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(10)

di Giusi Beniamini

È l’opera di esordio della giovane scrittrice nigeriana, naturalizzata inglese, Abi Darè. Di genere narrativo-sociale, pubblicata dalla Casa Editrice Nord nel maggio 2021, è stata considerata da buona parte della critica un libro potente, coraggioso e coinvolgente.

La protagonista della storia è una ragazzina quattordicenne, Adunni, che vive in un piccolo villaggio di nome Ikati, nel cuore della Nigeria. Grazie alla madre, la ragazzina imparerà presto che l’istruzione è l’unica via che potrà garantirle libertà e dominio del proprio destino. Il sogno della sua vita sarà infatti quello di diventare maestra, per poter insegnare a scuola a tutti i bambini del suo villaggio. Una storia caparbia e coraggiosa che si dipana attraverso le mille difficoltà e violenze che ogni donna africana deve affrontare per emergere ed emanciparsi in una società profondamente maschilista e arretrata, quale quella del suo paese.

Abi Darè

Il romanzo coinvolge il lettore in modo stringente dalla prima all’ultima pagina, in un crescendo di dolore ma anche di speranza. Il registro linguistico e lo stile delicato e semplice adottato risaltano, quanto più si contrappone alla descrizione delle violenze, delle difficoltà e delle atrocità che la protagonista dovrà subire, trattata alla stregua di un qualsiasi oggetto da usare finché è utile.

La lingua parlata dalla protagonista è il “broken English”, una forma di inglese dialettale, sgrammaticata, perlopiù parlata dai nativi nelle ex colonie inglesi dell’Africa Occidentale. Mentre la storia si svolge in un contesto economico-sociale di degrado, arretratezza e sullo sfondo figura una permanente violazione dei diritti umani fondamentali. Un sistema profondamente degenerato verso cui si scaglia la denuncia forte dell’autriceTemi altrettanto centrali nel romanzo appaiono anche quelli della sperequazione sociale tra città e villaggi, oltre a quelli delle tradizioni patriarcali abbiette, che tutt’ora considerano le donne alla stregua di vere e proprie schiave.

La lettura di questo romanzo, in seno al nostro gruppo di lettura, ha suscitato un dibattito coinvolgente ma un po’ divisivo. Se alcuni hanno empatizzato senza riserve con la protagonista, altri l’hanno trovato invece un po’ troppo “costruita” e banale. Altrettanto accesa è stata la discussione sulla tematica delle libertà negate alle donne in questi paesi arretrati e, di contro, l’inerzia dei cosiddetti “paesi civilizzati” del mondo occidentale.
Non ha tardato ad arrivare nemmeno qualche appunto circa l’uso, forse troppo frequente, del “broken english” e sulla stessa critica letteraria giudicata generalmente troppo “buonista” per via dei temi sensibili trattati, sorvolando sul “come” sono stati trattati. Unanime invece è stato il consenso riguardo al messaggio di speranza dell’autrice: “le parole sono così forti da poter cambiare il mondo e raggiungere obiettivi impensabili…”

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