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‘Ho risposte approssimative e possibili credenze e diversi gradi di certezza di cose diverse, ma io non sono assolutamente sicuro di nulla e ci sono molte cose di cui non so nulla. Non devo avere per forza una risposta. Non mi sento spaventato di non sapere le cose.’
(Richard P. Feynman)


di Marinella Calabrese


La pandemia che il mondo sta affrontando ha messo in crisi non solo il sistema sanitario ed economico, ma la nostra stessa visione del mondo. Ha messo in crisi la fiducia fideistica nella scienza e nella tecnica e ci ha fatto sentire vulnerabili come i nostri lontani progenitori nelle foreste abitate da feroci predatori.


Durante le tempeste di fulmini l’uomo greco cercava conforto in Zeus e invocava Poseidone per navigare in alto mare, costruiva templi e consultava oracoli.
Noi oggi cerchiamo conforto su google e comunichiamo sui social: abbiamo “addomesticato” le onde elettromagnetiche, scoperto il mistero del fulmine e del tuono e imparato a volare. Il nostro narcisismo antropocentrico ci ha illuso di poter dominare la natura. Ma è solo un’illusione, una bugia ben articolata, il desiderio del controllo, la paura angosciante dell’ignoto.

La fisica moderna ha svelato il funzionamento del mondo estremamente piccolo ed infinitamente lontano, ha permesso grandi conquiste tecnologiche che hanno migliorato enormemente la qualità della vita, ma non può cogliere la natura intima delle cose. La fisica resta un modello del mondo, basato sulla nostra esperienza sensibile: il noumeno kantiano resta inconoscibile. La conoscenza include sempre non-conoscenza, prove ed errori.

Tuttavia, nei momenti di crisi, il bisogno di certezze diventa più forte e oggi cerchiamo di trovare verità assolute nei numeri, nella medicina, nei discorsi degli esperti.
Siamo persi nel caos delle informazioni, alla ricerca di auspici e sibille moderni.

Per placare le angosce ancestrali gli esseri umani hanno fatto ricorso alle religioni, alla magia, ai riti propiziatori: noi oggi ci appelliamo alla scienza ma la scienza contempla più le ipotesi che le certezze.
Allora possiamo provare a convivere con l’incertezza, con il dubbio, non possiamo invocare la madre scienza e rifugiarci sotto la sua gonna come bambini impauriti ed inermi.


La conoscenza non può eliminare l’incertezza.
L’incertezza rimane come tratto consistente della conoscenza del mondo e della natura umana: possiamo usarla come la spinta che ci porta verso nuovi orizzonti della conoscenza stessa.


Se so di non sapere, provo a conoscere il mondo, provo a capire chi sono.
E le crisi possono essere occasioni reali di cambiamento, di scelte radicali, di un nuovo modo di pensare e di agire.

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