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di Giuseppe Cultrera

Se si possono amare i libri, Cent’anni di solitudine è stato il colpo di fulmine. Come quando ti innamori perdutamente e ti chiedi se possa esistere un’altra donna simile, anche a cercarla in tutti gli angoli del mondo; ma conosci già la risposta! Con Gabriel García Márquez ho scoperto la narrativa latino-americana contemporanea: un mondo misterioso e avvolgente come le liane o le piante esotiche del paesaggio magico e onirico. Intriso di tanta umanità tumultuosamente anelante, traboccante d’amore, rapita da un vortice ciclico. L’autunno del patriarca, Cronaca di una morte annunciata, L’amore al tempo del colera, Dell’amore e di altri demoni, Memorie delle mie puttane tristi, sono stati altri capitoli e varchi. Credo che non soltanto la mia generazione ma tanti, anche giovanissimi, abbiano sognato una Macondo su cui approdare e dalla quale – ancora – spiegare le vele al vento, o incontrare una di quelle donne che abitano le sue narrazioni, sintesi e metafore di un mondo idealizzato, catarsi e sublimazione del presente iniquo.

L’autunno dell’amore in Agosto
Lo scrittore Gabriel G. Márquez (1927 – 2014). La copertina del suo capolavoro e l’ultima sua opera, postuma

Leggo nell’introduzione a Ci vediamo in Agosto che l’autore non intendeva editarlo e l’aveva accantonato in attesa di ulteriori interventi, anzi, sembra, avesse dato disposizione a che non fosse pubblicato postumo. L’ho letto d’un fiato. (Credo sia la prassi più consona per avvicinare un autore e incontrare una narrazione: la continua e ininterrotta lettura ti fa entrare in sintonia – o antitesi, può succedere! – ti fa percepire nitida la voce dei personaggi e dell’autore). Racconta un amore maturo. Intenso, infedele e inappagante. Protagonista è una donna prossima ai cinquant’anni, Ana Magdalena Bach, che ha conosciuto un solo uomo, il marito, che ancora ama. E qui mi fermo: perché ogni racconto va scoperto, dalla prima all’ultima pagina.

Forse Márquez aveva qualche ragione a non volerlo edito. Ma è pure vero che, dove posizionava la sua asticella estetica e letteraria, era troppo in alto; anche abbassandola ancora parecchio, credo, si possa incontrare buona narrazione e letteratura. Perlomeno in questo racconto lungo, uscito giorni fa, postumo. Agosto (tranquilli non faccio spoiler) è coprotagonista. Con il suo impietoso solleone, il sudore che s’appiccica sulla carne che urla per altre calure incontrollabili e la notte che giunge a stemperare; rara, come la brezza mattutina agognata. Metafora e assioma. Anche se in tono minore, Márquez e il suo magico e poetico universo narrativo, fluttuano dentro Ci vediamo in Agosto.

L’autunno dell’amore in Agosto

PS.: Mi avvedo che la prima mia pubblicazione, nel 1980, è intrisa di Márquez; anche nelle successive è capitato spesso e volentieri. L’incipit de L’industria della neve è tratto da Cent’anni di solitudine.  L’ultimo, in corso di stampa, pure. L’invito a leggere Márquez (e questo romanzo postumo) sottende una speranza da appassionato tifoso: che la sua poetica si insinui tanto in voi da affiorare, poi, nella scrittura. Un virus non nefasto. Tutt’altro!

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