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di Giuseppe Cultrera

Nei piccoli paesi della Sicilia e degli Iblei, tanti e tanti anni fa, la misura del tempo veniva scandita dal campanile della chiesa principale o dalla torre municipale attraverso le campane, l’orologio meccanico o la meridiana solare.

Una sintesi – curiosa ed esemplare – la troviamo nel prospetto della chiesa madre di Chiaramonte, Santa Maria La Nova, edificata a partire dal XVI secolo: con un primo ordine del 1608, il secondo del 1765 e l’ultimo con torre campanaria, di fine ottocento.

Sul maestoso prospetto restano ancora le tracce di quattro “macchine del tempo”
– una meridiana del secolo XVII, in basso, sul lato destro del primo ordine;

– una mostra di orologio meccanico, scolpita direttamente sul muro, con le ore in lettere latine. In questo antico orologio, presumibilmente del secolo XVII, era presente la sola lancetta delle ore;

– un’altra mostra, sempre scolpita sulla pietra, relativa allo stesso meccanismo (o ad altro più moderno) spostato a seguito della elevazione del secondo ordine. È ancora ben visibile il foro centrale di collegamento al meccanismo retrostante. L’utilizzo di questo terzo orologio oscilla tra il 1765 e il 1795 quando furono elevati, prima il secondo ordine e poi il terzo.

– infine l’orologio meccanico, tutt’ora funzionante, al centro della cella campanaria. Bisogna sottolineare però che il terzo ordine, costruito su progetto dell’architetto Antonino Battaglia di Catania sul finire del settecento, fu demolito perché pericolante e rifabbricato, nello stesso stile, nel 1885. Non sappiamo, pertanto, se nella ricostruzione l’orologio sia sopravvissuto o sia stato rinnovato.

Oggi possiamo ammirarli tutti e quattro, abbastanza visibili, sul prospetto in pietra a vista. La meridiana, per la verità, è stata in parte coperta da una lapide commemorativa del 1954: ed è un peccato perché, come fa notare il prof. Giovanni Bellina (Il tour del tempo, 2008) si tratta “di un antico quadrante occidentale a ore italiane. […] Dal perimetro della lapide fuoriescono parte della retta equinoziale, alcune linee e i numeri 17, 21, 22, 23.”

Restituire l’aspetto originario (e perché no anche la funzione: lo ha fatto il citato Bellina assieme a Gianni Brinch con altre meridiane in un paio di chiese iblee) spostando la lapide “moderna” in altro spazio adatto, potrebbe essere opera meritoria, di memoria e cultura.

Fotografie di Giulio Lettica

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