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di Loredana Papotto

“Le notti bianche” di Dostoevskij è universalmente riconosciuto come uno dei capolavori assoluti del primo Dostoevskij, cioè di uno scrittore giovane, appassionato, che scandaglia con amorevole partecipazione i sentimenti degli umili e ne rileva l’insospettata carica umana.

Il racconto, che lo stesso Dostoevskij definì un romanzo sentimentale, è un sogno vissuto sullo sfondo di una San Pietroburgo che ha i colori passionali della poesia, La storia di un giovane solitario imprigionato in fantasticherie bizzarre che lo allontanano dalla realtà, come l’immaginarsi in amabili conversazioni con gli edifici di una città troppo grande come San Pietroburgo rispetto ad un “piccolo uomo” come lui.

Fyodor Dostoevskij (1821-1881) in un ritratto di Vasily Perov (1872)

La storia è strutturata in quattro notti e una mattina, durante la prima notte il nostro narratore incontra una giovane donna, Nasten’ka, che salva dalle molestie di un ubriaco. Il nostro narratore osserva la vita senza immergersi in essa, mantenendo la distanza e vivendo la propria solitudine con un sottile e severo compiacimento. È poesia, visione sublime di chi si interroga sul senso della vita, sulla scelta del suo vivere in filigrana, tra le nebbie del sogno.

Si racconta così il narratore nel suo lungo monologo: “il sognatore non è un essere umano ma piuttosto un tipo transitorio, neutro…”; parole che affascinano la giovane Nasten’ka che si consacra sua amica. Anche la giovane racconta la sua storia, il suo amore sospeso, in attesa per una promessa ancora da mantenere.

Immagini della San Pietroburgo di fine ‘800 inizi ‘900

La giovane attende il ritorno di un ragazzo che un anno prima le aveva promesso di sposarla ed il sognatore, nonostante il suo innamoramento per la giovane Nasten’ka, l’aiuta a scrivere una lettera per il promesso sposo. Ma la risposta tarda ad arrivare e la giovane perde la speranza ma si sente rassicurata dall’amicizia con il narratore.

Nell’ultima notte i sentimenti si rincorrono capricciosi, chi narra è inconsolabilmente innamorato, Nasten’ka disillusa dalla mancata risposta si lascia andare alla malinconia, alla rassegnazione. Ed è allora che il sognatore le dichiara il suo amore e tra le lacrime e le risa anche lei gli promette il suo amore. Ma il sogno presto svanisce, lungo la strada mentre i due progettano il loro futuro insieme appare il promesso sposo di Nasten’ka e la giovane se ne va con l’altro uomo.

Un’immagine dell’omonimo film di Luchino Visconti con Marcello Mastroianni (1957)

Il mattino: l’ultima parte è il ritorno alla realtà, la lettera di Nasten’ka che chiede scusa per averlo ferito e lo ringrazia per l’amicizia invitandolo al matrimonio. Il sognatore si asciuga le lacrime e ritorna alla sua solitudine.
“Sia sempre luminoso il tuo cielo, sia sempre sereno e calmo il tuo dolce sorriso e tu sia sempre benedetta per il minuto di felicità e beatitudine che hai dato a un cuore ignoto, solitario e grato…” Pura poesia, una delle frasi più belle mai scritte sulla vera essenza dell’amore: la benedizione dell’eterno sognatore all’amore che sfugge.

Sembrerebbe scontato l’unanime consenso: ma così non è stato nel gruppo di lettura, diverse le sfaccettature, le impressioni, i commenti. La contrapposizione tra ragione e sentimento che l’autore ha utilizzato per mostrare la personalità della “voce” narrante e di Nasten’ka si è palesata nel nostro gruppo tra i “sognatori” amanti della prosa poetica, della lingua romantica, introspettiva e dall’altra parte i “razionali”, che così come Nasten’ka amano tenere i piedi per terra, non amano le atmosfere di una lingua romantica, “sdolcinata” e ormai anacronistica.

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