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di L’Alieno

Se esiste un settore che non trova pace è quello della sanità. Da nord a sud (con punte sublimi in regioni come la Calabria) si cerca di depredare il depredabile, dilapidare il dilapidabile e abusare dell’abusabile.

Così anche noi ragusani, per non essere da meno, ci siamo inventati la ‘vaccinopoli’ de’ noantri con i furbetti della fila. Si, perché nel bel mezzo di una pandemia si riesce a speculare persino sui vaccini, in una squallida storia che ha il sapore tipico della miseria morale e della pochezza professionale.

In ossequio al principio nazionalista del ‘prima gli italiani’ misto alla ben più antica e radicata tradizione familistica autoctona, i nostri burocrati della sanità sembra si siano inventati uno slogan appropriato alla circostanza della vaccinazione anticovid: ‘prima i nostri familiari e amici’.
Possiamo biasimarli?

E gli vogliamo forse dare torto se, prima di pensare a salvare degli estranei, hanno pensato a salvare i propri familiari e gli amici? Si tratta in fondo di quello stesso principio sovranista declinato nel circuito più ristretto della propria cerchia familiare e amicale.

E se qualcuno ci avesse messo il naso, com’è avvenuto, una scusa spudoratamente plausibile era già pronta: stavano soltanto evitando la dispersione del prezioso liquido scongelato per colpa del rifiuto di quei ‘no-vax’ a cui era destinato. Insomma, li avremmo dovuti persino ringraziare.

Ma se qualcosa può andar male, lo farà: sosteneva Murphy in una delle sue celebri leggi sulla sfiga. E così un bel po’ di gente è stata scoperta e sbugiardata, costringendo l’architetto Aliquò, direttore dell’Asp, a scagliarsi pubblicamente contro quei suoi stessi collaboratori che hanno tradito la sua fiducia.

Di fronte ai tanti manager pubblici che spesso si nascondono dietro un comodo no-comment o più esattamente dietro un dito, Aliquò ha avuto almeno il coraggio di ammettere la verità. Bisogna dargliene atto.

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