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di Simone Lauria

L’Italia, l’Europa, il mondo è in guerra, ma le bombe non fanno rumore, così come i morti. Non si sentono urla strazianti di dolore per le strade, ma così fa ancora più male. Chi sta fuori dalle dinamiche sanitarie potrebbe sottovalutare la gravità della situazione, ma i numeri parlano chiaro: l’Italia nel 2020 ha avuto più decessi che nel 1944.

Siamo tutti a conoscenza del gravoso lavoro svolto dal personale sanitario impegnato in prima linea negli ospedali, ma sottovalutiamo il lavoro svolto sul territorio: il servizio di assistenza infermieristica domiciliare e quello dei medici di medicina generale, continuità assistenziale e 118.

Il sottoscritto appartiene a una squadra Covid che si occupa di assistenza domiciliare nella provincia di Ragusa e nella mia esperienza ho trovato questo lavoro complesso, gravoso ma entusiasmante.

Quando le famiglie ci aprono le porte di casa concedono di entrare nella loro intimità. Si crea così un rapporto di fiducia che ci porta a essere anche confidenti. L’assistito trova nell’operatore un amico, oltre che un professionista.

Sono tante le persone a casa bisognose di ricevere cure, come i talassemici, per esempio, che senza assistenza non potrebbero ricevere le loro trasfusioni di routine.

Il nostro ruolo è quello di fornire un supporto professionale per i loro bisogni sanitari e anche un prezioso aiuto psicologico che non li faccia sentire abbandonati dal Sistema Sanitario Pubblico.

È importante affermare che molte malattie possono essere curate anche in casa, perché si evita il sovraffollamento degli ospedali, soprattutto in un periodo di stress da Covid come questo. E in ogni caso l’assistenza domiciliare credo sia fondamentale, a prescindere dalla stessa pandemia.

La possibilità di essere curati all’interno delle mura delle proprie case, accanto ai propri cari, non soltanto sembra la terapia più efficace contro tante malattie ma, per il Servizio Sanitario Nazionale, è anche meno onerosa rispetto al ricovero ospedaliero.

Per queste ragioni mi auguro che in futuro si possano investire maggiori risorse sulla medicina del territorio, invece di insistere su un modello di sanità basato sulla centralità esclusiva degli ospedali.

La gestione dell’attuale pandemia mi sembra che abbia messo in luce proprio la crisi di questo modello, che non è stato in grado di reggere allo tzunami di lavoro che gli è piombato addosso all’improvviso.

E a ricordarci che la gestione sanitaria sul territorio non è del tutto soddisfacente bastano gli ultimi fatti accaduti a Chiaramonte nei giorni scorsi: un incidente mortale che ha troncato una giovane vita e un caso di infarto. In entrambi i casi l’ambulanza del 118 disponibile non aveva il medico a bordo. Non dovrebbe mai accadere.

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