolta il sindaco è Antonino Nicosia e la faccenda è meno spinosa: a “rubare” l’acqua pubblica nell’altra sorgente poco distante sono due contadini e per giunta neppure chiaramontani: «Sono stato informato per notorietà che Giuseppe e Salvatore fratelli Giaquinta di Monterosso abbiano deviato la sorgente di acqua ad uso pubblico, la quale scaturisce nella adiacenza di una via contigua alla possessione di Buzzolera e se l’abbiano condotto nelle proprie terre nominate di S. Filippo».
E rivolto al Primo Eletto: «La incarico a conferirsi subito sul luogo per verificare il fatto».
Anche costui, solerte, si reca in contrada Buzzolera e redige il suo bravo verbale con annessa Relazione. Facile. Dal momento che i rei sono due contadini, tra l’altro non presenti all’atto dell’ispezione, e per giunta neppure di Chiaramonte: falsamente convinti di essere ben ammanigliati a Monterosso e ancor più a Chiaramonte, in quanto mezzadri di un altro Ventura, il sacerdote Azzarello; il quale, a differenza del precedente omonimo, capisce da che parte “mina il vento” e preferisce defilarsi.

Particolare della fontana della Buzzolera e la Notifica: “Per intima a Salvatore e Giuseppe F.lli Giacquinta” (1855)

Le carte così fanno il loro corso. Il sindaco Nicosia scrive al collega di Monterosso perché notifichi ai due “usurpatori di acqua pubblica” la citazione a comparire in giudizio: «La prego di far notificare in giornata a codesti Salvatore e Giuseppe fratelli Giaquinta intesi Battistella le annesse copie di verbale e ordinanza / 19 settembre 1855».

La causa civile ha luogo nella Casa Comunale quattro giorni dopo. Presiede il sindaco D. Antonino Nicosia «in qualità di Giudice del contenzioso amministrativo, assistito dal Cancelliere Comunale D. Raffaele Ventura Molè e con l’intervento del Primo Eletto D. Vincenzo Ventura Cultrera, quale Pubblico Ministero».
E a nulla servono le proteste di corretta condotta dei fratelli Giaquinta e le eccezioni e contro deduzioni del loro avvocato D. Pasquale Giaquinta. Tutto respinto. Testimoni e relazione tecnica alla mano, inesorabile cala il verdetto: ripristino della sorgiva e pagamento dei danni, oltre ad una multa di otto ducati. Giustizia è fatta!

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La chiesetta campestre di San Lio da un’altra prospettiva

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