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di L’Alieno

“La scuola italiana fa schifo”. A quale genere vogliamo ascrivere uno slogan di questo tipo stampato su una t-shirt? Genere “provocazione intelligente”? “Protesta originale”? “Boutade ironica”?
Sarò forse démodé, ma il dire che qualcosa fa semplicemente schifo, a me sembra né intelligente, né originale, né ironico. Una “spirtizza” di livello “bar dello sport”. L’insolente risposta all’appello degli insegnanti di presentarsi in aula, per gli esami di maturità, con un abbigliamento decoroso.

Se l’avesse fatto mio figlio di 14 anni confesso che ci sarei rimasto molto male. Gli avrei detto che si tratta di una semplificazione stupida e anche offensiva, né avrebbe fatto onore alla sua intelligenza. Qui però non parliamo di un fanciullo di terza media, ma di un ragazzo che arriva alla fine di un percorso liceale.

Non sarebbe stato forse lecito aspettarsi qualcosa di più da un maturando di liceo scientifico? Capisco la protesta e il messaggio di poche battute da stampare sulla maglietta. Ma lo sforzo di una provocazione più intelligente, no? Un tentativo di ironizzare con uno slogan un tantinello meno offensivo, no?
La letterina scritta dopo voleva forse essere un modo per metterci una pezza sopra. Un tentativo di dare una spiegazione, al di là dell’infelice boutade, ma l’esito (pieno di semplificazioni e luoghi comuni) mi è sembrato in perfetta continuità.

Il testo della lettera scritta dal ragazzo ennese dopo l’uscita con la t-shirt

D’altra parte che dire degli appassionati dibattiti “social” sul nulla di quell’insulto? I “tribunali del popolo” facebookkiani si sono subito mobilitati per dividersi soltanto su chi facesse più schifo: se più la scuola o i politici che la governano, oppure lo stesso ragazzo o addirittura l’Italia intera. Un delirio di insulti che non risparmia, a turno, niente e nessuno.

Fatichiamo ad accorgecene, ma sui social il linguaggio si è parecchio contratto e, di conseguenza, anche il pensiero. Per la prima volta nella storia un canale di comunicazione si sta trasformando in modo povero di pensare, di sentire e di essere, che si manifesta ovunque (la subcultura del “tutto fa schifo” è una di queste manifestazioni). Si parte dal semplificare dizionario e sintassi, si finisce per semplificare la realtà, a scadente imitazione del rag. Fantozzi nel suo mitico giudizio sul film “La Corazzata Potëmkin”.

L’indimenticato Paolo Villaggio, nei panni del rag. Fantozzi, nella scena in cui pronuncia il suo famosissimo giudizio sul film russo “La Corazzata Potëmkin” (dal film “Il secondo tragico Fantozzi”, 1976). (Immagine corriere.it)

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