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“In quel momento [il libro] si è inserito pienamente in questa ricerca di verità che c’era in Italia e che faceva capo a “Cristo si è fermato ad Eboli” di Carlo Levi. Io però non mi sentivo un neorealista, mi sentivo soltanto un realista che dava conto di una determinata realtà, in un determinato paese siciliano”
(Leonardo Sciascia in una intervista del 1984).

di Giuseppe Schembari

Chi ama Leonardo Sciascia non può non leggere “Le parrocchie di Regalpetra”. Probabilmente uno dei romanzi meno conosciuti dello scrittore di Regalbuto, scritto nel 1956, ma che contiene gli embrioni, come lui stesso avrà a dire, di tutta la sua produzione successiva.

Leonardo Sciascia

È un’opera dove l’autore ci appare già dotato di una scrittura possente, capace di arrivare a vette di assoluto valore quando, da giovane maestro di scuola elementare (qual’era), affronta la parte dedicata alla scuola, il cuore del romanzo:
“Non amo la scuola; e mi disgustano coloro che, standone fuori, esaltano le gioie e i meriti di un simile lavoro. [..] Qui, in un paese remoto della Sicilia, entro nell’aula scolastica con lo stesso animo dello zolfataro che scende nelle oscure gallerie…”
Un inferno dantesco dove miseria e dramma si palesavano come elementi essenziali del vivere e dove il miraggio del riscatto era passato dal sogno dell’indossare la divisa del carabiniere alla “divisa” della banda del fuorilegge Salvatore Giuliano, diventato leggenda.

Chiaro che nel giovane scrittore si intravede già anche il filosofo dotato di spirito illuminista, che vive e scrive con acume impietoso in una terra maledettamente immobile, conservatrice e zavorrata da problemi irrisolti da sempre. Un illuminismo consapevole che progresso e libertà non saranno mai raggiungibili, fino a quando non avremo la forza di liberarci dalle secolari ingiustizie sociali e dalle catene della necessità, dentro cui troppo spesso si nasce in quest’angolo di mondo. E Sciascia ci metterà tutta la passione civile di cui sarà capace nella vita, per contribuire a dare questa speranza di riscatto.

Una rara foto di Leonarda Sciascia maestro con una sua scolaresca a Caltagirone (collezione Giovanni Venniro)

Un libro che è un viaggio nella storia della nostra isola, in una mitica Regalpetra, città dell’entroterra, che rappresenta la Sicilia tutta come metafora. Un viaggio nel dolore e nel paradosso di una terra, nell’esistenza drammatica di un popolo sventurato, come quei salinari la cui vecchiaia è tutta “dolore di ossa”. Tutto inizia dalla morte del Conte Girolamo Del Carretto, avvenuta nel 1622, e giunge fino al secondo dopoguerra in una interpretazione socio-storica originale e affascinante.

Un po’ romanzo, un po’ saggio, “Le Parrocchie di Regalpetra” sono anche l’impietoso ritratto di una Sicilia e di un’Italia mai cresciute, di secolo in secolo ostaggi della stessa retrograda mentalità. Così si arriva alla dittatura fascista e poi al “regime democristiano”, dominato spesso dagli uomini riciclati dalla passata dittatura e da una nuova borghesia dove
“si incontra spesso l’uomo che si è fatto da sé ed è tutto d’un pezzo, l’autodidatta della ricchezza; e come l’autodidatta propriamente detto resta in posizione di irregolarità, in una specie di terra di nessuno tra l’ignoranza e la cultura, così l’autodidatta della ricchezza resta tra il mondo della povertà e quello della ricchezza: parla come un ricco e agisce come un povero, disprezza i ricchi che non hanno conosciuto la povertà e i poveri che non sanno pervenire alla ricchezza, lascia i parenti poveri e non sa trovare parenti ricchi”.
Sciascia parla coraggiosamente anche di mafia che per molti commentatori, negli anni ’50, non esisteva nemmeno.

Il libro è piaciuto al gruppo di lettura di oltreimuri.blog, anche se si è levata qualche voce critica sui primi capitoli un po’ più noiosi e i più giovani hanno mostrato qualche perplessità legata più che altro alla difficoltà di orientarsi nelle dinamiche politiche siciliane (e italiane) del XX secolo.

La prima edizione del 1956 (Laterza editore)

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