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“Le Vie Dei Canti” di Bruce Chatwin è il libro scelto dal circolo di lettura di Chiaramonte Gulfi per il mese di luglio. Un libro che non è esattamente un romanzo e che sfugge ad una chiara attribuzione di identità. Saggio antropologico, saggio filosofico, libro di memorie, resoconto di viaggio: un libro che parla di viaggi (a piedi) ed è esso stesso un viaggio, alla scoperta di una terra antica e affascinante, l’Australia.

di Simona Canzonieri

Chatwin viaggia in Australia per conoscere da vicino gli aborigeni e la loro ancestrale cultura dei canti. Le Vie dei Canti sono le strade percorse dagli Antenati all’origine dei tempi. Gli Antenati avevano creato il mondo cantando e camminando, dando un nome ad ogni cosa, ad ogni passo. Ogni collina, fiume, montagna, persino ogni roccia o albero nascondono per gli aborigeni una storia, cantata dagli Antenati, e sono perciò sacri ed inviolabili. Costituiscono tutte insieme una mappa cantata del territorio australiano che definisce l’identità personale di ogni aborigeno. Ognuno di essi è visceralmente legato alla terra in cui è nato, attraverso una particolare via, attraverso un canto che conosce a memoria e che rappresenta la sua dimora originaria.

Bruce Chatwin (1940 – 1989)

Il libro di Chatwin ci parla poi della condizione attuale della cultura aborigena: la difficile convivenza con i colonizzatori che spesso si traduce in contrasto aperto; la ghettizzazione, e il confinamento in aree desolate dove gli aborigeni conducono una vita assai misera, votata all’ozio e all’alcool. L’autore ci racconta la difficoltà di costruire grandi opere pubbliche come strade e ferrovie in Australia, a causa della resistenza degli aborigeni; ci parla del movimento per il diritto alla terra che lavora per la tutela della cultura aborigena e delle missioni cristiane con i loro tentativi illusori di portare “la civiltà” tra gli aborigeni.

L’interesse di Chatwin per la cultura aborigena ne contiene al suo interno uno più originario, quello per il nomadismo. Nella seconda parte del libro il racconto del viaggio australiano viene continuamente interrotto da riflessioni dello scrittore sulla condizione originaria dell’uomo, sulla costituzione delle prime forme di società e di cultura. Citando Konrad Lorenz, Meister Eckhart e Martin Heidegger, Chatwin avanza un’ipotesi assai interessante: il fascino per tutto ciò che è nuovo ed inconsueto, la smania di muoversi costantemente che molti viaggiatori possiedono, sono residui inconsapevoli della condizione originaria dell’uomo che è una condizione di nomadismo.

L’uomo nasce nomade, abituato a cambiare, a spostarsi lasciandosi dietro i pesi superflui, a camminare leggero. Il viaggio tra terre e culture diverse rappresenta per l’autore forse la più importante occasione di guardare dentro se stessi che la vita può riservarci. E gli aborigeni questo lo hanno capito: il loro walkabout, l’improvvisa sparizione nell’outback australiano, rappresenta per loro un cammino iniziatico, alla scoperta del loro personale canto e quindi della loro originaria natura.

Le Vie dei Canti non è stato ben accolto dal gruppo di lettura, molti lo hanno considerato noioso e non sono riusciti a terminarlo. Ed effettivamente se ci si aspetta un romanzo, con una storia ben definita e personaggi delineati questo non è il libro giusto da leggere. La sua identità ibrida lo rende un po’ dispersivo e la sua lettura, soprattutto quando lo scrittore si addentra nelle sue personali riflessioni sull’uomo e le sue origini, può risultare pesante. Nonostante ciò è un libro che può dare molto al lettore in termini di conoscenza e di riflessioni sull’identità dell’essere umano e su quanto questa sia legata alla terra da cui è nato.

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